Il capitalismo è sinonimo di lussuria sempre e comunque

 

Ricordo che nei primi anni di liceo il professore di religione rivolse alla classe una domanda inaspettata: «Che cosa non vi piace del capitalismo?». Io, volendo dare per primo l’esempio con una risposta altrettanto fulminea, esclamai: «La LUSSURIA». Il professore si mise a ridere pensando che avessi confuso il significato del termine “lussuria” con quello di “lusso”. In realtà ero reduce dalla visione di Salò o le centoventi giornate di Sodoma e desideravo trovare un termine che unisse la voluttà sfrenata alla crapula. (Detto en passant, col senno di poi avrei sconfessato quella passione per il filmaccio di Pasolini, che considero la più infedele ed erronea trasposizione del Divin Marchese in celluloide; d’altra parte sono ancora convinto che i ricchi siano tutti debosciati).

Ora vengo a scoprire che la mia risposta era talmente all’avanguardia da non poter essere compresa negli anni in cui mi trovavo in prima/seconda liceo (2000-2001). A quei tempi Vladimir Luxuria era solo un ex prostituto adottato dalla società della spettacolo sotto l’ala protettrice di Maurizio Costanzo, interessato a portare sulla pedana del suo show qualsiasi aberrazione per costruire finalmente un “paese normale”, fatto di scambisti, mignotti, pedofili e trans.

Poi accade che Rifondazione, inventatasi un mondo tutto suo in cui le minoranze oppresse erano gli omosessuali, i tossici e i teppisti (dimenticando operai, immigrati, precari e civili sepolti dalle bombe americane), ingaggiò Mr. Luxuria tra le file dei cosiddetti compagni immaginari.

Non so da quale mente malata sia scaturita l’idea che ad un partito di comunisti servisse un personaggio popolare ma alternativo; né posso capire come sia possibile considerare un transessuale (integrato in pianta stabile nella società dello spettacolo) alternativo ad ex vallette come Mara Carfagna o Elisabetta Gardini.

Personalmente giudico il buon Vladimir un essere inguardabile sia come uomo che come donna (se proprio vogliamo fare dello spettacolo, candidiamo Carla Bruni); ciononostante, considerando che la bruttezza in politica è trasversale -veline di Silvio a parte-, non penso sia necessario fare del proprio voto un giudizio estetico: bando ai pregiudizi, vediamo quello che il signore sa fare.

Bene, ma che cosa avrà fatto di così importante Vladimir Luxuria per il partito di Rifondazione o per la politica italiana in genere? A parte parlare della sua magnifica collezione di scarpe e chiedere un terzo bagno per i transessuali in parlamento, intendo.

Almeno fossero riusciti ad ottenere le “nozze gay”, questi sporcaccioni. Niente, solo un mucchio di chiacchiere sul rispetto di questo e quello, i nuovi amori, il nuovo intervento mastodontoplastico ecc…

 

Dopo essere stata giustamente spazzata via dalla faccia della terra, la sinistra “radicale” italiana, non contenta di aver ottenuto dalla sua base sociale una benevola indifferenza, ha voluto suscitare in essa sentimenti feroci e sanguinari, sostenendo la “campagna” di Luxuria al programma L’isola dei famosi, fino a celebrarne la vittoria scomodando il paragone con Barack Obama. Sic. Incredibile, ma sic. Le parole apparse sul quotidiano di Rifondazione sono a dir poco imbarazzanti: «Vladimir come Obama? È un po’ esagerato, ma fatecelo dire. Con il primo presidente afroamericano che va alla Casa Bianca si rompe il pregiudizio che per più di un secolo ha tenuto un popolo lontano dalla più importante istituzione americana, con Vladimir all’Isola si rompe il tabù dell’eterosessualità a tutti i costi. E a questo punto, oltre ad aspettare Luxuria per festeggiare, diciamo grazie anche a Simona Ventura che con Vladimir ha tirato su gli ascolti, ma anche il nostro morale».

Spero che sciocchezze del genere facciano parte di un’azione strategica volta ad “accendere lo scontro sociale”, e non siano un semplice omaggio al pubblico dell’osceno e insopportabile programma targato Ventura.

Ma tutto sommato chi se ne frega: queste chiacchiere, per quanto meschine, difettano persino della leggerezza dei gossip, quindi è inutile accanirsi.

Per ora si lasci l’illusione alle centinaia di associazioni “diversamente sessuali” che illuminano l’ANSA di aver vinto la madre di tutte le battaglie. Non si sa quale battaglia, non si sa perché l’abbiano vinta. L’unica cosa certa è che il nuovo progetto dell’onorevole Guadagno per “fare politica” fuori dal Parlamento sarà quello di «scrivere un libro di favole transgender per bambini» (lo pubblicherà la Bompiani). Un piccolo passo per Luxuria, un grande passo per l’omosessualità. Non è forse così?

Un vecchio motto romanesco dice che se non ti entra in testa, ti entra in culo. Perdonate la crudité, ma la rogna più grande è proprio quella di doversi portare appresso persone interessate esclusivamente ai propri diritti sessuali, e che per questo continuano a sbandare a destra e a sinistra, prive di alcun progetto politico. Ricordo, per esempio, quando Bossi aprì ai “diritti omosessuali”, non si sa bene se nel mezzo di uno dei suoi sproloqui surrealisti o durante un’intervista: è bastata una mezza frase perché tutte le associazioni gay scattassero sull’attenti ad elogiare la mentalità aperta del leader leghista.

Ma non è che, sotto sotto, gli omosessuali sbandano a destra e a sinistra perché i loro diritti non sono un argomento degno della ars politica?

Purtroppo oggi nessun “alto dirigente” di Rifondazione si azzarderebbe a porre dei dubbi sull’appoggio indiscriminato ad ogni battaglia trans-homo-lesbo. Non provano neppure ad organizzare un piano “realista”, perché in fondo a loro piace sognare e basta, alla realtà non ci tengono affatto. Ma non solo: nell’illusione di essere popolari o innovativi, prendono cantonate inimmaginabili. Infatti, col solito disprezzo nei confronti della massa, Liberazione ha fatto di Luxuria un martire della società dello spettacolo immolato alla dittatura catodica per il bene del partito.

Immagino che dietro questa operazione fallimentare si celi il direttore Piero Sansonetti, che da quando si è liberata la sedia di Bertinotti da Vespa ha fatto di tutto per accaparrarsela (ma perché non si è presentato direttamente al casting dell’Isola dei Famosi?).

È ipocrita, però, riversare tutte le colpe su un singolo caso umano. Fa d’uopo cherchez la femme, come direbbe un etero-fascista preoccupato di occultare la propria omosessualità.

Di sicuro le dame fatali non sono soltanto un Luxuria o un Sansonetto.

Francesco De Carlo su Megachip prova a tracciare una mappa degli indiziati: «I diritti civili non c’entrano niente con questa vicenda così imbarazzante. L’ultima forma di rappresentanza parlamentare avuta dalla sinistra è stata guidata da un leader, Fausto Bertinotti, che si era convinto dell’efficacia del suo presenzialismo televisivo come strumento di aumento del consenso. Legittimando di fatto con la loro partecipazione trasmissioni televisive al servizio dell’antagonista i segretari di partito hanno rafforzato la credibilità di quelle trasmissioni […] e abbandonato a se stessa l’instancabile ciurma di attivisti e militanti che […] cercava di tenere in vita un minimo di coscienza critica, un minimo di dissenso. […] Prima Bertinotti (ma anche Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio) accreditano Vespa come un giornalista libero e democratico, poi Luxuria “sdogana” (i giornali ci sguazzano) l’intrattenimento inutile e narcotizzante della Ventura, quindi Liberazione sancisce il valore culturale dell’intera operazione. […] Non servono questi uomini e queste donne in Parlamento, perché onestamente la loro assenza dai banchi non si avverte affatto. […] Bertinotti sceglie Luxuria. Veltroni sceglie Villari. Di Pietro sceglie De Gregorio. Con che criteri? Non sarebbe il caso di un banalissimo colloquio di lavoro prima di assumere certa gente?»

 

Personalmente sono d’accordo su ogni singola parola, anche sul tono “distaccato” che non entra nel merito della questione. La controversia si potrebbe ridurre alla dipendenza catodica che i rifondaroli hanno sviluppato in secoli di opposizione. L’equivoco, nei fatti, deriva dalla confusione tra la popolarità di un leader e la visibilità di una figurina caricaturale. Anche Veltroni, col libro La sfida interrotta [Baldini & Castoldi, Milano, 1994], ha provato a far passare l’idea bislacca che Berlinguer sia stato «il primo fenomeno della politica-spettacolo in Italia» (ha detto proprio così, papale papale), sicuramente per propinare notti bianche, concerti e eventi come ultimo traguardo della socialdemocrazia.

 

Tuttavia non è possibile rimanere alle critiche superficiali, senza porsi la domanda sul perché la sinistra dovrebbe difendere i diritti dei transessuali.

Sono troppo giovane per capire come è avvenuto il passaggio da una omofobia solare, pecoreccia e proletaria alla partecipazione obbligatoria al gay pride. Non c’è stata neppure una via di mezzo: una volta, raid contro gli omosessuali e denunce del “lassismo personale” tipicamente borghese; oggi, parola d’ordine è divenuta “rompere il tabù dell’eterosessualità”.

 

Vorrei cominciare parlando del personaggio Franco Grillini.

Nella “casta” ha trovato la sua ragione di vita: ha votato il rifinanziamento militare e la proroga delle missioni internazionali (in parole povere: mille milioni di euro per tutte le guerre che l’Italia chiama missioni di pace), ma in compenso si è riscattato con diverse interrogazioni parlamentari per chiedere la legalizzazione del nudismo (in tutti i luoghi e a tutte le ore).

Tra una chiacchiera e l’altra, in una intervista rilasciata a Sabelli Fioretti, anche Grillini parla della repentina “rivoluzione gaia” avvenuta a sinistra, senza porre interrogativi su come sia potuto accadere: «Quando il Manifesto pubblicava articoli sull’omosessualità di Giovannino Forti centinaia di copie sparivano nei tombini. E Pajetta si incazzò quando venne fotografato con alcuni di noi. “Anche i finocchi! Che cazzo sta diventando questo partito!”. Ma adesso le cose sono cambiate. Rifondazione ha candidato Vendola. I Verdi hanno un segretario bisessuale. I Comunisti Italiani possono vantare un ministro, Katia Belillo, che è andato al Gay Pride».

Adesso è tutto a posto. Grillini si è messo il cuore in pace: ora che gli omosessuali sono finalmente rappresentati in parlamento, lui può passare le serate a scherzare con Gene Gnocchi. Non importa che la sinistra abbia perso la propria residua base sociale, che la Lega spadroneggi in zone dove si votava comunista per tradizione familiare e che Berlusconi ormai sia a tutti gli effetti un basileus.

 

Diciamo la verità: gli omosessuali, i trans e tutti i diversamente amanti hanno utilizzato i partiti di sinistra per il loro tornaconto. Ci è stato detto che era un obbligo di civiltà vincere pure per loro (come diceva Maurizio Ferrara in un delizioso sonetto, dedicato ai radicali: «’na manica de gente assai lasciva / finocchi e vacche ignude alla Godiva / Ar vedelli smania’ come li bonzi / sor Paolo ciancicò: “Bell’allegria, / ce tocca vince pure pe’ ’sti stronzi!»).

Ora tutto sommato mi pare che le occasioni per far passare il matrimonio omosessuale e una legge Mancino contro l’omofobia siano state anche troppe. Che la sinistra italiana torni a occuparsi di problemi seri, come ha intimato il giornalista Simon Jones (omosessuale e liberal, a scanso di equivoci) ai democratici americani: «It is time to state clearly that gay is neither good nor bad. It just IS. And more to the point, it is and will remain MARGINAL to society, possibly a useful evolutionary device for humanity, possibly harmful (just like anything). Yes, basic human rights belong to all. But now that gays have them, they should stop seeking self-respect from OTHERS through aping hetero traditions, and let sexuality become a personal, private matter again. There definitely is no justification for forcing overwhelmingly straight society to contemplate OUR navels publicly».

Sagge parole: non esiste alcuna giustificazione per cui la maggioranza etero dovrebbe metaforicamente contemplare l’ombelico [navel] degli omosessuali. Jones invita a seguire una via di mezzo: esigere sì il rispetto delle proprie scelte sessuali senza però pretendere “diritti” spropositati, come quello al matrimonio, in quanto «social relations structured on the Greek model would entail drastically reducing the actual amount of sexual activity in society, encouraging men and women to honor both the active, self-control male aspect and the passive, submissive female virtue within oneself, be one physically male or female. To love is to support and develop the beloved towards the ideal of beauty, and the highest form of love is friendship. I see no place here for ‘gay marriage’, but definitely see a role for men to play the role of ‘big brother’ to younger males (and women as ‘big sisters’). But this assumes restraint, even celibacy, which our present culture of hedonism discourages».

In pratica Jones desume che la strada al matrimonio gay sia impraticabile perché l’edonismo attuale (nel quale rientra massicciamente lo “stile di vita” ostentato ai gay pride) esclude i principi di padronanza di sé, moderazione e responsabilità tipici della civiltà ellenica.

 

Credo faccia una certa impressione ai lettori italiani apprendere che i pubblicisti statunitensi argomentano in maniera razionale le proprie idee. In Italia non ci siamo abituati, i nostri giornali più illustri sono un polpettone di risse sguaiate, smentite delle smentite, appelli contro tutto e per tutto. Il pubblico “informato” manda giù di tutto, peccato che il 90% della sua “informazione” sia costituito da propaganda e pubblicità (il 10% rimanente è un misto di complottismo e giardinaggio).

È il malcostume nazionale a generare equivoci colossali: tutti gli orientamenti di partito, soprattutto a sinistra, non nascono da considerazioni approfondite, dibattiti e riunioni, ma da dichiarazioni avventate, battaglie personali ed egotiste, semplici vezzi di personalità complessate.

Venendo al punto, anche la “questione omosessuale” dipende dal fraintendimento dell’uso politico del termine “minoranza oppressa”.

Ricordo ancora Fausto Bertinotti, dall’alto della sua erre moscia, del suo golfino di cachemire e del suo sigaro spento, esclamare: «Noi ci sentiamo ebrei, come ci sentiamo negri, aborigeni, islamici, cristiani, omosessuali e lesbiche. Noi siamo ebrei».

Pur essendo una risposta estemporanea alle accuse di antisemitismo rivolte alla sinistra estrema, questa frase sottintende un’intera filosofia, basata sull’errata interpretazione dei concetti di “minoranza” e di “capro espiatorio”.

Bertinotti si proclama spesso gran lettore di Renè Girard. Come sappiamo, l’intellettuale francese (antropologo e storico delle religioni) ha avuto trent’anni fa una illuminazione sul legame tra violenza e sacro e non ha fatto altro che ripetere la stessa tesi in tutti i suoi libri, anche in quelli riguardanti la letteratura e la politica.

Personalmente considero Girard un ottimo commentatore religioso, capace di narrazioni entusiasmanti; ma da qui a portare i suoi studi in campi non strettamente antropologici, sociologici o epistemologici, ne passa.

La mia impressione è che Bertinotti, con un’unica lettura mal digerita di un unico libro di Girard (Il capro espiatorio), abbia influenzato per osmosi tutta la linea del partito.

Non si spiega altrimenti come Liberazione sia riuscita a trasformare in capri espiatori Anna Maria Franzoni, chiedendone addirittura la grazia (in nome dei sentimenti di “pietà” e “solidarietà”) o Friedrich Vernarelli, un infame che ha investito due turiste irlandesi (l’autore cita Girard per dimostrare che gli ubriachi al volante sono le vere vittime).

 

La dichiarazione bertinottiana raffigura propriamente l’idea patetica e quasi fumettistica che i rifondaroli hanno di “minoranza”.

Vista la prostrazione intellettuale generalizzata, anche un signor nessuno come me può permettersi di dare una piccola lezione di filosofia politica.

Il concetto di “minoranza” assume diversi significati a seconda del punto di vista da cui lo si affronta: seguendo una lunga evoluzione storica, il termine è giunto a designare componenti più qualitative che quantitative. Durante la storia degli ultimi due secoli, il concetto di “minoranza” usato in politica ha quasi sempre indicato una minoranza non numerica. Per fare degli esempi: nel processo produttivo gli operai senza rappresentanza erano “minoranza” rispetto ai padroni; prima del riconoscimento del voto alle donne (1 febbraio 1945), in Italia il genere femminile era una minoranza politica (e culturale), ma non numerica.

Per molto tempo è stato pacifico, quindi, scomodare la parola “minoranza” per gli sfruttati, gli oppressi, i senza diritto.

Oggi invece sembra che nelle piccole menti anguste dei rifondaroli il mondo si sia ribaltato. Le minoranze sono gli “ebrei” i “negri”, gli “aborigeni” e –soprattutto- “omosessuali e lesbiche”. Non mi permetto di far battute su che tipo di lesbica si senta Bertinotti, ma voglio entrare nel merito di questa dichiarazione (estemporanea, ripeto, ma sintomatica). Per l’ex segretario di Rifondazione, gli ebrei sarebbero una “minoranza” da paragonare agli “aborigeni” e agli “islamici”: ma di che diavolo sta parlando? Sarebbe grottesco trarre delle conclusioni generali da questo proclama, perciò mi limito agli omosessuali e alle lesbiche.

Sì, è vero, loro sono minoranze, ma è necessario che sia così. Altrimenti il genere umano sparirebbe nel giro di una generazione. L’ho ha detto il profeta Isaia, e lo dice pure Grillini: «Un po’ di riproduttori ci vogliono. Chi lo manda avanti il mondo?».

Prendendo in considerazione anche l’idea edificante di Gianni Vattimo, cioè “fabbricare i bambini” (lo ha detto sul serio, in una puntata di Otto e mezzo), dovremmo comunque avere dei tecnici che riescano a gestire la clonazione senza sosta. Allo stato dell’arte attuale, è impossibile. Si rassegnino gay trans e lesbiche: saranno sempre in minoranza numerica. Possono consolarsi, comunque, con la loro maggioranza mediatica. Hanno una rappresentanza vasta e potente negli organi di informazione, intrattenimento e spettacolo.

È così che Luxuria, nella sinistra confusione tra popolarità e visibilità, abbinata al consolidato teorema che “Berlusconi vince perché c’ha le tv”, è divenuto l’idolo di Liberazione.

Ma non è finita: ogni numero del quotidiano di Sansonetti ricatta i lettori con la “questione omosessuale”. Volete interessarvi della guerra in Iraq, delle morti operaie, dei CPT? Prima però versate il vostro obolo alla causa delle cause.

Prendiamo un numero a caso di Liberazione, quello di giovedì 17 maggio 2007: in prima pagina appare lo sponsor del film Reinas, la storia di un matrimonio gay nel paradiso zapateriano, una pellicola giudicata mediocre da chiunque, ma a quanto pare meritevole di essere venduta in allegato con un giornale comunista (magari perché il padre di uno dei due “sposi” è un vecchio operaio che fa la parte dell’oscurantista pre-luxuriano?).

Quel giorno sfortunatamente non c’era l’allegato Queer, che parlava di i-pod, myspace e le solite quattro banalità del virtuale. In compenso ho trovato il supplemento mensile Sinistra europea, che pubblica in prima pagina l’appello della “comunità glbtq” (così si definiscono, in neolingua) firmato da Silvia Baraldini, ex-attivista arrestata negli Stati Uniti per disordini e rapine varie, ma poi estradata in Italia nel 1999 e liberata nel 2006 grazie all’indulto (altro che Previti). La Baraldini, era una ragazza bianca arruolata nelle Black Panther; oggi è una eterosessuale che moralizza sulla questione gay-lesbiche-trans e “q” (che indica il sesso queer, letteralmente “checca”…). Questa rivoluzionaria attempata ha evidentemente dei problemi irrisolti di identità, eppure ciò non le impedisce di insultare chiunque non la pensi come lei. L’articolo infatti è il solito fervorino senza capo né coda sui “diritti umani” e sui “modelli di famiglia alternativi”, che assegna la qualifica di “omofobo” a tutti i partecipanti del Family Day. Che problema c’è? La Baraldini può permettersi di insultare un milione di persone che hanno assistito ad una manifestazione pacifica: non ha alcuna “responsabilità” da difendere, né un posto di lavoro come giornalista o politicante, dunque cosa le importa di comprendere le esigenze di quella gente scesa in piazza?

Voler costringere le persone ad accettare politicamente ciò che ancora non è stato accettato culturalmente mi sembra una pura e semplice prepotenza, checché si blateri tanto di laicità e “diritti umani”.

Ma il meglio del giornaletto lo trovo alla pagina III, dove in un punto del programma della “Sinistra Europa” (non si sa da chi voluta e pagata), intitolato “Per le unioni civili, per la laicità dello Stato”, si esplica l’intento di questo gruppo di potere: «Ci impegniamo a rimuovere ogni ostacolo e ogni discriminazione nella vita degli individui, a cominciare da quelli che sorgono a causa dei propri orientamenti sessuali. Ci impegniamo, quindi, a produrre iniziative e proposte attive, anche sul piano legislativo, contro le discriminazione sessuali, includendo anche le discriminazione che oggi colpiscono gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queer. Ci impegniamo a far approvare quanto prima una legge sulle Unioni Civili, fondamentale conquista di civiltà».

FONDAMENTALE CONQUISTA DI CIVILTÀ!

Le canzonette del ventennio utilizzavano decisamente un linguaggio più sobrio per presentare i progetti del fascismo.

Mi si perdoni se di fronte a questa “fondamentale conquista di civiltà” io mi inchino alla barbarie; e se di fronte alla promessa di “benessere e felicità attraverso l’autodeterminazione dei corpi e delle identità” (p. IV) io mi schiero dalla parte di povertà e tristezza.

Speravo di tutto cuore che con la famigerata crisi economica gli organi di informazione della sinistra fingessero di interessarsi un po’ al popolo (barbaro, povero e triste), di ascoltare qualche operaio, di invitarlo a “dire la sua”. Invece è accaduto esattamente l’opposto: Santoro, piuttosto che trattare di tredicesime (un argomento decisivo, che interessa tutti, sul quale bisognerebbe fare cinque o sei puntate), ha preferito invitare Vladimir Luxuria a discutere dell’immagine mediatica che “quelli come lui” trasmettono.

Io, devo essere sincero, non ho avuto il coraggio di guardare la trasmissione: ho preferito girare canale e godermi una più rilassante fiction sulla giovinezza di Totò Riina. Qualche umile colpo di lupara ha coperto per pochi minuti l’inarrestabile chiacchiericcio.

 

In conclusione, ci troviamo di fronte a due livelli di arbitrarietà: da una parte un’ideologia raffazzonata che nasce al momento, si plasma su pulsioni personali e perde pezzi per strada; dall’altra un’idea politica, altrettanto arbitraria, che guarda al proprio ombelico come al centro del mondo.

Che fare?

È necessario intraprendere un ragionamento serio sui danni provocati dal baratto tra le vecchie e sorpassate richieste con le nuova politica trendy dei “diritti per tutti”, la quale ha sbarrato il passo a importanti battaglie sociali (come il diritto ad uno stipendio decente, alla sicurezza sul lavoro, al posto fisso). Un partito, soprattutto se collocato a sinistra, deve dare l’impressione di combattere la maggioranza dominante (culturale e politica, non numerica) a favore della minoranza (culturale e politica, non numerica). È indegno che anche soltanto uno dei politici di sinistra plauda ad un programma cretino perché “sensibilizza” il proprio pubblico. Bisogna al contrario dare l’impressione di essere sempre contro le mistificazioni dei media, anche di quelli che sembrano amici. Detto per inciso, questo è uno dei trucchi che Berlusconi riesce a sfruttare meglio: dare l’impressione di combattere contro le minoranze culturali che fanno la voce grossa dalla tv, dai giornali e dalle cattedre. Il Cavaliere può permettersi di asserire che anche Mediaset è piena di comunisti pronti a distruggerlo  dall’interno.

 

La politica è un gioco crudele: se sperperi le forze per una battaglia sbagliata, perdi la tua base sociale e scompari dalla scena nel giro di un’elezione. Anche dalle urne di un Paese scarsamente democratico come l’Italia promana una certa “eterogenesi dei fini”… ma vallo a spiegare al sinistro arcobaleno di Rifondazione. Quando si parla di Unioni Civili (la “fondamentale conquista di civiltà”, non dimentichiamo), non c’è discorso politico che valga: il linguaggio scivola verso toni mistici e profetici, verso lidi che tu, etero-fascista, non puoi affrontare.

 

Roberto Manfredini

 

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