Questa è satira!

In Italia è ormai abitudine definire “satira” qualsiasi offesa gratuita lanciata da un gruppetto di figuri che si autodefiniscono “comici”. Ma la cosa più fastidiosa è dover ricevere continuamente lezioni di morale da questi buffoni: loro difendono la democrazia, la libertà di stampa e di parola, l’onestà della sinistra contro la corruzione berlusconiana.

 

Pagliacci, lo sono sempre stati. Ma dopo che a Dario Fo è stato inopinatamente assegnato il Nobel, i satirici sono diventato una vera e propria “casta”, potente, arrogante e irresponsabile.

Allora, se mi permettete, vorrei anch’io sparare a zero su questa gentaglia. Affermo fin da subito che si tratta soltanto di satira, che è una cosa per ridere, che ho diritto alla libertà di parola ecc…

 

Dario Fo: oh, Dario Fo! Il repubblichino più amato d’Italia: quelli di Cannobbio lo conobbero ai tempi in cui faceva i rastrellamenti con le camicie nere. Ma tanti “camerati per necessità” divennero sentinelle dell’antifascismo a guerra finita.

Inizialmente, Fo rivelò di essersi arruolato tra le fila repubblichine come “infiltrato” dei partigiani. Forse li demoralizzava a suon di battute, sullo stile di quelle che lo hanno reso celebre nel dopoguerra: “Fanfani basso!”; “Andreotti gobbo!”. (Magari a quei tempi ironizzava su Giuseppe Albano, partigiano di Roma conosciuto come il Gobbo del Quarticciolo).

Alla fine Fo ha dovuto ammettere: sì, è vero che si arruolò nella RSI, ma solo «per salvare la pelle».

Alt! Qui i volti si fanno seri: vietato ironizzare sul coraggio del Premio Nobel. Sarebbe brutto imitarlo mentre, in lacrime, se la fa addosso negli ampi pantaloni della divisa repubblichina.

Se qualcuno lo facesse, verrebbe querelato all’istante: il Nobel è peggio di Berlusconi, in questo campo.

E a proposito del Berlusca, vorremmo ricordare che la carriera di Fo e quella del premier sono iniziate nello stesso modo: con una pubblicità del carosello.

Ora, a parte Berlusconi… ma un Nobel che inizia facendo gli sponsor!

Ve lo immaginate, Giosuè Carducci che assieme a Fiorello canta “La nebbia agli irti colli” per reclamizzare l’ultima offerta telefonica?

E la Deledda, che intona “Sorelle d’Italia” mettendosi un paio di collant?

Oppure Pirandello che fischietta “Ti spunta un fiore in bocca”, illustrando le proprietà del dentifricio Colgate?

E Quasimodo, che doppia il personaggio del gobbo di Notre-Dame nel film Disney?

Infine Montale, rappresentante di mangime per uccellini (non costringetemi a spiegarla, per favore).

 

Ma con Dario Fo è meglio non scherzare troppo. Mi limiterò a ripetere quello che ho già scritto in un vecchio articolo (“Sul conformismo di sinistra”, 21/11/’08):

 

«Tutto è cominciato quando i parrucconi scandinavi decisero di conferire il Nobel per la letteratura a Dario Fo (nonostante che nel corso degli anni si fossero dimenticati di Proust, Kafka, Borges, Joyce Ibsen, Brecht, Nabokov, Conrad, Valery…). Il Nobel è il premio più “pericoloso” che esista, poiché in base a decisioni arbitrarie si giunge ad influenzare la vita culturale di popoli interi. I satrapi svedesi, con motivazioni idiote (“dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”, ma chi è, Sandino?) hanno legittimato il contro-potere attraverso il potere. Questo ha decentrato sensibilmente la cultura italiana, dirottandola verso le sudice mani dei comici.

Dal 1997 in poi abbiamo assistito ad eventi inimmaginabili: comparse da avanspettacolo beatificate dal tubo catodico (Neri Marcorè interprete di Papa Luciani, Paola Cortellesi che fa la Montessori); guitti trombati dalla tv elevati a tribuni della plebe (Sabina Guzzanti e Beppe Grillo) o a maîtres à penser della domenica sera (Maurizio Crozza, col parterre di psicologi, politici, opinionisti, odifreddi e semifreddi, per sopperire con due ore di chiacchiere alla sua totale mancanza di talento; Luciana Littizzetto, la quale ha persino voluto dimostrare lo strapotere dei comici facendosi ritrarre in un calendario sexy… chi detiene il potere può permettersi di tutto: a quando le antologie dei suoi libri nei “Meridiani”?).

[…] Del resto, non appena insediato Prodi nel 2006, Dario Fo ha decretato dal salotto della Dandini che non è possibile fare satira su Prodi o sulla sinistra in generale quando al governo c’è la sinistra perché “una satira di sinistra è pericolosa, i compagni sarebbero i primi a non capire, a rimanere spiazzati e addolorati”.

Inquietante, per molti versi: forse Dario Fo intende dire che la satira è di sinistra e il potere è di destra? O forse, dal momento che “il teatro di satira è sempre morale”, quando la “morale” (anzi l’“etica”, termine più profondo) entra in “politica” (con Prodi), allora è giusto mettersi il bavaglio per ragioni di stato (For Reasons of State)?».

 

Forse ho già detto tutto. Ma concedetemi di fare ancora un po’ di satira sui satirici.

 

Parliamo di Maurizio Crozza, quello che si è beccato due ore su LA7 pur essendo incapace di reggerle. Sarà un bravo imitatore, ma non è con le sue parodie che riempie il programma. Infatti ci butta dentro il moralismo più becero, sketch da ritardato e monologhi per lobotomizzati.

Però è a tutti gli effetti un eroe, soprattutto quando attacca la Gelmini in difesa della scuola pubblica. È un suo chiodo fisso, chissà perché.

Non credo si senta in colpa per aver iscritto i suoi figli al prestigioso Istituto Privato “Champagnat” (gestito dai Padri Maristi). Anzi, questa è soltanto una vergognosa illazione: Crozza semmai ha imposto alla prole il sacrificio di dover frequentare i miliardari di Genova, quando tutti sanno benissimo che i ragazzi crescono meglio accalcati in qualche aula fatiscente.

Poi, voglio dire, perché uno che può permettersi la retta stratosferica di una scuola privata, dovrebbe andare ad occupare posti in quella pubblica? È giusto lasciare spazio ai poveri, agli immigrati e ai negri puzzolenti.

 

Se non altro, Crozza evita di farsi santificare attraverso le fiction: quando interpreta un papa, lo fa per prenderlo in giro e non per sentirsi alla sua altezza.

Molti altri comici, invece, cercano l’aureola del “ruolo serio”. E addirittura si buttano sulla religione.

Luciana Littizzetto (che si crede talmente bella da posare per un calendario) di recente ha interpretato una suora nel film Tutta colpa di Giuda. Le manca poco per raggiungere i livello del Marcorè-Luciani (Giovanni Paolo I in una commedia di Goldoni, ostregheta) e Cortellesi-Montessori (un misto tra Virginia Woolf e Whoopi Goldberg).

 

Date le circostanze, sarà il caso di aspettarsi un Daniele Luttazzi che fa Don Mazzolari, oppure Beppe Grillo nella RAI-Fiction “E Don Milani disse: vaffanculo troie”.

Ma su quest’ultimo avrei poco da dire: Grillo l’ho già insultato abbastanza.

Invece di Luttazzi ho sempre parlato pochissimo. Per conoscere questo “Matteotti della satira”, terzo appartenente alla sacra triade con Biagi-Santoro, vi invito a leggervi l’agiografia di Wikipedia.

Non so se la pagina sia stata costruita direttamente da lui, o se il divo abbia incaricato qualche suo pubblicitario. Dal momento che il brand “Luttazzi” fattura come un’azienda, propendo per la seconda ipotesi. Oppure è proprio lui che si considera “scrittore e drammaturgo”, e per questo si merita una pagina più lunga e completa dei suoi “predecessori”: Aristofane, Ruzante, Rabelais, Swift, Sterne, Karl Kraus e… Dario Fo!

Ma allora tanto valeva darlo a Luttazzi, il nobel.

 

Il Giornale lo umilia facilmente:

 

«Dicono che la sua comicità non è poi così felice? “Sono come Boccaccio: contro la peste del pensiero unico”. Spara centinaia di parole al minuto, peggio di Minoli col volto da perfetto afflitto. O forse da incompreso che trova il resto del mondo non esattamente alla sua altezza. Non era lui, del resto, che nei panni del giornalista Panfilo Maria Lippi, nel cult Mai dire gol, apriva il suo tg dichiarando: “Questa edizione del tg andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali”?»

 

Diciamo la verità: l’unica sfortuna di Luttazzi è essere nato romagnolo invece che ebreo newyorchese. Tanto è vero che si è cambiato pure il cognome: dal tristissimo Fabbri (roba da sfighé), al brillante Luttazzi (ironia della sorte, è proprio un cognome di origine ebraica – con buona pace di Lelio).

Ricordo quando, giovanissimo, esordiva in tv imitando Woody Allen persino nel modo di vestire.  Ecco cosa dice (trovate tutto nella chilometrica pagina di Wikipedia): «Molte delle battute [di Allen] contengono termini yiddish. Trent’anni fa non c’erano vocabolari yiddish, oggi io, a casa, ne ho cinque!».

Se è per questo, trent’anni fa non c’erano neppure i kit per la circoncisione fai-da-te: oggi costano meno di 60 dollari! Perché Luttazzi non se li fa mandare subito a casa? Anche Allen ha il pisello tagliato!

 

La cosa che riesce meglio al Luttazzi kasherutto è il vittimismo. Lui non è stato ad Auschwitz, però ha subito l’editto bulgaro, non dimentichiamolo! Ha tutto il diritto di parlare di cacca-pupùanale-pipìpopò-Rabelais.

A prima vista, uno così sembrerebbe un po’ coglione: va a La7 per insultare Ferrara. Ma non vuole recitare il ruolo di vittima, non sia mai! Per questo, quando è stato cacciato, se ne è andato con dignità, quasi con eroismo. Non ha tirato in ballo il fatto che dietro ci siano le battute che voleva fare sull’enciclica Ratzinger.

Anzi, no, aspettate… Lo ha tirato in ballo eccome: «Sono stato cacciato da La7 perchè nella puntata successiva avevo intenzione di commentare l’ultima enciclica di Papa Ratzinger e me lo hanno voluto impedire».

Ma allora voleva beatificarsi anche lui, voleva fare il glossatore ecclesiastico!

“Commento all’enciclica”, lo chiama:

 

«Nel mio monologo (di venti minuti) non prendevo in giro il Papa, lui è un sant’uomo. Mi interessava il tema: confrontavo i punti principali dell’enciclica di Ratzinger con argomenti satirici. Ho un punto di vista eterodosso, certo sconfesso la sua visione del Purgatorio, ma le mie battute su temi seri divertivano. Contestavo la visione dolorifica del mondo contenuta nell’enciclica e il plagio di massa delle religioni. La satira non è una burletta, la satira è una cosa seria».

 

Caro Daniele, per tutto questo in tv ci sono già comici di punta come Don Barbero o Don Gallo, che fanno anche più ridere di te!

 

A parte il vittimismo, è giusto ricordare che, quando si tratta di copiare, Luttazzi non disdegna la satira non-kasher. Lì non fa alcuna discriminazione: in internet si trovano interi elenchi di battute plagiate. Anche quella famosissima su Ferrara nella vasca da bagno, è stata rubata al comico americano Bill Hicks. In effetti, è un po’ diverso che  ispirarsi a Plauto e Boccaccio… Ma lui risponde che è una specie di “caccia al tesoro”: chi scopre a quali autori si ispira, vince una maglietta o un cappellino.

 

Mi sembra di aver detto tutto. Ma è satira, che diamine, siamo seri! L’ho già specificato all’inizio, ma voglio ripeterlo ancora. Non si sa mai; sembra che Luttazzi abbia gli avvocati al guinzaglio. Ecco un suo commento in Wikipedia a proposito delle citazioni:

 

«Ciao. Sono Daniele Luttazzi. Qualcuno degli autori Wikiquote mi ha chiesto se ero d’accordo sulla pubblicazione di alcune mie battute. Ok, ma solo una decina. Di più è approfittarsene. Non costringetemi a ricorrere all’avvocato».

 

Considerando che le sue battute non copiate sono meno di dieci, è un avviso sensato.

Però non vorrei che, sentendosi un dio in terra, “ricorresse all’avvocato” anche da queste parti.

La mia è soltanto satira, mia cara verga d’asino (come diceva Rabelais). Se non lo capisci è perché al posto del cervello hai un budello culare (come diceva Rabelais), e come dice quel proverbio inventato da Rabelais, «a cul che sbroda, non manca mai merda». Infatti la tua faccia assomiglia a una «maschera di merda di vacca» (come diceva Rabelais) e sarebbe più facile «cavare un peto da un asino morto» (come diceva Rabelais) che trarre una battuta divertente da quella tua lingua pricocolina (come diceva Rabelais). Ma non vorrei farti «pisciare dagli occhi» (come diceva Rabelais), perché so che in vita tua hai sofferto moltissimo, non solo di «violente coliche ventose» (come diceva Rabelais), essendo tu «flemmante di chiappe e baritonante di culo» (come diceva Rabelais), ma anche e soprattutto di onanismo feroce, quando giocavi solitario e raminguo a pimpopompetto (come diceva Rabelais), fino a «spomparti con lo stoppino in secca» (come diceva Rabelais). Non sono congetture, sei tu, cara testa di mentula (sai chi lo diceva? Rabelais!), che in metà dei tuoi libri parli solo di scrotologia, o, per dirla senza Rabelais, di seghe. Non è colpa mia se un giorno «quelle quattro chiappe che ti misero al mondo» ti scoprirono in cameretta a biscottartelo in solitaria (Rabelais), quando ti «dispremevi e sgocciolavi a tal punto i vasi spermatici da restarne slombato, imbambolato e infrollito» (Cfr. F. Rabelais, Gargantua e Pantagruel).

 

Dicevo: la mia è soltanto satira! Non sto dicendo che Daniele Luttazzi conosce Rabelais soltanto per nome, e che in verità non lo ha mai letto in vita sua.

Dico soltanto che Luttazzi ha la faccia come un peto e a quarant’anni suonati passa ancora le sue giornate a spulcellarselo.

Questo è Rabelais, minchione! Non le patacche giudaico-americane che vai collezionando da anni.

 

E così ho finito per parlare anche di Luttazzi.

Ora, chi è il prossimo della lista? Ah sì, il clan Guzzanti!

Contiamoli: Paolo, Sabina, Corrado e Caterina. Sono quattro, anzi cinque (come i Fratelli Marx), se aggiungi pure il nonno ottantanovenne.

Il capo-comico, Paolo, è il miglior battutista. Ricordiamo il suo repertorio classico («Prodi e Pecoraio Scanio erano gli uomini di fiducia del KGB in Italia») e le sue esibizioni assieme alla spalla Scaramella (la loro fama è arrivata fino in Inghilterra).

Con la sua ultima uscita, «Berlusconi mi fa vomitare», ha superato anche il figlio Corrado. Non è che lo ha detto per qualcosa di serio, no: ha attaccato Berlusconi sull’unica cosa giusta che ha fatto, ovvero l’alleanza con Putin. Qui si riconosce il comico di razza: quello che ama il paradosso, il grottesco, l’assurdo. Per fortuna che è soltanto un cabarettista e non un politico, altrimenti saremmo rovinati.

Ancora più interessante è la carriera di Sabina, trucidona romana che può dare della fellatrix (per non dire di peggio) al ministro Carfagna, sapendo che il papà correrà a difenderla.

Ma i due non si erano diseredati a vicenda? Magie del clan.

Certo è incredibile che dopo l’insuccesso di Bimba, il suo primo film da regista (del 2001), la Guzzanti abbia avuto tantissime possibilità di riprendersi. Di solito se un regista comico sbaglia il primo film, è spacciato: penso a Andy Luotto (Grunt!, 1982), Enrico Montesano (A me mi piace, 1985), Francesco Salvi (Vogliamoci troppo bene, 1989), Alessandro Paci (Andata e ritorno, 2001), Alessandro Siani (Ti lascio perché ti amo troppo, 2005).

Tutti personaggi popolari che un anno prima conducevano programmi, erano onnipresenti in tv, e un attimo dopo si ritrovavano a fare le comparse in produzioni di serie b (Beppe Grillo ha avuto un destino simile).

Ah, già, ma Sabina Guzzanti non è una comica! Come mi è saltato in mente di paragonarla con gentaglia come Montesano e Salvi? Sabina è la Coscienza Morale del Paese! Lei non racconta barzellette, non fa imitazioni, non spernacchia: lei fa opposizione. No, di più: fa resistenza.

Per questo è sempre sulla cresta dell’onda. Cosa pensavate?

Anche suo fratello, che ha toppato incredibilmente con Fascisti su Marte (roba da far scappare la gente dal cinema), avrà modo di rifarsi.

 

La morale è questa: i satirici auto-eletti possono diffamare chiunque, in nome di quella che loro stessi chiamano “satira”. Gli altri, i non-satirici, non possono. È per questo che bisogna restare abbottonati. La satira è un potere, con i suoi avvocati pronti a querelare.

Perché per loro nulla è sacro, se non la satira. E “satira”, ripeto, è tutto ciò che loro chiamano “satira”.

 

Ma la conclusione è ancora più triste: la satira non è indicativa del livello di democrazia di un paese. Il potere può usarla come e quando vuole: in una conferenza George W. Bush si fece affiancare dal comico Steve Bridges, in un esilarante duetto dove l’imitatore “interpretava” i pensieri del presidente. Dalla parodia di Bridges, Bush jr. ne esce come un ubriacone analfabeta e ritardato. George Walker però sta al gioco, e alla fine benedice l’America per la libertà di parola. Geniale, per uno Stupid White Man.

 

In Italia, le cose sono diverse: sfortunatamente per Berlusconi, non esiste davvero una satira indipendente. Lo si vede anche nelle scenette quotidiane del salotto buono dandyniano: Neri Marcorè che imita la Binetti è satira, fa ridere, è intelligente. Non è la staffilata di un lacchè di partito contro chi si permette di dissentire. Marcorè, è vero, ha fatto gli spot per il PD, ma che significa? Se non imita Veltroni o Franceschini è perché i due personaggi sono troppo ammirevoli per esser presi in giro. Anche Paola Concia evidentemente non si merita una imitazione: la satira su di lei sarebbe offensiva, anti-democratica, intollerante.

Insomma, Paola Binetti può essere presentata come una vecchia pazza chiusa in un confessionale, posseduta dal demonio mentre lancia anatemi.

Ma se Paola Concia venisse ritratta come una erotomane che pensa alla “forbice fiscale” come ad una posizione sessuale, allora sarebbe “satira fascista” (come moraleggia Luttazzi sul suo inutile blog).

 

Per concludere, la satira italiana fa schifo, rincretinisce e si prende troppo sul serio. Se sottoponessero questi comici alla lenguada di Bonfiacio VIII, mi offrirei per battere il primo chiodo.

 

Roberto Manfredini

 

 

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