Cosa pensereste di una associazione che fa pressioni per impedire a determinati artisti musicali di esibirsi?
Non stiamo parlando di una lobby cristianista, ma della costellazione di gruppi omosessuali, lesbo, trans e sodomia assortita raccolti attorno ai siti come Non Solo Reggae, che minacciano ritorsioni pesanti contro chiunque si azzardi ad invitare in Italia alcuni cantanti giamaicani.
Lo stile nel mirino è il ragga-dancehall, un genere nazionale sorto in quella felice isola caraibica che ha voluto reagire a suo modo alle orde di pederasti e pedofili sciamanti per il Terzo Mondo.
Gli artisti in questione sono riconosciuti internazionalmente: Beenie Man, Elephant Man, Buju Banton, Capleton, Bounty Killer, Anthony B, Sizzla, TOK ecc…
Le idee sostenute nei loro testi non sono peggiori di quelle urlate dalle band metal e punk. La violenza (ideologica) è la stessa, soltanto che invece di rivolgersi contro cristiani, “borghesi” o qualsiasi altro gruppo verso il quale è consentito inneggiare allo sterminio, è rivolta contro gli omosessuali. (A tal proposito, vorrei ricordare che Rifondazione organizzò in Italia il concerto di Marilyn Manson per “difendere la libertà d’espressione”).
Nel frattempo la plebaglia dei centri sociale se ne esce con queste trovate surreali: «Sarebbe ipocrita accogliere questi cantanti e le loro lettere in cui si impegnano a non proporre canzoni omofobiche in occasione dei concerti che terranno a Roma. Questa sarebbe censura e a noi non interessa. Noi non vogliamo che cantino le loro canzoni né a Roma né in nessun’altra parte del mondo».
I cantanti ragga vengono definiti sessisti, omofobi, fondamentalisti e razzisti (stesse parole che Gennaro Carotenuto ha utilizzato per definire Hamas – la coglioneria di sinistra ha oramai un linguaggio ufficiale), nonostante siano ragazzi di colore cresciuti nei ghetti, e nonostante predichino il Rastafarianesimo, un monoteismo abramitico che in nome dell’amore, della pace e della speranza ha risollevato le sorti di un popolo, donando alla Giamaica una unità nazionale e spirituale.
La campagna contro la “murder music” è appoggiata fortemente da varie associazioni internazionali, che sembrano intenzionate a danneggiare a tutti i costi la più importante risorsa economica del Paese, cioè il turismo: il clima di terrorismo psicologico che vogliono creare si rispecchia nelle assurdità delle loro illazioni (il vecchio sito di Human Rights Watch dichiara che la prima causa di diffusione di AIDS nell’isola è l’omofobia!).
Invidio molto quei tipacci giamaicani, che scelgono di adorare il Sommo Bene fino all’estremo. Non hanno nulla a che vedere coi “bulicci” nostrani, quei cotechini inanellati dai piercing e infiocchettati coi rasta. L’aderenza al credo rastafari implica anche l’omofobia. La distruzione di Babilonia evocata dai cantanti reggae, oltre ad avere un senso di emancipazione sociale, ha anche un significato morale. Babilonia è segnata dallo stesso destino di Sodoma e Gomorra: la distruzione della perversione, della tirannia, della depravazione, dell’idolatria.
Mi spiace che agli occhi di questi artisti così intransigenti e controcorrente il nostro Paese appaia come un’immensa Sodoma. Vorrei fare qualcosa, mandargli un messaggio di solidarietà e fratellanza, fargli sapere come in molte zone della nostra penisola è indispensabile la loro influenza culturale e artistica. Penso, ad esempio, al mio adorato Salento, terra dalla quale provengo, che in 24 anni di vita ho visto deturparsi in un bordello a cielo aperto.
È vero che da quelle parti è nata la più grande esperienza italiana di ragga (i Sud Sound System e il loro “Salento Showcase”), ma non c’è mai stato nessun impegno contro l’eterofobia. Intanto quelle nobili cittadine vengono infestate da pederasti in calore, i locali gay sorgono accanto ad antichissime chiese, i bar una volta frequentati da famiglie ora divengono punto d’incontro per papponi e “puttani”.
Fu proprio dalle parti da cui provengo che Ottavio Mai, regista underground, girò il suo Inficiati dal male, testimonianza ormai datata della nascita dei circoli omosessuali nel profondo sud. Apprezzo il gusto kitsch di quella sorta di documentario (e anche la citazione, forse mishimiana, sicuramente psicanalitica, di un San Sebastiano barocco nascosto in una chiesa), ma l’onestà intellettuale oggi impone di rifiutare anacronistici richiami alla “diversità” e alla “tolleranza”.
Scrivo questo articolo sulla scia dell’indignazione causatami dall’ennesimo episodio di eterofobia: una banca tedesca ha deciso di concedere mutui agevolati a coppie omosessuali iscritte all’Arcigay. Scrive il sito di RaiNews24: «Al via mutui agevolati per coppie gay. In attesa di riconoscimenti ufficiali con annessi diritti e doveri, le coppie omosessuali italiane possono intanto accedere a mutui agevolati per l’acquisto della loro casa insieme. Grazie alla convenzione fra la banca tedesca Bhw Bausparkasse e l’Arcigay, anche in Italia le persone e le coppie omosessuali potranno accedere, considerando i redditi cumulati, a un mutuo il cui tasso beneficerà di uno “sconto” sullo spread dello 0,15%. […] I fondi che Arcigay otterrà dalla convenzione verranno utilizzati per un progetto sociale a favore delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, come sarà spiegato nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, domani a Milano».
Mi sembra qualcosa di più che non una semplice “agevolazione”. Il tono del commento lascia intendere gli intenti politici dell’iniziativa (“…in attesa di diritti e doveri…”).
Sembra una pantomima irreale, che richiama grottescamente la disgustosa pellicola Chuecatown (prodotto genuino della filmografia di stato zapateriana), vicenda di un immobiliarista che uccide vecchietti per rivendere le loro case a coppie omosessuali.
Ma dei motivi strettamente politici (e sociali) della mia avversione agli omosessuali ho già parlato nel mio articolo “Il capitalismo è sinonimo di lussuria sempre e comunque”.
In questa occasione vorrei fare un discorso leggermente diverso, più centrato su motivi personali.
Non è più possibile restare indifferenti all’eterofobia montante.
Avevo ascoltato alcuni spezzoni del discorso tenuto da Roberto Benigni al festival di Sanremo (ovviamente attraverso Blob). Non è la prima volta che gli omosessuali utilizzano il tema della “rivendicazione olocaustica” per ottenere diritti. Sempre più spesso viene chiamato in causa l’Omocausto come sottofondo alle attuali pretese politiche, giuridiche e sociali. Evidentemente anche le associazioni gay hanno capito che l’ultima religione rimasta in Europa è l’espiazionismo metafisico, chiamato in causa da Israele ogni volta che c’è da far fuori qualche migliaio di palestinesi.
Eppure mi sembra che gli omosessuali abbiano già un “Israele”: non è San Francisco la loro Terra Promessa?
Per chiarire, richiamo qui brevemente un illuminante trafiletto di Sergio Quinzio apparso sul Corriere della Sera del 13 dicembre 1993: «Il “suicidio sessuale”, l’ultima forma possibile di carità». Ecco cosa scrive il filosofo/teologo catto-adelphiano: «Il nostro tempo è quello del conclamato trionfo dell’uomo “scientifico” ed “economico”, che calcola razionalmente le sue scelte in funzione dei vantaggi da conseguire. È tragicamente “giusto” che sia anche -paradossalmente, dialetticamente- il tempo della più assoluta negazione del carattere ragionevolmente utilitaristico delle nostre scelte. Molti fatti stanno lì a provarlo, ma la notizia che ci giunge adesso da San Francisco, la capitale gay d’America, lo dimostra con macabra evidenza. Non sappiamo, o almeno non sappiamo ancora, guarire l’Aids, ma sappiamo che l’uso del preservativo nei rapporti sessuali -e in particolare omosessuali- sarebbe un freno al dilagare di un’infezione talmente grave e diffusa da minacciare il futuro dell’umanità. Il rimedio, a quel che sembra, è efficace nella quasi totalità dei casi per impedire il contagio; e per giunta è un rimedio semplice da applicare, di basso costo, autorevolmente raccomandato e ampiamente pubblicizzato. La strada indicata è dunque chiara e facile, ma pare che una buona parte dei gay di San Francisco (almeno un terzo del totale) non la percorrano. Perché? Per una ragione del tutto opposta a quella prevedibile, e cioè non per mancanza di informazioni e di educazione. Si rifiutano, al contrario, proprio di percorrere quella strada dopo averla sperimentata, e con consistenti benefici. Perché, dunque? Gli esperti spiegano che la causa è soprattutto psicologica, perché gli omosessuali di San Francisco non riescono più a sostenere lo spettacolo delle sofferenze e delle morti che comunque li circonda e li minaccia. Allora tanto vale prevenire il destino, abbandonarsi ad esso. Si parla di “suicidi sessuali”. Contro quello che si proclama a gran voce alla luce del giorno, la realtà più segreta è che, nelle nostre tenebre, attrae ormai, più del piacere sessuale, la morte. Dopo aver razionalmente respinto il più possibile lontano da noi la morte, è, naturalmente, con la morte, invano nascosta ed esorcizzata, che alla fine dobbiamo confrontarci. Lo fanno i gay americani sfidando “eroicamente” quello che era l’ultimo tabù, ormai del resto cinicamente sfidato facendo rientrare nella logica dei consumi anche il commercio dei morti. Ma il più strano e incredibile, per i nostri criteri consueti, è il fatto che la morte finisca per acquistare quel significato positivo che la vita ha largamente perduto. Fra gli omosessuali di San Francisco, darsi a vicenda la morte è l’ultima forma possibile di solidarietà. O vogliamo dire senz’altro di carità?».
Da far impallidire anche gli eretici più libidinosi.
Ma questo è, in fondo, il compimento della “cultura gay di massa”.
L’omosessualità ha tutti i caratteri di elitarismo e falsa nobiltà necessari per la nascita di una nuova dittatura. Anche in una banale battuta di Franco Grillini riconosciamo un intento totalitario: «Un po’ di riproduttori ci vogliono, altrimenti chi lo manda avanti il mondo?».
S’intende: che gli eterosessuali adempiano pure al loro destino di animali da monta, fin quando non sarà possibile la clonazione senza sosta.
È un motivo ricorrente, quello della presunta aristocrazia omosessuale; c’è anche chi ha immaginato ad un Herrenwolk uranista come scenario post-democratico. L’Archeofuturismo di Faye è proprio questo: una élite di “Signori” dedita alla deboscia, alla dissoluzione e al controllo bio-politico della popolazione.
Oggi agli omosessuali, intesi come gruppo sociale, sono moralmente permesse cose che ad altri vengono negate. A parte ciò che abbiamo visto sopra, ovvero fare lobby con l’intento di censurare l’arte (e ricevere il plauso delle prefiche della libertà d’espressione), vi è anche il motivo stesso per cui nascono certe associazioni: fare della propria condizione sessuale una militanza. Guardiamo ai gay che “scendono in campo”: quanti di loro avrebbero avuto un futuro, se fossero stati eterosessuali? Certo, per la loro arroganza e presunzione sono i perfetti rappresentanti dei media attuali, ma non è per tale motivo che hanno il diritto di parlare ventiquattrore al giorno. È perché sono omosessuali, dunque avranno per forza qualcosa di interessante da dire. Sulla loro identità, ovviamente, su quello che sono, su quello che fanno, su cosa hanno mangiato a colazione ecc…
È questa l’ultima forma di militanza delle sinistre, dopo il riflusso dall’obbligo del “sociale” alla “riscoperta dell’interiorità”? «Non più politici, i veri rivoluzionari saranno amanti», diceva Mario Mieli (amanti omosessuali, s’intende).
Un articolo molto interessante di Roberto Marchesini, «“After the ball”: un progetto “gay” dopo il baccanale», apparso sul numero 325 (2005) della rivista Cristianità, descrive chiaramente il percorso di “normalizzazione” della “comunità omosessuale militante”.
Il pezzo segnala un testo risalente al 1989, After the ball. How America will conquer its fear and hatred of Gays in the 90s (Dopo il ballo. Come l’America sconfiggerà la sua paura e il suo odio verso i gay negli anni 1990), scritto dal neuropsichiatra Marshall Kirk in collaborazione con l’esperto di marketing Hunter Madsen: «Il “ballo” a cui gli autori fanno riferimento è il baccanale provocatorio e oppositivo innescato dalla Rivoluzione gay degli anni 1970 e 1980. Si tratta di una lettura decisamente sorprendente: nel caso non si voglia credere al complotto o a un’efficacia magica della strategia di “persuasione pubblica” e di “social marketing” esposta nell’opera, bisogna riconoscere agli autori un’incredibile capacità revisionale […]. Secondo gli autori il movimento gay degli anni 1970 e 1980, ispirandosi al modello marxista, ha collezionato una serie di fallimenti che hanno reso la comunità gay ancor più isolata e malvista dal resto della popolazione. Gli anni 1990 presentano tuttavia una nuova possibilità per rilanciare la Rivoluzione gay. […] Gli autori lo spiegano senza pudore: “Per quanto cinico possa sembrare, l’AIDS ci dà una possibilità, benché piccola, di affermarci come una minoranza vittimizzata che merita legittimamente l’attenzione e la protezione dell’America […] I gay devono lanciare una campagna sul larga scala […] per raggiungere gli eterosessuali attraverso i media commerciali. Stiamo parlando di propaganda”».
Gli autori individuano tre “bottoni giusti” da premere per combattere il “bigottismo antigay”: «1. La desensibilizzazione. Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società stessa nei confronti della minaccia omosessuale.
2. Il grippaggio. Questa tattica consiste nel presentare messaggi che creino una dissonanza cognitiva nei bigotti antigay, per esempio mostrando a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani” […].
3. La conversione. Con questa tecnica s’intende suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del bigottismo antigay, ossia infondere nella popolazione sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei bigotti antigay».
Kirk e Madsen indicano anche dei “principi pratici” per plagiare la popolazione tramite i mass media: «“Parla continuamente”: Il metodo migliore per desensibilizzare gli “scettici ambivalenti” sta nel “parlare dell’omosessualità finché l’argomento non sia diventato assolutamente noioso”. […] Gli attivisti sono tenuti a parlare esclusivamente dell’omosessualità; associare questo messaggio ad altri può essere controproducente per vari motivi: le organizzazioni che si battono per cause umanitarie o ambientalistiche sono generalmente impopolari, più piccole dei gruppi gay e solitamente si occupano di argomenti remoti ed effimeri […]. “Ritrai i gay come vittime [delle circostanze e dei pregiudizi], non come provocatori aggressivi” […]. “Da’ ai potenziali protettori una giusta causa”, ossia: non bisogna chiedere appoggio per l’omosessualità, ma contro la discriminazione. “Fa’ che i gay sembrino buoni”. I gay devono essere presentati non solo come membri a tutti gli effetti della società, ma addirittura come “pilastri” di essa. Un ottimo modo per farlo sta nel presentare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci?».
Tuttavia entrambi gli autori individuano il primo ostacolo alla propaganda nella condotta degli stessi gay: «Questo stile di vita, descritto da Kirk e Madsen come amorale, narcisistico e patologico, rischia di rendere gli attivisti testimonial poco credibili per il messaggio normalizzante e rassicurante che si vuole trasmettere. A questo scopo è accluso un “Codice di autocontrollo sociale”, che comprende “regole” per le relazioni con gli eterosessuali, con altri gay e con sé stessi. […] Proibendo una serie di condotte, [il Codice] costituisce l’ammissione degli stessi comportamenti che si vogliono negare; per esempio, nell’elenco si trova “Non farò sesso in pubblico”, “Se sono un pedofilo o un masochista lo terrò nascosto e starò lontano dalle parate del Gay Pride”, “Non tradirò il mio compagno”, “Smetterò di tentare di essere perennemente un diciottenne e mi comporterò secondo la mia età; non mi punirò perché non sono ciò che vorrei”, “Non berrò più di due drink alcolici al giorno; non farò assolutamente uso di droghe”, e così via».
Sembra che le organizzazioni internazionali gay abbiano accolto immediatamente la “strategia propagandistica”: «Nel 1993 l’ILGA, l’International Lesbian and Gay Association, la più importante lobby gay mondiale, che unisce più di 400 organizzazioni di 90 paesi in tutto il mondo fra le quali l’Arcigay – la principale organizzazione gay italiana, fondata a Bologna nel 1985 – espelle la NAMBLA, la North American Man/Boy Love Association, associazione che ha fra i suoi scopi la diffusione della pedofilia, dopo oltre dieci anni di stretta collaborazione e nonostante il fatto che i rappresentanti della NAMBLA avessero collaborato alla costituzione dell’ILGA. La NAMBLA protesta pubblicamente ma la posizione dell’ILGA viene “rafforzata” nel 1994 da un emendamento del Senato degli Stati Uniti d’America, che subordina la prosecuzione dei finanziamenti statunitensi all’ONU alla garanzia che “nessuna agenzia affiliata alle Nazioni Unite garantisca alcuno status, accreditamento o riconoscimento ufficiale a qualsiasi organizzazione che promuova, tolleri o cerchi la legalizzazione della pedofilia, o che includa come consociate o membri una qualunque di tali organizzazioni”. […] Qualcosa di simile avviene anche in Italia. Il 13 luglio 1993 undici persone vengono arrestate a Milano con l’accusa di abusi sessuali su minori; fra esse Francesco Vallini, redattore di Babilonia –rivista gay fondata a Milano nel 1982 – e animatore del Gruppo P, un’associazione di pedofili. Il presidente dell’Arcigay, on. Franco Grillini, invece di prendere le difese del redattore della maggiore testata gay italiana, dichiara: “Bisogna essere masochisti, o non capire che chi rivendica politicamente la pedofilia danneggia i movimenti di liberazione sessuale, alimentando il pregiudizio popolare contro i gay” [cfr. G. Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 217]. La redazione di Babilonia risponde denunciando come puramente strategico l’atteggiamento dell’Arcigay: “Siccome la pedofilia è repellente, non bisogna difendere i gay pedofili ingiustamente accusati. Anzi, bisogna prendere le distanze, perché esprimere solidarietà può ‘sporcare’ l’immagine del movimento. Questa benedetta immagine che è diventata tutto per l’Arcigay, a scapito della sostanza. L’importante è la facciata. L’importante è apparire […]”. Dal canto loro, Kirk e Madsen prevengono anche questa critica: “Sarà sollevata l’obiezione che noi vorremmo ‘ziotommizzare’ la comunità gay; che stiamo cambiando uno stereotipo falso con un altro ugualmente falso; che i nostri messaggi sono bugie; che [l’icona della normalità] non è il modo in cui tutti i gay attualmente appaiono; i gay lo sanno e i bigotti lo sanno. Certo, ovviamente, anche noi lo sappiamo. Ma non è importante se i nostri messaggi sono bugie; non per noi, perché li stiamo usando per un effetto eticamente buono, per opporci a stereotipi negativi che sono sempre un pochino falsi, e molto di più malvagi; non per i bigotti, perché i messaggi avranno il loro effetto su di loro sia che ci credano sia che non ci credano”.
Che l’Arcigay persegua un piano strategico molto simile a quello proposto da Madsen e da Kirk è confermato da Giovanni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay: “Nell’epoca della tivù e del virtuale, con un crescente predominio dell’apparire sull’essere, costruirsi una buona immagine pubblica era estremamente importante ed era un obiettivo che l’Arcigay si mise a perseguire con determinazione. Grazie soprattutto al metodico lavoro di Franco Grillini […] l’associazione aveva ben presente che uno dei suoi scopi fondamentali era far parlare di sé, avere il massimo dell’attenzione da parte dei mezzi di informazione” [G. Rossi Barilli, op.cit., pp. 162-163]. […] Si può osservare che Kirk e Madsen pongono, per il perseguimento degli obiettivi prefissati, la seguente condizione: “Vi dovrebbe essere soltanto una organizzazione gay, riconosciuta come tale”. È facile immaginare quali siano le conseguenze di questa scelta […] attraverso campagne mirate, scelte accuratamente [come l’obiettivo simbolico delle “unioni civili”]».
Grazie all’accentramento in un’unica organizzazione, si potranno presentare argomenti semplici e convincenti, a misura di tg e talkshow: «Il messaggio [sarà] il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili ed equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia. Con questo look “affettivo” non esente da rischi di perbenismo si fa appello ai sentimenti più profondi della nazione e si vede a portata di mano il traguardo della normalità. […] A questa porta si bussa con discrezione, assicurando che non si vuole assolutamente il matrimonio omosessuale: questa prospettiva fa inorridire gli stessi gay. E nemmeno si rivendica la possibilità di adottare figli per le coppie omo, perché i tempi non sono maturi. Ci si accontenterebbe di regolare la questione dell’eredità, della pensione, dell’affitto, della reciproca assistenza fra i partner».
Il risultato dell’opera di propaganda lo abbiamo sotto i nostri occhi: la “questione omosessuale” è stata inglobata per intero nel dizionario del politicamente corretto. Soltanto gli omosessuali possono evocare l’idillica scenetta del focolare domestico come destino auspicabile per i due morigerati coniugi.
Se un eterosessuale si azzardasse a celebrare l’unione matrimoniale nei termini in cui lo fa l’Arci-Gay, verrebbe tacciato di etero-fascismo, maschilismo, sessimo ecc… perché come è noto, la famiglia eterosessuale è un insano retaggio della società patriarcale, in essa si consuma il numero più alto di stupri nel mondo e i genitori esercitano un controllo oppressivo e poliziesco sui figli negando loro i diritti fondamentali di ogni adolescente occidentale (possedere un grammo di fumo, fare sesso occasionale nei bagni di una discoteca, accoltellare i professori ecc…).
L’ascesa dell’Arci-Gay come “Partito Unico” patinato e perbenista, con tanto di rappresentante puritano e borghese (Grillini), ha comportato una vera e propria catastrofe per l’omosessualità italiana. Bisognare dare atto a Kirk e Madsen di aver parlato chiaro: la parte più difficile per i gay non è quella di “convincere i bigotti”, ma di convincere se stessi della loro “normalità”. In un paese come l’Italia, dove –almeno a livello culturale- omosessualità ha sempre significato pederastia, ovvero pedofilia, un’operazione del genere è impossibile.
È un tema tabù, quello della pedofilia tra omosessuali. Oggigiorno serve per esibire statistiche e mettere alla gogna qualche cardinale. A questo punto servirebbe un bel falò di libri per completare l’operazione di abbellimento. Nel rogo finirebbero quasi sicuramente i florilegi sulla prostituzione minorile di Sandro Penna; le note avventure di Pasolini come turista sessuale a caccia di ragazzini (scrive Enzo Siciliano: «La gara con Penna, che durò per anni: chi fosse riuscito a “farsi” più ragazzi insieme. E Pasolini enumerava lungue liste, e il punto, ironico, incuriosito, di chi l’ascoltava era il “quanto”, il “dove”, il “come mai tanti”. Pier Paolo non scendeva in dettagli: ma ci metteva una buona dose di allegria, di gioco francamente infantile, nello sbalordire gli amici» [E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, 1978, p.168]); le teorizzazioni di Mario Mieli sulla “costitutiva disponibilità del bambino” verso ogni tipo di perversione: «Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica. La società repressiva eterosessuale costringe il bambino al periodo di latenza; ma il periodo di latenza non è che l’introduzione mortifera all’ergastolo di una “vita” latente. La pederastia, invece “è una freccia di libidine scagliata verso il feto” (Francesco Ascoli)» [M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 62].
Non è questo un esplicito elogio della pedofilia (eppure su Wikipedia è vietato parlarne)? Quale mente bacata potrebbe definire la pederastia come “una freccia di libidine scagliata verso il feto”? Una frase che, tra l’altro, palesa l’intento totalitario e assolutista della rieducazione omosessuale. Ma soprattutto rispolvera una chiave di lettura da tempo confinata agli antipodi. Come scrive Aldo Busi nel Manuale per il perfetto papà [Mondadori, Milano, 2001, p.33], «È probabile che nella mia omosessualità ci sia una forma di attrazione non verso i maschi, ma verso l’odio che mi suscitano tutti gli uomini, odio che il fare sesso con loro non fa che aumentare». L’odio manifesto si accompagna ai tipici argomenti “apologetici” dei pedofili: i bambini sono ingenui, amabili, non ancora “svezzati”, imberbi. Però, se i “lupetti” si oppongono, anche a loro è riservata la razione d’odio assoluto. Sandro Penna, per figurare il rifiuto del fanciullo a lasciarsi “dominare”, nei versi di “Furente e rosso in volto s’avvicina”, sostituisce l’espressione “il mio ragazzo” con “il mio nemico”: «Furente e rosso in volto s’avvicina / il mio nemico: e odora di mammina. / Un vecchio sconosciuto a noi s’accosta: / gli regala uno specchio e noi saluta».
Nell’universo fatato dell’Arci-Gay, dove si predica un caminetto per ogni coppia di gatti in calore, la devianza è ben sacrificabile in nome dell’immagine e dell’apparenza.
Non è possibile, tuttavia, nascondere sempre la polvere sotto il tappeto.
Un giorno, forse, l’impero del politicamente corretto impedirà di trarre le dovute conseguenze dalla propria esperienza. Però, finché è possibile, vorrei descrivere brevemente alcune delle mie “esperienze” con l’altro sesso (che non è più il femminile, ma definitivamente quello omosessuale).
In età pre-adolescenziale ricordo che mentre mi trovato alle giostre, un uomo sui quarant’anni voleva costringermi a masturbarlo. Fu probabilmente la prima volta che io, bambino remissivo e arrendevole, rifiutai categoricamente di fare una cosa che non mi piaceva. Non era il morso della pecora o il ruggito del topo, ma una repulsione istintuale. Altro che “voglia di eros”, altro che i mieliani-mielosi “messaggi d’amore” ai bambini. Un urlo, e poi la fuga a casa.
Non è un fatto che mi ha rovinato la vita (non sono un vittimista – e poi, fondamentalmente, non è successo nulla), ma la sensazione di schifo e frustrazione che provai in quegli attimi la rivivo ogni volta che m imbatto negli intenti di un presunto amico.
Quelle impressioni fastidiose riaffiorarono proprio quando, durante un concerto, un altro uomo volle “provarci”. Cominciò ad inventarsi storie di sana pianta sulle mie presunte capacità di chitarrista (“ti ho visto suonare molte volte”), anche se non avevo mai imbracciato uno strumento in vita mia (manco il suo flauto di pelle – bella battuta, peccato che mi vengono sempre dopo). In pochi minuti trovai una scusa per andarmene. Dubito che sia stato soltanto un equivoco: era come se avessi rivissuto quel giorno alle giostre…
Eppure i “dispositivi di sicurezza” non scattarono allorché, poco tempo fa, un amico stimato decise che tra di noi doveva esserci qualcosa di più di una amicizia. Sinceramente, non avevo capito che fosse gay. Qualche sospetto, forse, ma dato che l’omosessualità non è una cosa “normale”, di solito si pensa che il nostro prossimo sia etero (a meno che non abbia le infradito ai piedi e i Village People nell’I-Pod).
Fino a quel momento, avevo pensato che le esperienze precedenti fossero soltanto degli “incidenti di percorso”, e che in genere l’atteggiamento degli omosessuali non fosse “amorale, narcisista e patologico” (così Kirk e Madsen).
Ho dovuto necessariamente ricredermi quando l’amico andò fuori di testa per il mio rifiuto. Altro che la solita frase di circostanza dei politici (“ho molti amici gay”), per mostrarsi liberali progressisti europei moderni ecc…
L’unica conclusione possibile è che per un eterosessuale è impossibile stringere un’amicizia sincera con un gay.
“Amicizia” è un concetto virile, e lo sarà fino alla fine dei tempi.
Ricordo l’appassionante racconto di Ortega y Gasset dell’amicizia tra Polibio e Scipione Emiliano: «Una delle più illustre amicizie che siano esistite sul pianeta Terra – l’amicizia tra il greco Polibio e Scipione Emiliano – fu occasionata e intessuta sulla base della comune passione per la caccia» [Discorso sulla caccia (1942), Vallecchi, Firenze, 1990, p. 25].
Tutto il discorso di Ortega è un pregevole esempio di “cultura eterosessuale”: «La disciplina romana introdotta nella penisola dagli Scipioni, dirozzò gli spagnoli di allora che, come quelli di ora, erano tanto valorosi quanto iracondi. Scipione era casto mentre, come ci riferisce Polibio, la vittoria sopra Perseo di Macedonia aveva contagiato i romani di sensualità, facendo loro scoprire l’omosessualità. Scipione Emiliano era disinteressato e generoso» [Ivi, p. 28].
Quando si conobbero, Scipione aveva 18 anni e Polibio quindici in più. Era la tipica differenza di età tra l’efebo e il suo “amante” (cioè l’uomo che andava a comprarsi i ragazzini al mercato). Forse è per questo motivo che Polibio, nelle Storie [XXXI, 25: 4,8], tiene a contrapporre la sua amicizia alla dissoluzione degli altri “rapporti” maschili: «Alcuni giovani si abbandonavano alla pederastia, altri ai rapporti con le prostitute, molti altri ancora alle gioie degli spettacoli e dei simposi, con la dissipatezza che questi ultimi comportano; insomma, durante la guerra contro Perseo, avevano ben presto fatta propria la disinibizione che, in tal senso, è tipica dei Greci. […] Diversamente Scipione si era avviato ad una condotta opposta: si contrappose a tutte le insane passioni, si conformò sotto ogni aspetto ad uno stile di vita coerente ed equilibrato, e in soli cinque anni si conquistò la pubblica fama di uomo integro e saggio».
Quello che poche righe sopra ho definito “cultura eterosessuale”, è in realtà l’unico tipo di cultura. Non ne esiste un’altra, anche se qualcuno sembra non farsene una ragione.
Chi non prova imbarazzo a sentire un omosessuale ricordarci come i più grandi uomini di tutti i tempi fossero gay? La lista è nota: Cesare, Michelangelo, Leonardo, Wilde ecc…
A parte che chi cita Wilde come “cultura omosessuale” (vedi Benigni a Sanremo) probabilmente non ha mai letto quel confiteor in forma di lettera che è il De Profundis.
Comunque, il fatto è un altro: quando un gay si impossessa di un Michelangelo o di un Leonardo per affermare il suo diritto al matrimonio, noi percepiamo un abuso. Invece citare Polibio, Scipione o Ortega y Gasset come esempi di cultura eterosessuale (è ciò che ho appena fatto), appare come qualcosa di pacifico, addirittura didascalico o pleonastico; ma non assomiglia neanche lontanamente ad una riduzione indebita del loro genio.
In ultima analisi l’esplosione di “studi sull’omosessualità” si dibatte in una gabbia di autoreferenze, pur di sfuggire alla triste verità che tutto ciò di cui stanno parlando altro non è che sodomia. Come in quella pellicola di Andy Wharol, Taylor Mead’s Ass, che mostra per 70 minuti il fondoschiena dell’attore Taylor Mead, così gli “studi omosessuali” convogliano la storia del mondo, la ricchezza culturale e la tragedia umana in un culo formato “meme”.
È sicuro che questa tendenza a “infrociare” la cultura conduca ad esiti aporetici. Voglio dire: io parlo del mio fondoschiena, poi parlo del modo in cui Pasolini pensava il suo fondoschiena, infine metto a paragone i due fondoschiena. Bisogna ammettere che come “riduzione” è piuttosto fallimentare. Anche per parlare dello stesso Aldo Busi c’è bisogno di qualcosa in più della autoreferenzialità omosessuale. La “cultura omosessuale” è destinata a collassare su se stessa, proprio come la “amicizia” tra eterosessuali e gay. Prima o poi si giungerà all’inevitabile conclusione: questa non è cultura, è bestialità – questa non è amicizia, è isteria. A meno che…
A meno che il potere politico non intervenga per imporre una cultura omosessuale di massa e una conseguente ghettizzazione della cultura eterosessuale.
Pensiamo ai vari programmi dell’ONU, quell’ente inutile nel far rispettare i diritti umani, che tuttavia negli ultimi decenni ha centuplicato le sue dichiarazioni in favore della diversità sessuale.
L’idea dell’uomo che traspare dalle carte potere politico globale è quella di una grottesca creatura composta di desideri e passioni incontrollabili. Se questo è un uomo: ma codesto non è un uomo! È un grumo di forza, interessi e piaceri. Così come Leonardo viene ridotto alla sodomia, allo stesso modo la persona umana è ridotta ad individuo assettato di godimento.
Gérard-François Dumont definisce i nuovi diritti umani propugnati dall’ONU come “valori invertiti”, in quanto non universalizzabili.
Di nuovo torna l’analogia: anche la cultura omosessuale non è universalizzabile, tende a ripiegarsi su se stessa e nel contempo pretende che accanto a lei nasca una “cultura eterosessuale” altrettanto riduzionistica, minimale e ghettizzante.
Per utilizzare il linguaggio di quei cantanti giamaicani che citavo all’inizio, l’ONU appare come il braccio politico-militare di Babilonia. La competenza della Corte Penale Internazionale, così poco solerte a punire i criminali di guerra, sotto la spinta delle lobby potrebbe estendersi ai “crimini contro i nuovi diritti umani”. Nella “prospettiva gender”, ciò significherebbe anche soltanto non accettare che le differenze tra uomo e donna siano naturali e non culturali. Oppure respingere la politica dei “diritti riproduttivi”, che abbassano le persone al livello dei capi da bestiame: per non urtare la sensibilità di chi non può procreare, le popolazioni di tutto il mondo vedono erodersi i diritti fondamentali della maternità e della paternità.
La cosa più paradossale è che nei vari “forum delle ONG”, l’eterosessualità viene definita “paradigma inerente alle pratiche di potere”: proprio nello stesso momento in cui tali organizzazioni ricevono le generose marchette onusiane.
Finora siamo rimasto ad un livello superficiale dello scontro di potere. Resistono ancora le “impalcature” dei rapporti amicali gay-etero e della “cultura omosessuale”. Ma, come si è cercato di spiegare fino ad adesso, sappiamo che entrambi questi paraventi crolleranno sotto il peso della loro paradossalità.
Non può esistere un concetto di “cultura omosex” a se stante, in quanto tutto ciò che appartiene alla “cultura omosex” può essere inglobato nella “cultura eterosessuale”, che altro non è che cultura tout court.
Non può esistere amicizia tra gay ed etero, perché la verità di tale rapporto viene prima o poi a galla. Gli omosessuali sono incapaci di capire il senso virile dell’amicizia tra uomini. Essa non si basa sulla gelosia, l’egocentrismo, l’infedeltà, il narcisismo. È un qualcosa che esclude radicalmente il rapporto sessuale (persino come ultima ratio). L’amicizia tra uomini è come un santuario dell’umanità. Ma è impossibile farlo capire ad un gay. Tanto per fare un esempio, il web è pieno di articoli dove si parla dell’omosessualità di Sant’Agostino basandosi su alcuni passi delle Confessiones. Ovviamente gli autori di tali ipotesi non svolgono una disinteressata ricerca scientifica, ma vogliono portare il lettore ad ammettere che dietro ad ogni amicizia tra uomini si nasconde un potenziale rapporto omosessuale. Non è forse la prova più evidente che i gay sono incapaci di comprendere il vero significato dell’amicizia? Perciò sentono il bisogno di equivocare: non vogliono ammettere la loro interdizione.
Se si permettono di fraintendere grossolanamente Sant’Agostino, figuriamoci cosa possono fare con un “amico” in carne ed ossa: insulti, minacce, accuse di slealtà e ipocrisia (in un incredibile ribaltamento della realtà). Non è un problema personale, di “carattere”: con un amico-gay, tale possibilità è sempre presente.
Una volta crollate queste impalcature, come stavo dicendo, rimarrà solo il brutale scontro di potere.
In tale ottica può apparire degno di ammirazione il rifiuto da parte del Vaticano di accettare la “depenalizzazione universale” dell’omosessualità. Oltre ad un motivo strettamente pragmatico (accettare la “moratoria” avrebbe significato offrire un grimaldello a quelle associazioni che si battono per il declassamento della Santa Sede da “osservatore permanente” a semplice ONG), c’è un certo eroismo in una persa di posizione così netta. È la condotta indispensabile per combattere il kulturkampf nei piani alti dellONU: è palese che la libertà religiosa non è al primo posto tra le loro preoccupazioni. Alcuni cattolici cedono alla propaganda del “costruiamo chiese in paesi islamici”, ma nelle “relazioni delle commissioni” i paesi musulmani sono deplorati quasi esclusivamente per le “politiche discriminatorie per motivi legati all’orientamento sessuale”. Quando l’ONU si impegna a difendere la libertà religiosa, lo fa solo per imporre all’individuo il relativismo assoluto –che, detto per inciso, è foriero di fondamentalismo, in quanto esso appare a molti come unica possibilità di vivere la propria religione al di fuori dell’ambito privato-.
Questo è lo stile estremo che apprezziamo dalle nostre parti: tutto, pur di non assistere alla ghettizzazione dell’eterosessualità e alla sua declassazione a “stile di vita” tra tanti altri.
Roberto Manfredini
Luglio 7th, 2009 at 14:10
Caro Roberto,
seguo spesso le tue riflessioni e ti faccio i complimenti per la lucidità di pensiero e di scrittura.
Sulla questione dell’omosessualità vorrei dirti che secondo me non si può escludere a priori la definizione di cultura per la cd. cultura gay. Tutto ciò che è umano è cultura, e se anche questa cultura non è esistita in quanto tale nel passato (e in effetti è così), al più tardi è stata creata negli ultimi 20-30 anni. Quindi è un fatto.
Inquietante il documento che cita “Cristianità”. C’è modo di risalire alla fonte?
Grazie e saluti,
S.
Luglio 7th, 2009 at 18:11
Ciao, ti ringrazio. È bello avere amici in incognito (sperando siano più dei nemici).
Ammetto che la negazione della “cultura omosessuale” è una delle mie solite sparate (ho il gusto della provocazione). Tuttavia c’è un fondo di verità, anche se è difficile arrivarci per il semplice fatto che prima bisognerebbe spiegare cos’è “cultura”. E credo che sintetizzare le argomentazioni porterebbe ad ulteriori incomprensioni.
Però ci provo lo stesso. A mio parere, tra cultura omosessuale e cultura tout court c’è lo stesso rapporto che esiste tra setta e religione.
Il destino della “cultura omosessuale” è quello di rimanere incompresa a chi non è omosessuale. L’unico modo che ha di farsi cultura è di uscire da se stessa ed accettare l’idea di cultura tout court.
Altrimenti rimane soltanto come “esperienza”, se non addirittura come una praxis contrapposta alla poiesis.
Alla fine la mia preoccupazione è che, accettando l’idea di una “cultura omosessuale”, si giunga ad una svalutazione della “cultura” e ad una sua ghetizzazione come “cultura eterosessuale”.
A pensarci bene, è forse lo stesso destino del femminismo teorico: ha provato a distruggere il concetto di cultura riducendolo a “cultura maschile”, ma il progetto è fallito. E continuerà a fallire, per sempre.
Spero ti sia più chiaro ciò che intendo. Comunque tratterò anche questo nella seconda parte dell’articolo.
Intanto ti confermo che la “fonte” di Cristianità è sicura. Sfortunatamente non sono riuscito a procurarmi il libro di Kirk e Madsen, ma esso è citato in parecchie bibliografie. Vedi la ricerca in Google Books.
Del resto il “progetto” è sotto gli occhi di tutti!
a risentirci
R.
Luglio 8th, 2009 at 16:41
Roberto,
non capisco. Dici che scrivi essenzialmente per i tuoi due o tre amici (in effetti pensavo che cancellassi subito il mio commento) e cedi (spesso, mi pare) alla tentazione della provocazione… Vuoi stupire chi – presumo – conosci molto bene? O alla fine ti interessa, in realtà, l’internauta (anonimo) che passa di qua, in modo che ammiri la tua anticonvenzionalità?
Non prenderla come un’ulteriore provocazione o una critica gratuita. Quando si pubblica ciò che si scrive, che lo si voglia o no, si vuole essere letti, e dal maggior numero di persone possibile.
Ho conosciuto il tuo blog da una tua lettera a Blondet, che seguivo - ora non più, e non tanto perché è a pagamento - per ragioni “semiprofessionali”. Vedo che anche da te ritornano alcune costanti - vedi, non le chiamo “luoghi comuni” - di un certo pensiero tradizionalista. È un punto di vista interessante, ma su tante cose ci sarebbe da discutere. E una di queste cose è proprio l’amore per la provocazione, che a volte rischia di diventare un alibi.
Detto questo, attendo con impazienza la seconda parte e tutto quello che scriverai in futuro.
Ciao, Riccardo
Luglio 9th, 2009 at 11:03
Che tristezza.
Luglio 18th, 2009 at 11:49
La “ghettizzazione” è solo la prima fase, questi puntano all’eliminazione totale del concetto di “eterosessualità”. Secondo questi “maghi” dell’Ingegneria Sociale la sessualità dell’essere umano è un costrutto culturale, non deriva dalla biologia, e partendo da questo assunto, vorrebbero creare un’umanità dove la norma è la “fluidità sessuale”, cioè l’identità sessuale incerta, non definibile, non classificabile. Stanno procedendo al tempo stesso alla distruzione della eterosessualità nei maschi e nelle femmine. Ma una cosa ancora più insidiosa, e tu lo saprai bene visto che hai letto il libro di Makov, è che stanno anche tentando di distruggere l’eterosessualità della mente… cioè vogliono uniformare il modo di essere dei maschi eterosessuali a quello delle femmine eterosessuali, rendendo i primi “psicologicamente omosessuali”. Quale maschio eterosessuale sano, sia nel CORPO che nella MENTE, può infatti avere un fetish nei confronti delle “donne in divisa” (soldatesse e simili) ? Solo dei maschi psicologicamente omosessuali possono provare attrazione per delle femmine che di femminile hanno solo l’involucro, ma che esibiscono caratteristiche psicologiche e comportamentali che sono la brutta copia del modello virile maschile.
Ciao
Luglio 19th, 2009 at 14:18
Per Riccardo: nei discorsi attorno al mio blog c’è molta autoironia, non c’è bisogno di prenderli troppo seriamente o farne un dramma.
Non so perché hai voluto aggiungere “che tristezza”, forse pensavi che avessi censurato il tuo commento, ma ovviamente non è così (perché avrei dovuto?). Io non censuro mai le critiche, ma devo mantenere uno stretto controllo sui commenti per il semplice motivo che ricevo al giorno 50 commenti di spam, quindi sono costretto a mantenere la “approvazione” prima della pubblicazione (altrimenti sarebbe il caos). Tuttavia, non avendo molto tempo per aggiornarlo, vi è la possibilità che un commento non venga pubblicato prima di una settimana, o persino un mese. E’ questo il bello di avere pochi lettori…
Comunque la provocazione è parte integrante del mio pensiero, non posso farci nulla. Però ho cercato di spiegarti le ragioni di questo articolo in maniera piuttosto lineare, mi sembra. Forse il problema è che sto trattando un argomento ormai diventato tabù, perciò capisco che la cosa possa infastidirti.
Luglio 19th, 2009 at 14:32
Per AF: ti ringrazio del tuo commento. In effetti è quella la linea sulla quale vorrei muovermi per la seconda parte dell’articolo. Quando l’ho scritto non avevo ancora letto Makov, e come ti ho già detto via email, ho trovato illuminante la sua lettura della pornografia come “omosessualizzazione” della sessualità etero.
Ma a parte questo, la “omosessualizzazione” di massa funziona anche senza argomenti estremi, è ormai una cosa quotidiana. Tanto per fare un esempio, ecco un articolo sulla cosiddetta “metrosessualità”, che è un sinonimo di “omosessualità per eterosessuali”.
http://news2000.libero.it/editoriali/edc71.html
Però mi resta un dubbio di fondo: se sia possibile combattere questa battaglia culturalmente, oppure sia necessario un’azione politica. Attraverso un’azione culturale ci sarebbe il pericolo di “ghettizzare” la cultura totale in “cultura eterosessuale”, come ho già scritto.
Attraverso l’azione politica, c’è il rischio più brutale di cadere nel reato di opinione, o addirittura nel fatidico “hate crime”. Se non ora, in futuro.
A questo punto mi chiedo se non sia più giusto attendere il crollo definitivo della nostra civiltà. Così finalmente i “diritti omosessuali” verrebbero riconosciuti per quello che sono: simbolo di decadenza.
R.