Mi piacerebbe con voi osservare le vicende di alcune celebrità che, in modo diversi, hanno ingannato se stesse e gli altri sulla loro virilità, concedendosi un tragico destino.
Il percorso potrà sembrare bizzarro, ma sono gli esempi più semplici che mi son venuti in mente (di sicuro ve ne sono molti altri).
Il primo della lista è Pier Paolo Pasolini (1922-1975).
Pasolini non aveva nulla della “checca”: impersonò sempre caratteri assolutamente virili (dal prete messicano di Requiescant al Giotto del Decameron), così come, attraverso la sua immagine pubblica, tenne sempre a darsi un tono “eroico”, “olimpico” (a differenza, ad esempio, del patetico e detestabile Sandro Penna – col quale, per inciso, organizzava delle “gare pedofile”).
La sua vicenda è infatti un caso da manuale: rapporto conflittuale col padre e attaccamento ossessivo alla madre.
Lo psicologo Giuseppe Casadio analizza il problema con classico linguaggio freudiano [“Pasolini, appunti su un'analisi mancata”, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 47, 2000]:
«In Pasolini né l’apprendista psicoanalista né l’artista hanno aiutato l’uomo ad affrancarsi dalle sue ossessioni. Tra le sue contraddizioni questa colpisce più di ogni altra; […] l’artista non è riuscito ad “oggettivizzare” nella sua opera il conflitto interiore che lo lacerava: intuizioni, frammenti geniali, squarci intensissimi dell’anima, ma tutto è rimasto incompiuto, sospeso e tragicamente spezzato in quella notte del novembre del 1975 dove l’ennesima messa in scena dei fantasmi originari ha posto fine alla vita di uno dei testimoni più acuti ed inquietanti della cultura italiana.
La vita e l’opera di Pasolini si tirano dietro il peso insostenibile di un irrealizzabile affrancamento da quello che Freud considerava il triangolo fondamentale di ogni relazione umana [padre-madre-figlio] […]. Raccogliere l’eredità paterna, per un maschio significa, tra le altre cose, condividere del padre il desiderio del corpo materno, spartire la violenza o l’impotenza che quel corpo suscita. Il padre non è solo colui che compare dopo ad ostacolare il rapporto con la madre. È anche il dio cui il figlio vuole sottomettersi per poter un giorno diventare simile a lui. Il tramonto dell’Edipo - la sua risoluzione positiva - è la rinuncia all’emulazione del padre, l’accettazione della propria inferiorità, mitigata dall’identificazione con la figura paterna di cui si condivide l’identità di genere. […] Incoraggiandolo a sostituirsi al padre, la madre toglie al figlio ogni possibilità di azione perché egli è certamente inadeguato a placare l’intensità del desiderio materno: non potrà mai penetrare quel corpo, andare fino in fondo; fosse pure solo in modo allucinatorio, fantastico. [Dice Pasolini]: “Non ho mai sognato di fare l’amore con mia madre. Neanche sognato. Ho piuttosto sognato, se mai, di fare l’amore con mio padre (contro il comò della nostra povera camera di fratelli ragazzi) e forse anche, credo, con mio fratello; e con molte donne di pietra”.
L’universo di Pasolini è un universo in cui non c’è posto per il femminile o meglio c’è posto solo per la donna-madre, la sfinge di cui Edipo s’illuse di aver sciolto l’enigma decisivo.
L’enigma della femminilità per Pasolini è pietrificato in un tabù che non è possibile infrangere: il coito eterosessuale è sempre apparso ai suoi occhi un orrore da cui ritrarsi. E, tuttavia, con il passare degli anni, con lo svanire della giovinezza, il fantasma del padre ha sempre più reclamato la sua parte dell’anima; al mistero inaccessibile del femminile si è affiancato il mistero costituito dal padre: e, forse, nell’amore “di corpi senza anima”, accanto alla nostalgia paralizzante del corpo materno, c’era anche - in una indecifrabile trama di identificazioni e di scissioni dell’io - una disperata ricerca del padre.
[…] Alla psicoanalisi Pasolini chiedeva solo la conferma dell’ineluttabilità del proprio demone. […] Le ragioni della sua analisi mancata possono essere molte. […] Forse in Pasolini c’era […] il convincimento che nulla l’esperienza analitica potesse aggiungere alla conoscenza di sé, soprattutto se questa conoscenza è condotta con lucido, implacabile rigore. […] Ma “l’autoanalisi durata tutta una vita” può tramutarsi nell’autoinganno di tutta una vita. […] Sollecitando un’impossibile assoluzione dal mondo dei padri, Pasolini si esponeva volontariamente al giudizio e alla condanna da lui stesso provocati. Ogni sarcasmo “borghese” sulla sua omosessualità era la conferma dell’impossibilità del perdono, della riconciliazione con il mondo dei padri […]».
In molte interviste Dacia Maraini (con tono leggermente diffamatorio, per deplorare il “maschilismo” dell’artista), ricorda che per Pasolini:
«l’amore si identificava nell’amore per la madre. Diceva di non poter far l’amore con una donna, perché sarebbe stato come farlo con sua madre».
«Aveva pochissimi rapporti con le donne, soprattutto non aveva mai avuto un rapporto sentimentale, che è sempre un modo di capire le persone: amare una persone vuol dire capirla. Ora, l’unica donna che lui ha amato è la madre. Quindi in un certo senso lui ha cercato di vedere il mondo attraverso gli occhi della madre e attraverso quello che per lui rappresentava questa madre. Infatti, quando aveva un certo sentimento di amicizia con una donna, spesso la vedeva come una madre: è successo nel caso della Laura Betti, è successo nel caso della Elsa Morante».
Nella “Cronologia” che introduce le Lettere 1955-1975 [Einaudi, Torino, 1988], Nico Naldini racconta:
«La notte del 19 dicembre, Pasolini torna a casa appena in tempo per vedere il padre morire. Soffriva di cirrosi epatica e invece di curarsi, come sempre beveva molto. […] “Non ci dava ascolta a me e mia madre, perché ci disprezzava”, dirà il figlio. Ma è difficile intendere questo disprezzo perché anche negli ultimi anni il vecchio Pasolini era riuscito a manifestare la sua orgogliosa devozione al figlio, lasciando le tracce della sua calligrafia nei margini bianchi dei tanti articoli che testimoniavano i suoi successi e le sue fortune, diligentemente datati e inviati ai parenti» [p. XLIV].
Altre testimonianze confermano che il padre di Pasolini non fu un “padre padrone”; semmai un pover’uomo succube del perverso sodalizio tra madre e figlio.
Pasolini, in una lettera a Francesco Leonetti (21 dicembre 1958), proverà a confessare le sue mancanze nei confronti del genitore:
«[Mio padre] è morto due notti fa, dopo un’emorragia la fegato, che l’ha martirizzato. Tu sai come io andassi poco d’accordo, con mio padre, come in certi momenti e in certo modo quasi lo odiassi: ma è morto in un modo che ora mi fa sentire colpevole per qualsiasi mio sentimento avuto verso di lui. Gli ultimi giorni aveva una faccia che chiedeva pietà: “Non lo vedi che sto per morire?” pareva mi dicesse. E io continuavo ad essere duro e evasivo con lui, sempre rimproverandogli le terribili sofferenze che aveva dato a mia madre e a me. Voleva morire, non si curava, non aveva più niente al mondo, se non la sua cupa angoscia, il suo odio, il suo bisogno di essere un altro, di amare e essere amato. Se n’è andato così, come a perpetuare uno sciopero contro di noi e la vita che da tanti anni attuava: improvvisamente, o troppo presto, insomma. Le uniche piccole sue gioie erano i miei successi letterari: e in questi ultimi tempi ce n’erano stati pochi. È morto veramente senza nessun conforto».
[Cfr. Lettere 1955-1975, cit., pp. 406-7].
Tutti quelli che gli erano vicino, concordano nel ricordare l’ultimo Pasolini posseduto da un desiderio di dissoluzione. Questo cupio dissolvi marchia a fuoco i versi del dramma postumo Bestia da stile:
«Proprio perché è festa.
E per protesta voglio morire di umiliazione.
Voglio che mi trovino morto col sesso fuori,
coi calzoni macchiati di seme bianco, tra
le saggine laccate di liquido color sangue».
Pasolini è l’esempio più illustre di una virilità che si è vendicata sul proprio “traditore”.
È facile constatare le analogie tra le sue vicissitudine e quelle dello scrittore giapponese Yukio Mishima. Marcello Veneziani immagina l’omosessualità dei due come “aristocratica” e “iniziatica”, a metà strada tra l’antica Grecia e il nietzschianesimo. Una pederastia elitaria, una contro-natura di per sé innaturale.
Entrambi commisero il seppuku: in forma squallidamente borgatara Pasolini; in quella nobilmente tradizionale Mishima. Tutti e due, per giunta, “assistiti” dai propri amanti. Epilogo grottesco di virilità oltraggiate.
Passando ad una personalità altrettanto geniale e tragica, introduciamo la figura del regista Rainer Werner Fassbinder (1945-1982).
Quando morì, a trentasette anni, aveva già girato 43 film: dietro la macchina da presa riusciva a darsi un’autodisciplina totale, cosa che invece gli era difficile nella vita vera.
Fassbinder sapeva di non essere omosessuale, né bisex. Diceva persino di voler di “costruire una famiglia tradizionale”, anche se per finanziarsi i primi film mandava le sue donne a prostituirsi tra gli immigrati.
Sceglieva i suoi amanti tra gli strati poveri della popolazione, per usarli anche come attori. Uno di questi, che lui chiamava “il mio negro bavarese”, aveva la mania di sfasciare macchine di lusso; un altro, un marocchino raccolto dal giro della prostituzione, terrorizzava Fassbinder con violenti attacchi di gelosia; un terzo, ex-macellaio, si suicidò nello stesso anni in cui morì il regista.
Nel 1970 Fassbinder si sposò con Ingrid Caven, ma il giorno delle nozze la sposa lo trovò a letto insieme al suo testimone. Dopo il divorzio, il regista si mise assieme a Juliane Lorenz, sua segretaria di produzione, senza peraltro smettere di frequentare altri uomini. Ma da lei pretendeva assoluta fedeltà, tanto che quando scoprì la sua relazione con uno degli elettricisti, le stracciò sotto gli occhi il certificato di matrimonio.
È la stessa Lorenz a confermare l’eterosessualità di Fassbinder. Allora non è un caso che il suo ultimo film sia stato Querelle de Brest, insignificante storiella di tresche amorose tra marinai, basata sul solito romanzo-patacca di Jean Genet (altro triste figuro, che tuttavia non ebbe nessuna virilità da tradire). È l’opera più smaccatamente gay di Fassbinder, l’unica in cui appare un’esplicita scena di sodomia (per non farsi mancare nulla).
Il film venne presentato postumo a Venezia: pochi mesi prima il regista era stato ritrovato nel suo letto, schiantato dall’ultima overdose. Non è dunque sintomatico che proprio Querelle sia stata l’ultima pellicola? Forse un segnale inconscio di una virilità in rivolta.
Gli esempi artisticamente interessanti terminano qui. qui. Ora tratteremo personaggi che, a parte la tragica fine, hanno poco da condividere con i grandi di cui sopra: sono soltanto comparse della società dello spettacolo, dimenticate in fretta.
Il primo è River Phoenix (1970–1993), attore americano di culto, una versione sfigata e postmoderna di James Dean. Se non si fosse ammazzato con la droga, avrebbe avuto un carriera strepitosa: prima della morte era già stato scritturato per film come Intervista col vampiro, Poeti dall’inferno e Il Corvo. Invece, a soli ventitrè anni, decise di farla finita.
È interessante notare che la vita di Phoenix fu modellata dal neo-moralismo hollywoodiano. L’attore proveniva da una famiglia che negli anni ’60 si unì ai “Bambini di Dio”, potentissima setta porno-spiritualista che incentivava la prostituzione sacra e la pedofilia, purché fossero praticate tra sessi diversi (l’omosessualità era l’unico peccato sessuale riconosciuto da essi). River Phoenix crebbe in questo ambiente assieme ai due genitori hippy, che gli diedero il nome di “fiume” per tributare la grandezza di Madre Terra (sua madre infatti era Earth, sua sorella Rain).
La carriera di Phoenix toccò l’apice con My Own Private Idaho di Gus Van Sant, nel quale l’attore interpretava un prostituto tossicodipendente. È da quel momento, dicono i conoscenti, che cominciò ad abusare di ogni tipo di droga. Inutile ricordare che Phoenix, a differenza dell’altro interprete del film (Keanu Reeves, che infatti è ancora vivo) non era gay: eppure al festival di New York nel quale fu mandata la prima di My Own Private Idaho dichiarò che in futuro avrebbe girato quasi esclusivamente film dedicati all’omosessualità.
Anche in questo caso il “gioco” non ha retto; ma sembra che la virilità sia più vendicativa nei confronti di chi la tradisce per vile danaro.
La recente scomparsa di Heath Ledger (1979–2008), ucciso da un cocktail di barbiturici, conferma quanto ho appena detto. L’attore raggiunse la notorietà universale con il western omosessuale Brokeback Mountain, che può essere considerato il suo ultimo film di successo.
Il gay-cowboy interpretato da Ledger è una delle più sfacciate operazioni di propaganda a favore della pederastia. Lucetta Scaraffia ha dichiarato al Corriere:
«È un grande spot per i gay. Li mostra belli felici, mentre le donne sono brutte noiose e le famiglie un inferno con bimbi sempre malati. Insomma uno spottone sull’omosessualità che non manderei in onda. La realtà è molto più variegata».
Il film è soltanto questo: uno “spot” per mostrare quanto sono eccitanti le effusioni tra due uomini. In Italia, poi, si è superato il senso del ridicolo, mandandolo in onda senza le scene di “amore”. Giustamente l’Arcigay ha protestato contro la Rai: senza di quelle, il film non serve a nulla.
Ma pare brutto infierire: in fondo Ledger, con il suo suicidio, ha messo a posto le cose. Brokeback Mountain verrà ricordato soltanto come il film che ha ammazzato il giovane attore: niente più fuochi d’artificio per l’erotismo gay di massa.
La lista potrebbe finire qua, ma è giusto ricordarne un altro paio.
John A. Costelloe (1961–2008), divenuto famoso per il ruolo di pompiere gay nella serie tv Sopranos, si è sparato un colpo in faccia. Non è per cinismo che confermiamo ancora una volta l’eterosessualità dell’attore. È per questo che la sua interpretazione è poco credibile: un baffuto motociclista che amoreggia con un italo-americano obeso. Solo i Village People avrebbero potuto immaginare una scena più imbarazzante di questa.
Forse Costelloe ha compreso troppo tardi che la sua virilità non valeva un ingaggio.
L’ultimo caso, il più recente, è quello di Stephen Gately (1976–2009), soffocato dal suo stesso vomito dopo una notte di ubriachezza selvaggia. Anche su di lui, è necessario dire qualcosa. Gately aveva raggiunto il successo come membro della boy-band Boyzone. Questi gruppi musicali nascono per un solo scopo: vendere dischi, magliette e gadgets alle ragazzine.
I discografici li costruiscono a tavolino, scegliendo accuratamente i caratteri che ognuno dovrà interpretare: lo sfacciato, il buono, il sentimentale, il cattivo, l’introverso (cinque è il numero fisso dei componenti).
Soltanto dopo lo scioglimento della sua boy-band, Gately aveva rivelato pubblicamente di essere omosessuale, con queste parole:
«È la cosa più difficile che ho mai fatto, ma la devo ai miei fan, oltre che a me stesso: devo essere completamente onesto. So che potrà essere una bomba per i nostri seguaci. Molti di loro saranno scioccati. Spero che capiscano quanto è importante per me rivelare di essere gay».
Fu una “bomba” a tutti gli effetti: se Gately fosse uscito allo scoperto prima, difficilmente la band avrebbe avuto quei successi di vendite che lo resero miliardario.
Sembra che nei casi in cui gli incassi sono alti, la morte giunga nel momento meno adatto: Phoenix e Ledger erano pronti a sfondare ai vari festival del cinema con i loro nuovi film; Costelloe si era reinserito nel mondo delle fiction e non avrebbe avuto difficoltà a trovare altri ingaggi; Gately aveva appena resuscitato i Boyzone con i suoi vecchi colleghi.
A questo punto, ci si domanda che fine farà quel redivivo Harvey Milk, Sean Penn: a parte le chiacchiere, non gli resta che fare coming out…
Roberto Manfredini