Nuove Amazzoni

Le guerre, è vero, si fanno per migliaia di motivi; ma non per questo è sbagliato valutare l’apporto ideologico del femminismo alla creazione dello “scontro di civiltà”.

 

Soltanto i “nuovi maschi” sono disposti a distinguere tra un femminismo buono ed uno che invece si è incattivito.

È facile capire il perché: fin da piccoli è stato loro insegnato che la guerra la fanno solo i “maschietti”, e che soltanto la ginecocrazia può trasformare il mondo in un bel nido accogliente.

In questa visione ottenebrata, il femminismo buono sarebbe quello che ha combattuto per i “diritti civili”, e che ancora oggi scende per le strade contro il patriarcato.

Il femminismo cattivo è invece quello che si fa servo della «violenza coloniale e patriarcale del conquistatore», e combatte per la liberazione delle donne dall’Islam.

(Per inciso: il vero peccato di quest’ultimo tipo di femminismo, per chi crede a tale distinzione, non è quello di appoggiare la guerra, ma di non accettare pienamente il multiculturalismo).

 

Queste suddivisioni sono più che mai fallaci: le due parti combattono assieme la stessa guerra. Sono intercambiabili. L’unica differenza è che, mentre il femminismo buono (vetero-femminismo, che di “buono” in realtà aveva pochissimo) ha combattuto la battaglia all’interno della propria cultura d’appartenenza, quello cattivo si muove attualmente a livello globale. Ma l’opposizione è finta: nessuna delle due sponde combatte realmente l’altra.

 

Eccome come si svolge abitualmente uno di questi scontri fasulli: la neofemminista si lamenta perché le vetero-femministe non hanno il coraggio di dire che gli immigrati sono tutti stupratori.

Le vetero-femministe rispondono che i veri stupratori sono mariti, amanti, padri, fratelli ecc… e che l’avversione agli immigrati è solo un retaggio del “maschilismo latino-sciovinista”, che non vuole altri maschi-alfa a contendere le “prede”.

Allora le neofemministe rinfacciano alle vetero-femministe il loro ipocrita multiculturalismo.

Infine, Maria Laura Rodotà interviene dando ragione ad entrambe: «Restiamo unite, sorelle».

 

Le vetero-femministe si comportano come quel soldato giapponese rimasto nella giungla a combattere da solo. La loro opposizione “pacifista” e di “sinistra” al neo-femminismo, oltre ad essere falsa, è pure inconsistente: non hanno più voce in capitolo. Perciò i giornali si divertono a sbeffeggiarle come e quando vogliono (se fossero forti, non si permetterebbero): «Ah, non siete venute al funerale di Hina! Vergogna!».

Quindi per quelle vetero-femministe, col simbolo della pace cucito sul giubbotto e le mani unite a formare una vagina, provo più pena che avversione. Spero ci sia sempre qualcuno che si prenda cura di loro, riportandole in ospizio a fine manifestazione.

 

Parliamo invece delle ideologhe che contano: le “femministe globali”.

In questo movimento internazionale spiccano i nomi di Ayaan Hirsi Ali e Irshad Manji.

 

Ayaan Hirsi Ali è un personaggio sicuramente meno superficiale di Oriana Fallaci (comunque figlia del femminismo tricolore) o di Bat Ye’Or (femminista a comando, per il bene di Èretz Israèl).

Al di là delle formule rituali della propaganda bellica, le sue considerazioni sul “maschilismo islamico” (generate da una islamofobia quasi apocalittica), sono illuminanti. Nel suo appello alle “sorelle” di tutto il mondo (“Care femministe occidentali, lottate per le donne islamiche”, Corriere, 26/04/’09) A.H. Ali afferma:

 

«Il movimento femminista è andato in bancarotta […] Le femministe hanno abbracciato l’ideologia del multiculturalismo. […] Nei confronti dell’uomo musulmano hanno una sensibilità che non avevano per l’uomo cristiano […] L’idea in sé di liberare le donne dalle catene della tradizione e della religione è oggi negli Stati Uniti una questione sostenuta e promossa con passione dal partito repubblicano. È un paradosso perché una volta era la missione principale della sinistra. Idealmente dovrebbe essere una questione bipartisan. Ma di fatto in Europa e in America sono i conservatori a parlare e offrire denaro e tempo per la questione delle donne musulmane».

 

È quasi una rivendicazione dei bombardamenti americani sull’Afghanistan: sono per «le donne [che] in Afghanistan protestano per il diritto a lavorare, a non essere stuprate nel matrimonio o costrette a sposarsi, tutte cose che le europee e americane hanno conquistato».

Interessante, in ogni caso, che Ayaan Hirsi Ali non parli come “rappresentante delle donne islamiche”, ma come atea conclamata, neolib per passione, neocon per professione, “illuminista” per fede:

 

«Il principio dell’oppressione [è] contenuto nel Corano e negli insegnamenti di Maometto. […] La prima battaglia che le donne musulmane devono combattere non è contro gli uomini che le opprimono, né contro lo Stato: è contro il loro stesso Dio».

 

Qualcuno si sarà accorto che questa dichiarazione conferma la mia tesi del “femminismo bifronte”: l’accusa al “monoteismo”, anche se questa volta è islamico, ricalca le folli diatribe di trent’anni fa su femminismo e politeismo. I discorsi sull’avvento della Grande Madre destinata a succedere al Dio Padre, sul “Dio delle donne”, le Dee madri, il politeismo femminista ecc… sembrano raccogliere nuovi consensi.

Ha ragione Susanna Camuso a sostenere che «il movimento femminista è come un movimento carsico: compare e scompare». Del resto, anche le arpie compaiono e scompaiono nei racconti mitologici…

 

L’altra “neofemminista globale” è Irshad Manji. Meno scafata della Hirsi Ali, si fa notare subito come donna-oggetto. Oggetto della propaganda, ovviamente.

Henry Makow le ha dedicato un articolo del suo Cruel. Hoax. Feminism & The New World Order [Silas Green, Toronto, 2007, pp. 94-97: “Lesbian Muslim Reformer is a New World Orderly”, 16/08/’04].

Irshad Manji, oltre ad essere una “islamica riformista”, è anche una lesbica dichiarata. Per le sue importanti conferenze viene pagata 7.500 dollari all’ora: sembra che a finanziarla siano associazioni come la Jewish Women’s Federation, che sgancia il lauto compenso per partecipare a dibattiti sul «Perché sostengo le donne, gli ebrei e il pluralismo» (questo il titolo dell’incontro di Winnipeg).

Pur essendo un complottista estremo, Henry Makow scrive su Irshad Manji cose molto attendibili:

 

«È ridicolo sentire la Manji esortare i musulmani a cambiare le loro tradizioni, di fronte ad una platea composta quasi esclusivamente da ebrei […]. In una delle sessioni, l’unica donna musulmana presente alla conferenza di Winnipeg, ha detto di aver avuto un bambino fuori dal matrimonio senza il consenso della sua famiglia. Ed ha aggiunto di aver adottato anche due bambini aborigeni, così da formare una famiglia di “nazioni unite”. È stata calorosamente applaudita per la sua ribellione, e presentata come un esempio di tolleranza razziale. Dubito che qualcuno degli ebrei presenti avrebbe applaudito se quella donna fosse stata sua figlia».

 

«Nei suoi discorsi, Irshad Manji allude vagamente all’oppressione delle donne nella società musulmana. Auspica una politica di prestiti a micro-credito solo per donne (gli uomini esclusi), affinché esse possano diventare “imprenditrici”. Così i musulmani sarebbero costretti a “lavorare per le loro mogli”. In altre parole, lo scopo è di privare gli uomini del loro ruolo sociale. I musulmani sono gli unici a resistere contro il Nuovo Ordine Mondiale, proprio perché non si sono fatti castrare come i maschi occidentali. […] Manji vorrebbe esportare la distruzione della famiglia occidentale e il crollo della natalità attraverso la “liberazione” delle donne. Proprio come un’attivista lesbica. […] Ha aggiunto che alcune donne in Afghanistan stanno usando questi micro-prestiti per aprire scuole femminili (non maschili). “Credono che educando un ragazzo, si educhi soltanto lui”, ha detto. “Mentre se educhi una ragazza, allora educhi l’intera famiglia”. […] Questo tentativo di escludere il padre [dall’educazione familiare ] è il tipico attacco subdolamente condotto contro la famiglia eterosessuale, messo in atto dalle cosiddette “donne di coscienza” e “campionesse dei diritti umani”».

 

In una parola, esportazione della vaginocrazia: e il gioco è fatto.

 

Roberto Manfredini

 

 

One Response

  1. AF Says:

    “Queste suddivisioni sono più che mai fallaci: le due parti combattono assieme la stessa guerra. Sono intercambiabili.”

    Infatti, è esattamente così.

    Quello che tu chiami il “neo-femminismo”, io lo chiamo il “femminismo guerriero”, per la chiara influenza neocon/sionisteggiante che si nota in esso (basta aver letto qualche articolo dell’organo di stampa ufficiale dei Neocon in Italia, cioè il Foglio, per capire di che parlo).

    E’ un femminismo “con le armi in pugno”, che dopo aver “distrutto” il ruolo e l’identità maschile nei paesi occidentali, avendo ormai fatto “terra bruciata” in Europa e Nord America, si sta adesso muovendo in quei paesi, perlopiù a maggioranza Islamica, che ancora non hanno adottato il modello di società che propugna il femminismo, quello cioè della totale interscambiabilità dei ruoli, quello della distruzione “senza se e senza ma” delle Identità di Genere (sostituite queste dall’ideologia dell’individualismo, che è la vera punta di diamante del femminismo), e della ricostruzione della società in senso simil-matriarcale:

    “Quando le donne si potranno mantenere da sole, e avere accesso a tutti i settori e professioni, con una casa propria e un conto in banca… solo allora potranno possedere il loro corpo ed essere delle dittatrici nella vita sociale” -Elizabeth Cady Stanton

    La Stanton era un di quelle che faceva parte del “femminismo buono” (secondo una certa vulgata molto trendy anche fra molti “antifemministi”, che distinguono in “femminismo degli anni d’oro” e in “femminismo moderno”, come se i due non fossero intimamente connessi).

    Il “femminismo in armi”, adesso si sta proiettando in quei paesi “non allineati” al Nuovo Ordine Mondiale Femminista, quello promulgato dalle Nazioni Unite, da Amnesty International, e da tutti quegli organismi transnazionali che vogliono uniformare il mondo ad un unico modello che accetti le “regole del mercato globale”, per quanto riguarda l’economia, e la “parità fra i sessi” per quanto riguarda la vita sociale.

    Le retorica sull’Eurabia [1], che è stata diffusa principalmente da Bat Ye’Or (che citi), e poi ripresa dalla Fallaci e dal Pinocchio d’Egitto (Magdi Allam), rientra in questo ambito di espansione del Femminismo Globale. Dopo aver “distrutto” la Maschilità in occidente, adesso si è deciso di fare la stessa cosa in Medio Oriente. Avrai sentito, ad esempio, parlare di Asra Nomani, una che si dichiara “musulmana” (come Magdi Allam…), ma che va in giro a dire che l’Islam deve acconsentire al matrimonio fra lesbiche e alle Imam donne. Praticamente la stessa cosa che le femministe hanno fatto da noi (tra non molto anche la Guardia Svizzera del Vaticano ammetterà tra loro le prime “donne”).

    Su una cosa, comunque, le vetero-femministe e le neo-femministe sembrano trovarsi d’accordo: la non-denuncia delle donne vittime di Islamofobia.

    Mi riferisco, ad esempio, al terribile caso di Marwa el-Sherbini. Perchè nessuna femminista ha denunciato il brutale assassinio di questa donna musulmana, motivato solo ed esclusivamente dalla demenziale e isterica islamofobia dilagante oggi in Europa ?

    Per Hina si strappano le vesti, e usano il caso come fosse una “musica di guerra” da suonare nella marcia contro i paesi musulmani.

    Ma per Marwa el-Sherbini, quel che si è sentito è stato solo un silenzio di tomba. Anche la Sherbini, si può includere nelle vittime dell’Islamofobia Femminista diffusa a piene mani da femmine come la Santanchè, la Mussolini, la Fallaci e tutte quelle altre iper-femministe che anni fa davano contro gli uomini europei e americani, e adesso si son riciclate contro un avversario più “divertente” (perchè non ancora addomesticato): l’uomo musulmano.

    Riccardo

    [1] perlopiù un accrocchio di scemenze criminali, basate su un’inesistente “esplosione demografica” dei “musulmani” in Europa, che miracolosamente dovrebbe passare dall’attuale 4.5% di musulmani di nascita, perlopiù non praticanti, che abbiamo ora, ad un miracoloso 40% fra 20 anni: roba che solo chi crede nella “nobile menzogna” come arma politica, cioè i neocon, avrebbe il coraggio di promuovere. Direi che l’intera palla dell’Eurabia è già stata ampiamente smontata da Miguel Martinez, e adesso finalmente anche negli USA si stanno moltiplicando i giornalisti che hanno iniziato a sbugiardare questa specie di complotto che sa tanto di “Protocolli dei Savi Anziani di Islam”. Se non lo conosci già, ti segnalo ad esempio quest’ottimo sito nato con il solo scopo di sbugiardare le palle sull’Eurabia:

    http://www.loonwatch.com/

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