Non posso fare a meno di aggiungere al mio studio sul cattoadelphismo, questa indagine parallela sui rapporti tra cultura e jettatura.
I miei amici lo sanno, che sono molto superstizioso. Ma questa superstizione non si esprime attraverso il folklore tradizionale (anche se possiedo, come tutti, il mio cornetto rosso), poiché è di un altro tipo: potrei definirla come “superstizione intellettuale”.
Si tratta del rifiuto di apprendere quel che provoca una istintuale repulsione. È per tale motivo che non ho mai avuto davanti a me una pagina di Guénon (il primo confronto sul cattoadelphismo è giunto infatti alla conclusione che «il miglior modo per opporsi a Guénon è… non leggerlo!»).
Del resto, i pochi Adelphi che possiedo, sono tutti nascosti dietro ad un’altra fila di libri. Troverei insopportabile affrontare ogni volta quella faccetta deforme dal sorriso ebete, che spopola nei salottini gnostici.
Purtroppo sono uno dei pochi che utilizza tale precauzione. In ogni appartamento della borghesia-bene, notiamo subito, appena entrati, uno scaffale colorato da rassicuranti tinte pastello. Si spera in un errore del tappezziere, e invece non appena giunti lì davanti, ecco l’orrida fila dei feticci di carta. Dall’ultimo Arbasino (ma qual è l’ultimo Arbasino? È da Fratelli d’Italia che scrive sempre lo stesso libro) al primo Simenon (quel debosciato belga… ma leggetevi I racconti di padre Brown!).
La serie parallela “Cultura & Jettatura” sarà più che altro un modo di esorcizzare un discorso che diventa sempre più “pesante”. Voglio che sia chiaro a tutti: questa gentaglia porta sfiga. Sfortunatamente l’Index dei libri proibiti è stato a sua volta proibito, dunque il normale fedele non ha modo di allacciare le “cinture di sicurezza” prima di salire sul taxi color pastello di Calasso.
Ma quand’è che gli intellettuali hanno iniziato, coscientemente, a portare sfiga?
Secondo Piero Vassallo (nel Piccolo dizionario postmoderno, lettura consigliatissima) tutto è cominciato
«da quella estate del 1943, che fu teatro della rovente polemica tra Jean Paul Sartre e Georges Bataille intorno al predominio, nelle numerose correnti dell’ateismo contemporaneo, dei motivi della speranza o della disperazione. […] Bataille aveva infatti provocato i santoni della sinistra umanitaria indicando la fatale convergenza dei princìpi della filosofia hegeliana (ancora considerata “vertice speculativo della modernità”) con le ebbre e devastanti suggestioni di Nietzsche (in allora giudicato alla stregua di un ispiratore dionisiaco del nazismo). L’annessione della filosofia di Nietzsche da parte della sinistra moderna costituisce, appunto, l’inizio del “postmoderno”, l’età nella quale Augusto Del Noce ha contemplato l’insorgenza di un’ideologia di genere inaudito, il “totalitarismo della dissoluzione”.
[…] Sartre, che nella figura del pensiero oltre umano credeva di vedere la fonte dell’odiato autoritarismo, s’indignò. E per difendere l’identità del progressismo dalla contaminazione di (presunta) destra inventò di bel nuovo la guerra tra il panteismo bianco (l’ateismo della sinistra razionale) e il panteismo nero (l’ateismo della destra irrazionale e decadente).
[…] Ma il duello con Bataille era disperato: come il Sessantotto dimostrerà esaurientemente il panteismo nero esercitava un’attrazione irresistibile sul panteismo bianco. Herbert Marcuse, coniugando la rivoluzione ora sul paradigma dionisiaco di Nietzsche ora su quello tanatofilo di Freud, ha risolto il conflitto immaginario e pretestuoso tra il “bianco” e il “nero”. La storia delle involuzioni a sinistra infine ha dato pienamente la ragione a Bataille.
Il disprezzo di Sartre però non aveva tutti i torti. Il pensiero e la vita di Bataille erano esposti ad un’aura viziosa, non indenne dagli influssi nazistoidi catalogati ed approvati da Benjamin. […] In uno scenario degno della “Caduta degli dei” o di “In exitu”, la pederastia, con la sua segreta tensione antivitale e con il suo seguito di violenze, è l’ultima spiaggia dell’apostasia moderna. L’ateismo, deposti gli ammennicoli della scienza illuminata e/o positiva, si converte alla pura negazione abbandonandosi senza ritegno al travestitismo e all’orgia sadica.
Qui il non-senso promuove l’oscuramento iniziatico della ragione e l’ebbrezza consacra la caduta della volontà nel gioco inutile e nel furore sacrilego. I testi batailleani […] sono semplici variazioni sul tema dell’ateo moderno in cammino verso il nulla, che abita nei luoghi dell’indecenza.
[…] Il programma batailleano – trasformare l’economia dell’utile nell’economia del dono – è un espediente retorico (“dono” è bella e coinvolgente parola, “utile” ha un suono sciatto, “utilitarismo” è un errore) ma insufficiente a nascondere l’intenzione di abolire anche la più elementare giustificazione dell’agire umano. L’espressione dal timbro cataro “economia del dono”, in Bataille significa consacrazione dell’uomo allo scialo e all’eccesso capriccioso, che si rovescia fuor di sé per esaltare l’effimero e il “mistico” nulla.
Il postmoderno “essenziale”, dunque, propone la sepoltura dell’umanità nel totalitarismo della dissoluzione, che Bataille definisce “linguaggio del misticismo” e “profonda inclinazione per l’orrore”. […] L’ultimo orizzonte della hegeliana “morte di Dio” è la batailleana morte dell’uomo».
Abbiamo a che fare con del misticismo desolato e desolante, ispirato da un panorama brullo e senza speranza. Per demolirli, non basta la critica razionale; ci vogliono anche un po’ di freddure, qualche arguzia, molta ironia.
Come dice Luigi Codemo, l’universo adelphiano «non tirerebbe neanche ora di merenda. Semplicemente non camperebbe. Ma una casa editrice sì».
Per questo darò molto spazio alle battute di Vassallo, che Sergio Quinzio («cattolico praticante, contrario alle superstizioni») definì in lacrime “Inquisitore”.
Ecco qualche parere tranchant del nostro cacciatore di streghe preferito, sugli intellettuali-jettatori: Pierre Teilhard du Chardin («affannoso ricercatore di fossili»), Paolo Flores d’Arcais, («l’ex didimo dello juventino Mughini») Massimo Cacciari («un arcipelago, una coscienza multipla e scattante: Venetiae locutae sunt»), Alfredo Cattabiani («esteta che nudo beveva il tè in compagnia di Armandino Plebe»).
Aggiungiamo delle interessanti recensioni, su Gómez Davila («un Pitigrilli senza sorriso»):
«Nel testo gomezdaviliano appaiono ossimori tragicomici, da recitare con la mascella contratta dallo spasimo ipocondriaco. Ad esempio: “Grande scrittore è quello che intinge in inchiostro infernale la penna che strappa dall’ala di un arcangelo”. Passi la stupidità del paragone. Passi il fracasso retorico. Ma chi è l’arcangelo spennato? Giovanni Cantoni? E il grande scrittore? Buttafuoco?».
Su Ka di Calasso:
«Un libro porno-mistico […] che, tra la descrizione di un accoppiamento di principesse sapienti con cavalli moribondi e l’altro, esalta la teologia arcaica dell’India shivaita».
E, per concludere la rassegna, due pareri su Eugenio Scalari e Umberto Galimberti:
«Aristotele direbbe che Scalari è il luogotenente del nulla. Ma per tenere occorre che ci sia la cosa tenuta dal tenente, eventualità che la teologia scalfariana, in ultima analisi, esclude. Forse il nulla è il luogotenente di Scalfari? Se Scalfari concede a Scalfari l’esistenza. Ma chi conosce i pensieri del sacro?».
«Il rombante duo Galimberti–Scalfari […] punta in alto. Sul capo non hanno lo scolapasta di Napoleone ma la piramide con l’occhio supremo. […] L’elucubrante Galimberti estrae l’immagine di un uomo più che divino (Eugenio Scalfari), che si emancipa dal sacro con gesto violento. La coscienza nasce dall’inconscio. La distinzione dall’indistinto. L’essere dal nulla. Scalfari emerge dal sacro. Viviamo dunque nell’età della ragione scalfariana?».
Più che della dissoluzione, è un “totalitarismo della disperazione”. E le sue legioni portano una sfiga tremenda.
So che questa storia della jettatura è una cosa indimostrabile, ma vorrei comunque portare un esempio (che ho sul groppone da tanto tempo).
Il giorno stesso in cui moriva Eluana Englaro, compariva sul Corriere un’intervista allo scrittore americano Jonathan Franzen (“Lasciatela andare. La fine di papà fu per noi una liberazione”, 09/02/’09). Nei suoi romanzi, Franzen parla sempre (sempre) di morte, distruzione, terremoti, suicidio, depressione. In questo caso, l’intervista era dovuta alle pagine autobiografiche de Le correzioni, «il dramma di una famiglia alle prese con un padre dilaniato da una malattia incurabile» (ma la trama è tutta un macabro spettacolo, unico nel suo genere).
Mentre la tv annunciava (in diretta) la morte di Eluana, io leggevo le dichiarazioni di Franzen:
«Avvertii la fine [di mio padre] come una liberazione. All’improvviso ero il primo della fila, senza più genitori tra me e la morte. A dire il vero non pensavo alla mia: mi sentivo solo pieno di vita e di energia. Felice e libero senza più mio padre. […] È ipocrita sentirsi in colpa. Papà era stato chiaro: non voleva finire in un ospizio attaccato ad un tubo. Per lui non c’era altra via d’uscita tranne la morte. Lo sapeva e ha lavorato sodo per arrivarci. La decisione fu sua».
«La liberazione per mia madre è arrivata troppo tardi, dopo cinque devastanti anni insieme a lui. Era troppo vecchia e stanca per ricominciare e infatti dopo quattro anni morì. Lucidissima fino all’ultimo. Purtroppo non l’ho vista spirare. È stata lei la mia prima vera perdita perché, al contrario di papà, era ancora viva e vitale. La seconda è stata David Foster Wallace, uno dei miei migliori amici con cui ho passato una settimana quest’estate prima che si suicidasse. Soffrivamo entrambi enormemente eppure avevamo ancora tanto da fare insieme».
Non posso fare a meno, oggi come allora, di esibirmi in un becero gesto scaramantico. Ormai il “portare sfiga” è divenuto sinonimo di “profondità”. Al macabro raccontino di Franzen manca solo la “catarsi” batailliana, la masturbazione davanti al cadavere della madre – o forse c’è, ma è soltanto onanismo letterario.
Anche il vecchio Alberto Bevilacqua (che tentò di spacciarsi per il Coelho italiano), lancia un urlo di disperazione sul totalitarismo batailliano, che si fa ma non si dice (“Distruggere, sparare, uccidere: è narrativa?”, Corriere, 04/10/’08).
«[…] “La nostra tv si fonda sul sadismo” afferma Aldo Grasso in uno dei suoi acuti interventi. Vorrei aggiungere: non soltanto la tv. Anche i libri, tanti, troppi, di intrattenimento si ispirano, più o meno coscienti, alle idee di un maestro poco citato, molto assimilato: Georges Bataille. Lo scrittore francese affermava: “Che azione voluttuosa la distruzione!”. E anche: “Accedere al male e contestare il bene è la condizione stessa della libertà”. Le traduzioni degli autori italiani vanno sempre più limitandosi ai gialli e al noir. Mentre anche i media imbottiscono i cervelli e i sensi di disgrazie di ogni tipo, la narrativa pronto uso ricalca la fiction con ammazzamenti a gogò, pistole puntate (sembra la pubblicità occulta del revolver), cadaveri squartati, ripresi morbosamente sui tavoli dell’autopsia. Davvero un’Italia che non c’è più? O che noi cerchiamo di seppellire?»
Diamo atto a Bevilacqua di aver nominato l’innominabile. Dopo la sortita de L’Unità, che regalava (in «edizione riservata ai lettori e abbonati») i capolavori Storia dell’occhio e L’ano solare, tra un gadget di Veltroni e l’altro (le figurine Panini, i film di Moretti), Bataille era tornato nell’ombra.
Aldo Nove, col suo “orgoglio da deretano” (tipico di chi fa il deretanista col deretano degli altri), aveva rispolverato il tema dell’acefalo (omettendo qualsiasi rimando batailliano), la castrazione/decapitazione che apre il nuovo ano, attraverso il quale (per Nove e Parinetto), «passa la rivoluzione» (“L’ano tra sesso e rivoluzione”, Liberazione, 26/06/’05).
Scrive infatti il “maestro” Luciano Parinetto:
«La contestazione omosessuale e femminista se, come lo è l’ateismo nei confronti di dio, non vuole essere una posizione per negazione di quel capitalismo che l’ha fatta emergere per emarginazione e stigmatizzazione, se non vuole confermare i ruoli sessuali mediante una semplice negazione di essi (ciò che si pone per negazione dipende da ciò che va negando), deve presentarsi come introduzione alla dissoluzione dei ruoli, vale a dire alla transessualità, cioè a un totalmente altro, a una radicalmente nuova posizione, sia riguardo alla normalità, sia riguardo alla diversità».
E chiosa l’allevo Nove:
«Non deve esistere, insomma, normalità. È la norma, l’alienazione. Per Parinetto, l’eterosessualità è omosessualità travestita (“In questa società, il rapporto dell’uomo con la donna è un inconsapevole rapporto dell’uomo con se stesso, tanto è vero che in una simile società il travestito impersona perfettamente l’immagine che l’uomo si fa della donna”), mentre l’omosessualità militante o unidirezionale è, nella sostanza, la stessa cosa, esprimendo comunque dialettiche di potere, giochi di ruoli.
Un testo della metà del IV secolo, il copto Vangelo secondo Tommaso, fa dire a Gesù: “Quando farete in modo che due siano uno, che l’interno sia come l’esterno, e l’alto come il basso, e se voi fate del maschio e della femmina una cosa sola, affinché il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina, entrerete nel regno”».
Sfiga. Semplicemente, sfiga: i vangeli apocrifi, Deleuze-Guattari, solito trans-trans “tutti siamo gay / etero è alienazione” ecc…
Anzi, doppiamente sfigati, talmente kitsch e sputtanati che Adelphi non li pubblicherebbe mai.
Intellettualmente parlando, ad Aldo Nove “puzzano i piedi”: è sfigato dalla nascita. Uno come lui, il “cannibale di Viggiù” che si è (s)formato «con il Gruppo 63 e la pornografia»; che nei suoi libri parla solo dei cartoni animati che ha visto alla tv quand’era piccino; uno come lui, dicevo, non potrebbe neanche fare il maggiordomo, nel salotto Adelphi.
Anche se, a parziale giustificazione della sfiga di Nove, dobbiamo ricordare che nella lista degli invitati al “doppio sogno” calassiano sono esclusi due convitati di pietra come Bataille ed Evola.
Troppo sputtanati, bisogna riconoscerlo.
Non che i filadelphi manchino di bocca buona: altrimenti come avrebbe fatto il re dello sputtanamento, Guido Ceronetti, a guadagnarsi un posto allo “squisito coté necrofilo” (M. Blondet)?
Ceronetti è il “cataro infrangente” per eccellenza, che spazia dalle marionette all’autofellatio estatica. All’ennesimo articolo di Repubblica sul suo “Teatro dei Sensibili”, anche Fulvio Abbate è sbottato contro il “culturame”, «tutto un mondo amante della Cultura e delle maiuscole».
Se Sgalambro compone testi per Battiato, Ceronetti potrebbe scriverli per Faust’o:
«CATARISMO! Catarismo! Luce che morde la tenebra e non se ne lascia ingoiare, com’è scritto nel prologo giovanneo: “La Luce brilla nella Tenebra e la Tenebra non la ingoia”. […] [Parliamone], finalmente, in quella provincia di Cuneo che attraverso le Marittime si bacia con le aure di Provenza, in questo Piemonte che fu terra di rifugio oltre che dei Poveri di Lione di Pietro Valdo anche dei vinti, imbattuti, indomabili fuggiaschi e profughi religiosi dell’Occitania, martirizzata dalla ferocia degli Inquisitori cattolici, che ne fecero qua e là terra di missione […]. Ci saranno musiche trovadoriche, letture del poema di lamento che canta le nefandezze dei crociati nordisti di Simone di Monfort, visite a qualche luogo, discorsi su temi appassionanti e cene vegetariane, perché il catarismo fu l’unica chiesa (sic) d’ispirazione evangelica che osò bandire l’alimentazione necrofagica tanto cara alle tavole dei cristiani dell’agnello arrosto e del fegato d’oca. Pace a voi ossa martiri, ma non tutto, non tutto il catarismo è finito coi roghi ai piedi di Montsegur. “Sarebbe tempo di considerare il catarismo come una delle grandi religioni d’ispirazione cristiana”: così, perfettamente, Francesco Zambon nel suo libro, edito da Adelphi [ça va sans dire!, ndR], La Cena segreta, che raccoglie i pochi scritti superstiti di questa religione perduta e da ritrovare. Quanto osservato da Zambon è per me incontestabile, ma il catarismo non è una eresia soltanto, è l’eresia delle eresie, col suo dualismo gnostico che separa l’autore della vita (ritenuto assolutamente maligno) dal “padre legittimo” degli spiriti buoni, la sua condanna, come supremo peccato, della procreazione, la sua salvezza per via iniziatica e misterica, analogamente alla tradizione orfica ed eleusina, che esclude la massa e crea disuguaglianze originarie d’eternità in eternità. […] Un’ombra nera è impressa sulla purezza della dottrina: la pratica sporadica, ma non smentita, raccomandata ai malati, anche quelli non in grado d’intendere, dunque imposta dai familiari, dell’endura, il digiuno fino a morirne. Nell’endura catara è forse il germe lontano delle sette che praticano, collettivamente, il suicidio religioso come via spicciativa di salvezza, comparse in questi anni in Europa e in America. Il salto nella tenebra del fanatismo, per fame di luce, resta, in qualunque modo si esplichi, una seduzione satanica che proviene dal mondo, che non scioglie dalle sue catene. L’idea della non-indifferenza della materia e della carne, della sua partecipazione irriducibile al Male, del suo esserne emanazione, è in tutta la filosofia e la poesia pensante dell’Occidente una sconfinata presenza: mentre frughiamo invano in cerca di segnali di catarismo qualche cimitero piemontese o lombardo, abbiamo forse nella borsa, ignorandolo, un libro dove la misteriosa eredità spirituale del catarismo giace, in prosa o in versi, attivamente dissimulata. Gli autori stessi sono, talvolta, dei catari che s’ignorano…»
[dalla rubrica “Lanternina Rossa”, La Stampa, 25/11/1999].
…Ed è subito catarismo! Dalle musiche trobadoriche alle “visite in qualche luogo” (principalmente cimiteri piemontesi e lombardi).
Uno così viene preso sul serio, dotato com’è «de amplísima y refinada cultura»: anche lo Stato gli stacca l’assegno mensile della Legge Bacchelli.
In fondo, se ci è e non ci fa, gli è perché il suo Tao glielo impone.
Ecco, è questa la gente con la quale non bisognerebbe avere a che fare.
Purtroppo di Ceronetti si dovrà parlare, a proposito della sua infatuazione “filosofale” per la messa tridentina, il “rito antico” (per come lo intende lui, vi assicuro che non è una bella cosa).
Sarò costretto a sorbirmi ancora le sue sublimi stronzate, come quella sul «Cristo sofferente nella materia, che incarnò e comprese l’apostolo Mani, [e che] doveva passare per tale prova di abiezione [scil. la riforma liturgica]».
Non so se resisterò: io sono una persona solare –non di quelle che stanno davanti al sole-ano godendosi gli effluvi mefitici di una cultura in decomposizione. Io mi appago del “sole” della tradizione apostolica: pubblica, unica e vitale.
Questo teatrino parallelo servirà, spero, a smaltire un po’ di jettatura.
Roberto Manfredini
Novembre 5th, 2009 at 08:49
Certo che, per essere uno jettafobico, sei entrato fin troppo in confidenza con questo mondo di “tenebre”…non è un rimprovero, anzi, stai svolgendo un lavoro utilissimo e molto ben documentato…ma mi devi spiegare come fai a non farti ammorbare dalla frequentazione di cotanta sozzura diabolica, come fai a resistere alla tentazione di credere che siano loro ad aver vinto la partita…
Novembre 5th, 2009 at 12:53
Ma no, Rosanna, questi non vinceranno mai. A parte il non prevalebunt, che bisogna incidere sul nostro cuore (altrimenti la nostra fede non serve a nulla), il fatto è che sono veramente sfigati. Sono incapaci di tenere la bocca chiusa, tutti i loro progetti si trasformano in operetta. Si auto-denunciano sui giornali come “gnostici”, “catari” e catarini.
La loro arte è lo “sputtanamento” (scusa il termine, ma è il più indicato). Solo i fessacchiotti ci cascano. Anche Blondet, nel suo Adelphi della dissoluzione, ogni tanto si lascia andare alla disperazione: si vede che ha creduto troppo in certi “spauracchi”.
Ma, per fare un esempio, ai tempi di “Una voce”, l’associazione che la Campo mise in piedi per difendere l’antica liturgia, solo i più ingenui ci cascarono (il cardinale Siri, invece, respinse l’offerta di firmare - da questo “Principe del cattolicesimo” non si finisce mai di imparare).
E poi basterebbe aprire una pagina a caso della Summa Theologiae per scacciare i demoni adelphici.
L’unica cosa che mi preoccupa, ma non è un’angoscia di tipo “intellettuale”, è appunto la sfiga. Quindi ogni tanto è necessario “esorcizzare”.
a presto
R.
Novembre 6th, 2009 at 15:54
Possedendo solo un libro adelphiano (Gomez-Davila, “In margine a un testo implicito”) non ho bisogno di simili precauzioni…
Novembre 6th, 2009 at 17:09
Buon per te!
Vassallo definisce Davila “un barzellettiere sudamericano”. C’è da diffidare dell’uso che ne hanno fatto Cantoni e Alleanza Cattolica.
Comunque l’adelphismo non è solo negli adelphi. Prima c’erano le Edizioni di Comunità, poi in contemporanea la Rusconi di Cattabiani…
Oggi la gnosi spopola allegramente dove meno te l’aspetti. E’ pura egemonia culturale.
R.
Novembre 9th, 2009 at 18:06
Mi sono ancora un po’ oscuri i motivi per cui Vassallo e Blondet giudicano così severamente Gomez-Davila.
Novembre 13th, 2009 at 10:45
Blondet penso non abbia mai letto Dàvila, mentre Vassallo lo considera (giustamente) un esoterista “adelphico” (appunto!), che ha poco a che vedere sia col cattolicesimo che col cristianesimo.
Le uniche cose buone (nel senso di “in accordo con la dottrina cattolica”) che ha scritto, sono scopiazzamenti di Donoso Cortés.
Non è il primo autore che, partendo dall’anti-modernità radicale, sprofonda nell’esoterismo. Ma finché si tratta di citare un paio dei suoi aforismi, può andare bene; i problemi nascono quando qualcuno (come Cantoni) tenta di spacciarlo come il non plus ultra della cultura cattolica.
R.
Novembre 17th, 2009 at 11:20
scusate se porto la discussione a livello triviale, ma un neocatarismo popolare viene pure dalla televisione, dal GF la donna che diventa uomo:
“mi sento intrappolata nel corpo di donna”
Novembre 17th, 2009 at 13:01
Accidenti Armando, mica me l’aspettavo che ti guardavi il GF!
Comunque la storia della donna che diventa uomo è più uno squallido corollario di Sodoma. I catari non volevano “essere accettati per come sono”. Mentre invece Sodoma è l’idealtipo di una città che ha i suoi regolamenti, dove anche la perversione deve essere regolata da leggi. Quindi se una donna vuole diventare uomo, non si monta un fallo posticcio per stupri rituali, ma riceve l’assistenza medica per un rifacimento perfetto.
R.