Sarebbe pretenzioso voler esaurire con un semplice articolo il fenomeno del “cattoadelphismo” (l’infatuazione di molti intellettuali cattolici per la cerchia di Roberto Calasso), per giunta da parte di chi è ancora agli inizi della ricerca.
Queste “puntate”, formalmente ispirate alla serie “Adelphi d’Italia” di Luigi Codemo (del visibile), saranno quindi propedeutiche ad uno studio più approfondito, che qualcuno potrà anche continuare al posto mio.
La mia ricerca parte dagli elogi sperticati di Emanuele Samek Lodovici rivolti al giovane Roberto Calasso, contenuti nel classico Metamorfosi della gnosi.
Nel capitolo dedicato a Karl Kraus (“Oltre l’illuminismo: due figure”) Lodovici definisce Calasso «autore di squisita intelligenza» e «fine osservatore», riferendosi per altro ad una modesta introduzione ai Detti e contraddetti del Kraus.
Per un lettore come me, cioè uno che assiste desolato alla “egemonia culturale” conquistata dai circoli adelphiani, il tributo di Lodovici suona a dir poco importuno.
Com’è possibile che, dopo aver denunciato per tutto il libro lo neognosticismo di massa, l’Autore cada su un punto così banale?
Trovare risposta al mio quesito non è un’impresa facile. Come al solito giunge a schiarirmi le idee wXre, con l’articolo “Samek Lodovici, combattente depistato”:
«Emanuele Samek Lodovici, personaggio di spicco del giro milanese Ares/Opus Dei degli anni ’70, […] [di lui] si tramandano ricordi più che onorevoli. A detta di quelli che l’hanno conosciuto era davvero un sant’uomo, serio umile devoto.
[…] Il suo Metamorfosi della Gnosi (Ares edizioni) è circolato come un testo di culto negli ambienti catto-conservatori di allora, il nome di Samek risuonava e risuona tuttora ai testimoni dell’epoca come quello di un profeta […]. Questo sfortunato combattente, certamente uomo di Dio, certamente studioso con buone capacità di lavoro […] prese però dei granchi tremendi. E li fece prendere a molti dopo di lui, causando danni non piccoli.
Metamorfosi della Gnosi è un testo che trasmette uno zelo per la Buona Battaglia, indubbiamente, ma che letto oggi è, come dire, imbarazzante. Un testo in cui il povero Samek prende come esempi della lotta contro la gnosi personaggi quali Quinzio, Citati o Calasso. Soprattutto quest’ultimo, verso cui il Nostro non nasconde una grande ammirazione.
Il motivo di un tale colossale fraintendimento (a cui se ne potrebbero aggiungere diversi altri) è abbastanza semplice. Samek cade in pieno nella trappola della dicotomia materalialismo/trascendenza, progressismo/tradizione, identificando la gnosi con i due primi fattori, riassunti in modo sommo nel marxismo. Ecco allora che la prima produzione adelphiana, con il recupero di fattori “spirituali” e di istanze “tradizionali” (Samek è fortemente suggestionato anche da Guénon) diventa per lui un motivo di consolazione, non accorgendosi che proprio da lì stava per arrivare l’attacco più micidiale al cattolicesimo.
Errori di gioventù a cui il Nostro non ebbe il tempo di rimediare, si dirà. Senz’altro. Fatto sta che furono errori gravissimi, anche perché la carica dissolutoria di personaggi come Calasso, che aveva già pubblicato un testo horror come l’Impuro Folle, o di Zolla erano chiarissimi. Bastava leggere.
Spiace, quindi, che fra coloro che ricordano questa bella figura scomparsa 25 anni fa nessuno abbia il coraggio di redigere un onesto bilancio della sua esperienza culturale. Non si tratterebbe di mancanza di rispetto, ma di un atto di chiarezza, che potrebbe evitare anche oggi a molti lettori un po’ naif di essere depistati».
È un giudizio severo, ma necessario proprio a quei lettori “un po’ naif” (quorum ego) che, alla ricerca di spiegazioni, finisco per imbattersi nell’ormai storico articolo di Blondet “La storia di Orfeo” (Effedieffe, 26/06/2006).
A prima vista, sembrerebbe un ricordo appassionato di Samek Lodovici (“Orfeo”) da parte di uno dei suoi migliori amici.
Credo tuttavia che a molti naïfs sia subito saltata all’occhio una contraddizione lampante: perché Maurizio Blondet, il coraggioso autore de Gli adelphi della dissoluzione (saggio che ha aiutato molti di noi a diffidare della “sapienza color pastello”), non accenna nemmeno un istante alla “cantonata” di Lodovici?
Per chiarire la questione, è giunto (provvidenzialmente) da queste parti il grande Piero Vassallo, autore che non ha bisogno di presentazioni.
A chi avrei potuto chiedere lumi sul “cattoadelphismo”, se non a lui?
Ecco cosa pensa Vassallo delle “citazioni aldephiane” di Lodovici (da conversazione privata):
«Ho conosciuto (1974) Emanuele Samek Ludovici (me lo ha presentato Giovanni Cantoni) e ho stabilito con lui un rapporto d’amicizia (fu lui a farmi collaborare con Studi Cattolici, allora diretta da mons. Livi). Emanuele, oltre che intelligentissimo era straordinariamente buono.
L’abbaglio su Calasso? Credo dipenda dal successo che ebbe Elemire Zolla nel periodo 1965-1975. A Genova Zolla fu sostenuto da Sciacca, che pure non era uno sprovveduto. Quando (1967) nella rivista Renovatio osai stroncare un libro di Zolla (perché avevo scoperto- obliquamente nascosta in una citazione di Stromata- l’apologia dell’orgia consumata da certe sette gnostiche) insorsero in massa gli intellettuali cattolici. Del resto la rivista dell’Università cattolica aveva pubblicato un’apologia di Zolla.
Baget Bozzo (direttore di Renovatio) scrisse un articolo, “Le potenze di Zolla”,per manifestare il proprio stupore di fronte all’autorità esercitata da Zolla in ambiente cattolico. In seguito scoppiò il caso Campo e infine Zolla gettò la maschera, pubblicando opere pornoteologiche. In ambiente cattolico allora ci fu una corsa alla giustificazione. Si diffuse la leggenda della improvvisa follia di Zolla. Qualcuno arrivò al punto di attribuire l’involuzione di Zolla alla moglie Maria Grazia Marchianò.
Quando scrisse Metamorfosi della gnosi, Emanuele frequentava assiduamente Maurizio Blondet, uomo non privo d’ingegno ma fortemente limitato dalla passione per l’esoterismo di Guénon. E vedi caso Guénon stava diventando l’Autore di Calasso. Naturalmente la mia è un’ipotesi. Ma è probabile che Blondet abbia influenzato in qualche modo Emanuele (che non aveva, peraltro, approfondito la conoscenza del pensiero allora albeggiante di Calasso). Se avesse letto il commento (Adelphi, 1968) a Ecce homo, forse. Evidentemente non lo aveva letto.
Calasso era perfettamente in linea con l’avanguardia ultra comunista (i discepoli di Benjamin e Bloch) e condivideva il programma inteso a rifare e rilanciare la rivoluzione di Marx rilanciando Nietzsche e Freud (specialmente il Freud del saggio su Mosé) Il fine era la distruzione dell’Antico Testamento: colpire l’Occidente (la fede cristiana) aggredendo l’Oriente (la fede nel Dio di Mosé) Ma Emanuele non poteva saperlo: il vero disegno degli “adelphi” si è rivelato cammin facendo.
Pensa che a destra (Gianfranco De Turris e Mario Bernardi Guardi e non solo loro) c’è chi crede ancora che Calasso sia un tradizionalista».
Anche Vassallo ricorda l’amico Samek come “straordinariamente buono”, ma al contempo accetta di confrontarsi su un tema ineludibile (oggi più di allora).
La testimonianza di Vassallo coincide con quella di wXre, nell’individuare le influenze guenoniane in Lodovici, e nel ricordare che già prima di Metamorfosi della gnosi Calasso aveva dato sfoggio delle sue aberrazioni.
L’ipotesi di Vassallo è che l’influenza di Blondet abbia fuorviato Samek Lodovici. Sarebbe ingiusto dare spazio a questa critica (formulata con rispetto), senza interpellare l’interessato.
Non essendo riuscito finora a contattare Blondet sul tema, per il momento posso soltanto riportare una sintesi di una precedente conversazione via email, avvenuta anni fa.
Blondet mi disse che la sua infatuazione per l’esoterismo “di destra” era da considerarsi in contrapposizione alla morbidezza del clero post-conciliare. Riconosceva l’importanza di quegli autori adelphiani nel suo cammino di conversione, come un pharmakon che lo aveva riavvicinato alla mistica verace, ma nello stesso tempo rifiutava l’effetto velenoso delle sofisticherie calassiane.
Detto questo, è ovvio che il ruolo di Blondet fu assolutamente secondario rispetto ai veri protagonisti della “catastrofe”.
Lo stesso Piero Vassallo ricostruisce alcuni di quei profili nell’importante articolo “Cattocomunismo e cattoadelphismo: la padella del conformismo e la brace della stupidità” (Effedieffe, 18/02/2004):
«[…] Si tratta di comprendere che il cattocomunismo ha percorso […] l’orbita iniziatica […] che ha indirizzato il comunismo a bruciare le illusioni rivoluzionarie nel fuoco di quelle passioni decadenti, che, in Italia, sono sistematicamente attizzate dalla casa editrice Adelphi. E di valutare finalmente l’illusorietà di certe alleanze anticomuniste (l’alleanza con l’oligarchia protestante e/o l’amicizia spirituale con […] Elemire Zolla, fomite delle ambiguità della case editrici Dell’Albero, Borla e Rusconi). Alleanze spirituali suggerite dall’incombenza (offuscante) del pericolo, mai da una seriamente controllata affinità ideale. Alleanze che, prolungate senza ombra di ragione, oggi sono diventate funzionali alla sovversione postcomunista, al nichilismo libertario e neodestro […]. Queste alleanze, nate all’insegna della confusione tra aristocrazia e oligarchia, tra tradizione e spazzatura regressista, costituiscono il principale ostacolo sulla via dell’affermazione di una vera destra. Di più: senza la demistificazione di queste matrici dell’ambiguità, la falsa destra cattolica (la destra cantoniana, incensata da Ferrara nel Foglio, la destra che consente e avalla il passo doppio del Domenicale e di Percorsi) invaderà il mercato come una cattiva moneta.
La fumosa storia del cattocomunismo ebbe, infatti, inizio nel “sublime” salotto milanese di un famoso occultista, il banchiere Raffaele Mattioli, il quale, assecondando le candide voglie di Franco Rodano, in poche sedute lo persuase a circolare senza freno intorno a due lucenti miraggi. Nella prima seduta visionaria, il celebre mago della finanza e della cultura, evocò […] gli splendori fittizi d’un cristianesimo primitivo, avvolto nel vessillo d’una povertà rivoluzionaria, perseguitata dai borghesi e costretta a rifugiarsi nell’ospitale palazzo del potere sovietico.
[Rodano] credette allora di essere deputato dalla Provvidenza ad intrufolarsi nel corteo comunista, per incontrare, riscattare e “sposare” la povertà evangelica, marciante in compagnia delle splendide virtù proletarie. […] Credette [anche] di vedere Pio XII nell’aspetto di un reazionario corrotto dagli americani e dai fascisti. La missione spirituale dei cattolici di sinistra consistette, pertanto, nella “demistificazione” del cattolicesimo. Opera illuminata, che ebbe inizio dalla collaborazione di Rodano ad una rivista laicista, fondata dal “salotto” di Elena Croce allo scopo di continuare l’opera anticattolica di Benedetto Croce.
[…] Gli amici di Rodano hanno assistito al capovolgimento della morale e all’umiliazione della civiltà italiana, piano attuato secondo lo schema che l’oligarchia massonica aveva inutilmente tentato d’imporre nell’età del cosiddetto risorgimento italiano. Le “riforme liberatorie” d’ispirazione squisitamente massonica - sfascio della famiglia, culto dell’adulterio, sostegno statale alla pornografia, legalizzazione dell’aborto, liberalizzazione della droga, sacralizzazione della pederastia, mano libera ai criminali - sono state imposte grazia al voto che gli elettori proletari, persuasi dai comunisti e dai cattocomunisti, hanno riversato sui partiti che progettavano di pervertire la morale controriformistica, intesa come “maledetta malattia italiana”. […] La kermesse cattocomunista è durata cinquant’anni, resistendo prodigiosamente all’insidia mortale del ridicolo, personificato da un alto dignitario della massoneria, un banchiere più papista del Papa, che, ritto sul banco dei prestiti a strozzo legale, predicava la purezza evangelica e la beata povertà.
Da questo pulito bancario sono state lanciate le leggende funzionali al depistaggio dei cattolici, la pia leggenda di Franco Rodano e quella parallela di Cristina Campo. L’incantesimo è infine svanito dal lato sinistro, e la scena eversiva ha girato le spalle al progressismo. […] Come in uno specchio rovesciante, il delirio cattocomunista, passando (o “trasbordando”) da sinistra a destra, si trasforma in cattoadelphismo, cioè in tradizionalismo contraffatto.
Ora è indispensabile rammentare che la metamorfosi adelphiana del tradizionalismo ha una lontana origine dal delirio antigentiliano del poligrafo Giacomo Noventa, un autore che ha avuto successo nella destra cattolica grazie all’autorevole mediazione di Augusto del Noce, [al quale] toccò quindi la parte dell’inconsapevole ambasciatore adelphiano. […] Noventa elaborò una teoria (seducente ma del tutto infondata, ché Gramsci dipende piuttosto da Croce) che pretendeva di squalificare la filosofia di Gentile dimostrando che essa altro non era che il preambolo al gramscismo. Sui cattolici, che ignoravano o dimenticavano la lucida soluzione del problema gentiliano proposta da Michele Federico Sciacca (in Atto ed essere) il potere della suggestione noventiana era irresistibile, in quanto permetteva di chiudere (a buon prezzo ed evitando faticose letture) il contenzioso con il neoidealismo e con l’uso risorgimentale dell’idea di “primato”.
[…] L’avversione noventiana a Gentile fu rafforzata per un verso dal crocianesimo di Del Noce, per l’altro dall’effervescenza magica, guénoniana ed evoliana, che, da tempo, disturbava e alterava l’area culturale che avrebbe dovuto, invece, conservare e sviluppare religiosamente la grande e nobile eredità di Gentile. Quando si rammentano tali precedenti si può comprendere senza difficoltà come poté penetrare nel’’area della destra cattolica un banditore magico dell’eversione nichilistica e libertina come Elemire Zolla. Infatti Zolla (e dietro a Zolla il fiume limaccioso dell’irrazionalismo magico) acquistò prestigio nell’area cattolica grazie ad un giovane pensatore magico (Alfredo Cattabiani) e ad un filocrociano influenzato da Noventa (Augusto Del Noce). Il primo e incolpevole nucleo del cattoadelphismo si è sviluppato (nella casa editrice Borla) grazie ai fraintendimenti intorno a Simone Weil, Jean Danielou, Elemire Zolla, Léon Bloy e Titus Burkhardt.
Di lì si giunge all’ambigua stagione della casa editrice Rusconi ed infine alla sconcertante apologia di Roberto Calasso, probabilmente dovuta a scarsa informazione, visto il grande spessore morale e culturale dell’autore Emanuele Samek Ludovici, (cfr. Metamorfosi delle gnosi, Milano, 1979, pag. 188-205). L’ultimo capitolo dell’avventura è la pietosa fruizione delle oscene facezie cucinate dal decadente sudamericano Gomez Dávila. Mediante l’inversione del ruolo, un tempo utilmente interpretato da Rodano, oggi i cattoadelhiani corrono all’impazzata sulla passerella del tradizionalismo avventizio, allestito da prestidigitatori iniziatici sul fondamento del romanticismo (la carta d’identità usata da Roberto Calasso per trasferire l’eversione sessantottina nell’area riservata ai dormienti). Interpretando fedelmente la parodia massonica della tradizione, i cattoadelphiani trasferiscono la loro “romantica” ostilità da Gentile all’umanesimo cristiano. […] Nel liquame zampillante dal sottosuolo adelphiano, la frenesia dissolutoria sostituisce –“logicamente”- la teologia della liberazione. Conclusa la fase della rivolta sessantottina, è tempo di raccoglierne e gustarne i frutti tossici.
La festa hippy è finita, i maestri dell’immaginazione utopica, Marx, Freud e Reich, sono archiviati. Ora il piano rivoluzionario contempla solamente la lapidazione della cultura umanistica e il trionfo del pensiero obituario. Come Freud aveva previsto lucidamente, la sequela rigorosa del principio di piacere incontra il principio di morte. È quello che si vede esposto nelle librerie colonizzate dagli adelphiani e nelle terze pagine dei più autorevoli e potenti quotidiani […]. Possiamo finalmente cogliere il senso letterale del proverbio “la rivoluzione divora i suoi figli” (spegnendone l’intelletto). E apprezzare il paradosso che ha plasmato uno scenario dove il trono dell’utile idiota non si trova nella sede comunista ma in una conventicola di cattolici addomesticati dalla scolastica dei maghi».
La lunga citazione è necessaria ad identificare le tre fonti inquinate dalle quali, secondo Vassallo, è scaturito il “catto-adelphismo” (termine che, per altro, ha coniato lui):
1. Le “alleanze spirituali” in funzione antimarxista;
2. Il cattocomunismo;
3. La rivolta ebraica contro la Bibbia avvenuta nel XX secolo.
Sul primo punto, ci permettiamo di ricordare un altro articolo di wXre, “Del Noce: da Augusto a Fabrizio” (13/07/2006), assieme ad un commento dello stesso autore:
«Anche Del Noce come Samek Lodovici –e, vista la sua fama, in modo più grave– è stato usato e depistato. Proprio lui, tra l’altro, che aveva rilanciato il concetto di eterogenesi dei fini.
Un personaggio che lo ha fortemente influenzato è stato per esempio Giacomo Ca’ Zorzi (e poteva mancare il veneziano?) alias Giacomo Noventa. […] Fu un personaggio molto importante, anche se defilato, nel milieu letterario e filosofico a cavallo della seconda guerra mondiale. Il milieu che contava, ovviamente. Legatissimo ad Adriano Olivetti, ebbe un ruolo strategico nella nascita delle Edizioni di Comunità, una delle incubatrici del progetto Adelphi.
Fu Noventa sostanzialmente che fissò l’attenzione di Del Noce su uno spauracchio, quello dell’azionismo torinese. E fu sempre Noventa, con il suo cristianesimo esoterico, che spinse Del Noce, di fronte alla minaccia di un immanentisimo dilagante per via azionista, verso quella “spiritualismo” di cui Comunità, con le sue Simone Weil e i suoi Walter Schubart, fu una propagatrice.
Morto Noventa, a lavorarsi Del Noce nella stessa chiave ci pensò Elemire Zolla, che condiresse con lui una collana per la Rusconi e lo spinse sui lidi di Che cos’è la Tradizione et similia.
[…] Sia Samek che Del Noce si sono concentrati sul marxismo (et progressismo in genere) e sui suoi esiti nichilistici, individuando lì non una parte del problema, ma IL problema tout court. Non si sono accorti che il nemico era bifronte e che gli autori che loro credevano essere rimedi al male, e che loro promuovevano, costituivano invece un aggravamento della situazione. Si sono rivelati entrambi, più che profeti, drammaticamente in ritardo sui tempi: bloccati nella denuncia di una decomposizione culturale, quella gramscio-marxista, che era già chiarissima a chi aveva occhi per vedere, mentre sono stati incapaci di intuire i tratti della nascente e ben più maligna egemonia culturale, incarnata in una casa editrice che ovviamente non è solo tale, Adelphi.
Chapeau per tante pagine delnociane sul totalitarismo della dissoluzione. Mani nei capelli per il Del Noce che giudicava antidoti a tale processo nichilistico Simone Weil, Titus Burkhardt e gli autori che Zolla gli suggeriva per la collana di Borla. […]».
Per quanto concerne il “catto-comunismo”, questa demi-culture nel contesto italiano assume un ruolo più importante di quello delineato dai sostenitori del centro-destra o dai lefebvriani (che, secondo la dialettica del Don Camillo-Peppone, rappresenterebbero i “clerico-fascisti”).
Piero Vassallo ha approfondito il ruolo “adelphico” dell’alleanza catto-progressista nella figura di Rodano in “Franco Rodano. Dall’utopia alla secolarizzazione” (Effedieffe, 15/07/2005), ora nel quinto capitolo (“Franco Rodano dall’utopia cattocomunista al laicismo”) del recente Provocazioni [I libri della banda, Genova, 2007].
Giusto per citare:
«Rodano non era vittima di un abbaglio giovanile, ma lucido funzionario di un progetto “laico” rivolto contro Pio XII quando, dopo aver ascoltato le lezioni di Palmiro Togliatti (e di Raffaele Mattioli […]) affermò il superamento della rivalità tra De Gasperi e Togliatti e il loro accordo su una politica laica. […] L’esemplare storia di Rodano rappresenta la metamorfosi dell’ingenua fantasticheria antimoderna (nutrita da febbrili nostalgie medievaliste) dei cattocomunismi, strumento e golem dell’aggressione massonica alla tradizione spirituale e morale del popolo italiano. […] Separati da Marx, ma non dalla chimera millenarista, Rodano e gli altri militanti della sinistra cristiana non poterono fare altro che affluire disciplinatamente nel PCI.
Nel dicembre del 1945, infatti, fu deciso, con voto quasi unanime, lo scioglimento del movimento della sinistra cristiana e l’adesione al partito di Togliatti.
La sottile astuzia di Togliatti, invece, aveva consigliato a Rodano di confluire nella DC, dove le tesi dei cattocomunisti avrebbero dato più consistenti risultati a vantaggio della sovversione.
Fu l’ostinata avversione del giovane Rodano a De Gasperi a decidere in senso contrario.
Ma dopo l’adesione al PCI, Rodano cominciò a considerare e a condividere le ragioni di Togliatti, ragioni perfettamente coincidenti con quelle del crociano Raffaele Mattioli: il vero ostacolo alla “rivoluzione italiana” non era De Gasperi, ma Pio XII […]. Per Raffaele Mattioli (e per Palmiro Togliatti) il nemico da battere non era identificato con il gruppo democristiano che seguiva l’indirizzo laico e liberale (modernistico, alla fin fine) della politica degasperiana, ma con il “partito romano”, costituito dai curiali fedeli a Pio XII, che tentavano d’imporre alla DC la politica dell’attenzione per le tesi della destra interclassista e patriottica. […]
La scena squisitamente “adelphiana” del 1974, con Enrico Berlinguer che festeggia, insieme con gli alleati risorgimentali (liberali, repubblicani, azionisti e cattocomunisti) la rivincita del Risorgimento oligarchico sul popolo (“populace”) cattolico che aveva bocciato la legge divorzista, e sul fascismo, che aveva realizzato la Conciliazione, spiega il significato ultimo e la finalità della politica di Franco Rodano.
[…] In Italia il processo di secolarizzazione – la vera rivoluzione attuata nei cinquant’anni di vita repubblicana - è passato attraverso la DC, cioè attraverso il rifiuto che De Gasperi oppose alla svolta a destra programmata da Pio XII e da Gedda.
Sia l’alleanza in funzione antimarxista che il cattocomunismo, avendo perso contatti col reale (inteso anche come politico), si compenetrano oggi in una bizzarra osmosi, atta a dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, come la cultura adelphiana sia stata il tertium comparationis gaudente tra i due litiganti (tradizionalisti e progressisti).
Un esempio molto istruttivo è la “singolare tesi” di Giuseppe Spadaro, tradizionalista evoliano, sul catarismo in San Francesco. A segnalarmela è sempre Vassallo, che gentilmente mi ha inviato la sua recensione inedita al saggio L’albero del bene. San Francesco teologo cataro [Arkeios, Roma, 2009]:
«[…] L’influsso gnostica nella filosofia contemporanea è confermato ultimamente dal saggio sul francescanesimo scritto da Giuseppe Aziz Spadaro, ingegnoso scrittore antimoderno, formato alla scuola di Julius Evola.
Spadaro, tradizionalista in sintonia con i moderni (Schelling e Hegel) e con i postmoderni (Benjamin, Weil e Bloch), dichiara, infatti, la condivisione della tesi sull’opposizione di Cristo al Dio d’Israele, tesi che sta a fondamento dell’eresia gnostica.
[…] Coerente con tale ermeneutica, Spadaro sostiene che “il vero motivo della cacciata dei mercanti dal Tempio è che Gesù non vuole che si sacrifichi: il suo Dio, il Padre che vede nel segreto, non è il Dio vendicativo dell’Antico Testamento”.
Il Vangelo, di conseguenza, è trasformato nel manifesto di un dualismo contemplante il conflitto tra il creatore potente ma non buono e la sfuggente nozione di un signore della bontà impotente.
[…] Spadaro cita Nino Tamassia, professore dell’università di Padova, il quale, nel 1906, dunque al tempo della crisi modernista, pubblicò un saggio, Francesco d’Assisi e la sua leggenda, in cui sosteneva che il Poverello aveva aderito all’eresia catara.
Se non che l’attribuzione a Francesco di una soggiacente fede catara incontra lo scoglio della dedica al creatore delle appassionate laudi. Il Cantico delle creature rappresenta il perfetto contrario dell’ideologia nichilista professata dai catari. Un fatto che smentisce le ipotesi sull’indirizzo ereticale del francescanesimo.
Sui contenuti umbratili della dottrina catara, i documenti d’epoca non lasciano dubbi. “La setta, l’eresia e gli smarriti seguaci dei Manichei”, scriveva nel XIII secolo Bernard Gui, “riconoscono e confessano due dèi o due signori, un Dio buono e un Dio malvagio. Affermano che la creazione di tutte le cose visibili è materiali non è opera di Dio, il Padre celeste –quello che chiamano Dio buono– ma è opera del diavolo e di Satana, il Dio malvagio: lo chiamano infatti Dio maligno”.
La scissione della divinità in due princìpi eterni e irriducibili, suggerisce, inoltre, una disperante idea del destino universale, una visione che introduce il più cieco determinismo: “[Dio] scientemente e con piena cognizione di causa ha creato i suoi angeli di una imperfezione tale per cui, nella sua mente, era impossibile fin dall’eternità che non bramassero la sua bellezza e grandezza. Perciò bisogna concludere che gli angeli in questione non hanno ricevuto da Dio il libero arbitrio, grazie al quale avrebbero potuto evitare completamente la brama”.
[….] Per dimostrare che San Francesco aderì all’eresia catara occorre dunque attribuirgli la più radicale intenzione nichilista. Nel tentativo di ribaltare l’ovvia verità sulla fede di San Francesco, Spadaro fa uso della sua vasta erudizione e della sua acribia, ma non riesce a convincere il lettore».
È una prova che ormai il “regressismo” non ha più neanche una giustificazione politica. La tesi che il Poverello d’Assisi fosse un cataro nacque e prosperò in ambienti “sinistri”, che interpretarono la povertà non come un mezzo per affermare la dipendenza da Dio e la fiducia nella Provvidenza, ma come il fine al quale doveva tendere una fantomatica “Chiesa Perfetta”, spogliata di tutto, evanescente e “incorporea”.
Dunque il “catto-adelphismo” è un tradimento già perpetrato, l’adulterio della cultura cattolica che ha generato figli in entrambi gli “schieramenti”.
Il terzo punto, la rivolta ebraica contro la Bibbia consumatasi nel XX secolo, è un tema tipicamente vassalliano.
In questo caso, il testo dal quale partire è L’ombra e la grazia di Simone Weil (1947) [Bompiani, Milano, 2002]. L’opera chiarisce definitivamente i concetti di “pesantezza” e “leggerezza” nella mistica della Weil.
La pesantuer sarebbe quella vetero-testamentaria, la morale ebraica che ha reso la cristianità «totalitaria, conquistatrice e sterminatrice».
La “teologia cristiana” è intesa in contrapposizione sia ad Israele che a Roma, identificati rispettivamente con la «burletta atroce del Dio educatore» e la «sozzura imperiale».
Vassallo inquadra la mistica weiliana come parte del «progetto gnostico inteso a sperare Cristo dal Padre» [cfr. Certamen, n. 15, Luglio-Settembre 2002, p. 126], che in ambito ebraico si traduce nel
«suicidio culturale concomitante con il marxismo (secondo il Marx del saggio sull’ebraismo l’avvento del comunismo avrebbe liquidato l’identità religiosa degli ebrei e con ciò rimosso la causa della loro infelice diversità) e con il freudismo (Freud scrisse un saggio in cui affermava l’appartenenza di Mosé alla stirpe degli oppressori egiziani, saggio la cui conclusione era l’affermazione della non ebraicità della teologia biblica).
Nel XX secolo la rivolta ebraica contro la Bibbia è condotta prima da Kafka (penso alla figura di Klamm/L’Inganno nel romanzo Il Castello) poi da Walter Benjamin e Ernst Bloch, i quali avanzarono fino all’apprezzamento dell’eresia antibiblica di Marcione e -addirittura- le tesi marcionite serpreggianti nel cristianesimo tedesco e nell’ideologia nazista».
Il “tradimento ebraico” della Weil è consistito nel sottomettere la radice veterotestamentaria del cristianesimo alla “rivelazione egiziana”, «tesa verso la salvezza eterna dell’anima» quando il «Dio carnale e collettivo» degli ebrei realizzava «promesse puramente temporali».
Queste sono grosso modo le linee attraverso cui si dipanerà la ricerca.
La sfida starà nel capire se sia ancora possibile cadere nel tranello cattoadelphista, nonostante anche i lettori più naïf siano stati messi in guardia dal “serpente di libri”.
Roberto Manfredini
Ottobre 27th, 2009 at 10:50
ottimo potresti cortesemente trasmettere questo testo a paolodeotto?
paolo.deotto [at] libero. it
e a francesco mercadante
sindacato.scrittori [at] tiscali . it
e a don ennio innocenti
md5690 [at] mclink . it
Ottobre 28th, 2009 at 11:04
Ho il vago sospetto che se uno è ammaliato dall’ideologia neocon non capirebbe (o non apprezzerebbe) quanto scrivi.
Ottobre 28th, 2009 at 17:50
Ma infatti qui nessuno è ammaliato dall’ideologia neocon!
Ottobre 28th, 2009 at 19:38
A questo punto mi resta la curiosità di sapere se sia stato Lei a chiedere a Blondet, in una delle ultime lettere al direttore, come sia stato possibile l’abbaglio del prof. Lodovici a favore di Calasso, e se sia stato soddisfatto dalla replica data.
Ottobre 28th, 2009 at 21:04
Sì, ovviamente sono io!
Avevo chiesto a Blondet di rispondermi in privato per non bruciarmi lo scoop
La replica non mi soddisfa del tutto. Il commento di Calasso a Ecce Homo di Nietzsche risale al 1969, L’impuro folle del 1974, mentre Che cos’è la tradizione di Zolla è del 1971
Come si dice su wXre, “bastava leggere”.
Per me si chiuse un occhio di troppo sulla “reazione spiritualista”. Blondet e Lodivici erano giovanissimi, a quell’età non è difficile cadere in “illusioni volontarie”.
Comunque pubblicherò la risposta di Blondet nella seconda “puntata”, ma mi riservo di indagare meglio.
Saluti
R.
Ottobre 31st, 2009 at 07:03
Grazie della segnalazione Roberto, potresti ampliare il discorso su Gentile?
Dal canto mio ti dico come questa tua pubblicazione capiti a fagiolo dopo una domanda particolare al convegno su Romano Amerio e un commento mio all’ ultimo articolo su wXre.
A proposito sapevi che (anche)Amerio e Mattioli erano amici?
http://wxre.splinder.com/post/20907521
http://wxre.splinder.com/post/4038862
Hai fatto un prezioso lavoro di collezione ed analisi, è troppo facile citarti, grazie!!
Ottobre 31st, 2009 at 13:04
Caro Roberto, complimenti davvero per questo post. Il tema che scegli è cruciale. Prché se c’è stata un’egemonia crociana e poi gramsciana - in modo più che apparente che reale - oggi l’egemonia è certamente adelphiana culturale - in modo più reale che apparente -.
Sul quesito di Samek/Blondet: non penso sia stato Blondet a influenzare Samek, penso semplicemente che Samek sia stato intossicato da quelle tossine di cui parlava anche Vassallo e che allora permeavano l’atmosfera di un certo mondo cattolico di destra.
Per capire quale poteva essere la potenza di certe suggestioni, di certe letture che, soprattutto se fatte a una giovane età e in un certo contesto, segnavano in profondità, si può prendere proprio il libro di Blondet, Gli Adelphi della Dissoluzione.
GAdD è un libro dalla fattura “strana”. Tanto strana che l’impressione che mi ha sempre lasciato è quella di un testo non pensato e forse nemmeno voluto da Blondet, ma a cui il Nostro, magari, ha offerto la sua spettacolare penna, la sua capacità giornalistica e il suo fiuto.
Una spia di ciò, mi pare, è il fatto che Blondet non sia più tornato sul tema, se si eccettuano uno o due articoli su Studi Cattolici e un paio di cose sul Silenzio di Sparta, tra il ’96 e il ’97. Dopo di che, il silenzio. Cosa più che curiosa, perché penetrare o capire anche solo in parte l’opera adelphiana,insomma scrivere un libro come gAdD, comporta uno svelamento di tali e tante mistificazioni, un rovesciamento così profondo di prospettive che non può, in un certo senso, “lasciare come prima”. Tra l’altro è di gran lunga il libro che ha dato più fama e successo a Blondet, quindi lasciarlo cadere nel nulla ha qualcosa di innaturale.
La “stranezza” de gAdD è un po’ questa: è scritto contro Calasso e, in fondo, contro Guénon, che al progetto adelphiano ha dato l’intelaiatura “metafisica” (non a caso il misterioso interlocutore e suggeritore, alla fine del libro, torna proprio su Guénon). Ma il libro è scritto, paradossalmente, con un’impronta guénoniana, da un autore che applica spesso uno schema interpretativo… guénoniano. Per dire: il titolo è mutuato palesemente dal capitolo “Verso la dissoluzione” de Il Regno della Quantità e i segni dei tempi, così come la parte iniziale su Gog e Magog, sulle forze del caos che premono alla porte, è preso da “Le fenditure della Grande Muraglia” del Regno della Quantità (a cui si aggiunge il discorso schmittiano del Katechon). In generale, l’analisi della “sovversione” insita nella produzione adelphiana riecheggia spesso tematiche e passaggi de il Regno della Quantità. La cosa era stata notata, se non ricordo male, anche da Rivista di Studi Tradizionali – la rivista della massoneria torinese, custode per l’Italia del lascito di Guénon – che in un articolo in risposta a gAdD faceva notare, con tono sarcastico, proprio questo paradosso: Blondet vuole sparare contro il nostro sommo Maestro Guénon e lo fa usando una prosa e delle categorie guénoniane… sembra quasi, dicevano i massoni torinesi, che una mano esterna abbia guidato e piegato quella di questo catto-guénoniano in una direzione verso cui lui non sarebbe mai andato spontaneamente.
Anche il capitolo de gAdD su Zolla - dove in sostanza si ripete il cliché di uno Zolla interessante e ottimo studioso della Tradizione fino a un certo punto, divenuto all’improvviso divenuto rincitrullito porno-archeosofo… -, i riferimenti a una Hannah Arendt “cattiva” contrapposta a un Eric Voegelin “buono” ecc. dimostrano la persistenza dei canoni e dei giudizi del periodo Rusconi.
Insomma, questo per dire che certe suggestioni culturali negli anni ’60 o ’70 sono state davvero potenti. Costruendo in molti, anche nei migliori, una “forma mentis” o un quadro culturale di riferimento che poi li ha accompagnati negli anni.
GdC
Ottobre 31st, 2009 at 14:56
x Armando: Ti ringrazio per la segnalazione nel tuo post, quando scriverò le successive “puntate”, userò anche gli articoli che hai linkato.
Per altro, è interessante notare la prima risposta che hai ricevuto (il secondo sono io!). Sintomatica proprio di quell’adelphismo di massa di cui parliamo sempre più spesso.
Ottobre 31st, 2009 at 14:59
Su Amerio e Mattioli: non è certo che i due fossero “amici”. Mattioli morì nel 1973, ben prima della pubblicazione di Iota Unum. Quello che sembra evidente è una contiguità tra Amerio e l’ambiente mattioliano - chissà, magari tramite lo svizzero padre Pozzi - da cui la pubblicazione presso Ricciardi e le altre cose segnalate in quel vecchio post.
Ottobre 31st, 2009 at 15:40
x “wXre”: Ti ringrazio, caro “Guido”, per la tua risposta (volevo segnalarti l’articolo sul blog, ma ho preferito aspettare che tu arrivassi da queste parti!).
Non avevo mai pensato agli Adelphi della dissoluzione in una prospettiva del genere. Sono anche andato a leggermi l’articolo della Rivista Studi Tradizionali (”Intorno alla ‘dissoluzione’, ovvero: i detrattori di René Guénon parlano anche italiano”), che si trova facilmente in internet. Conferma quello che dici tu, e non solo. L’autore riporta una una citazione inquietante: «Nessuno come il Guénon ha definito il senso che assume il termine di “dissoluzione”».
È una frase di.. Augusto Del Noce, da una raccolta di scritti inediti (Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione, 1993).
Ciò mi fa sorgere un altro dubbio: non è che anche Del Noce ha mutuato il termine dal Guénon?
Forse è davvero un argomento più grande di me.
Tra l’altro, io non ho mai letto neanche una pagina di Guénon, e non ho intenzione di farlo neppure per “approfondire”. Mi basta quello che scrivono Piero Vassallo, Don Ennio Innocenti e Don Curzio Nitoglia.
Non posso fare altro che citare e citare, almeno fino a quando non avrò sviluppato anche io gli anticorpi!
A presto
Roberto
Novembre 1st, 2009 at 16:09
Chi ha letto Guenon ha la deformazione di vedere tutto con la lente del tradizionalismo avvicinandosi magari ad ambienti che condividono (da due prospettive diverse)il giudizio di Guenon sul Cristianesimo come tradizione interrotta.
Al di là di questo credo che ci sia anche un tentativo di avvicinamento (ecumenico?) attraverso Guenon tra Massoneria e Chiesa cattolica.
Se vuoi approfondire qualche cosa sul tema tradizionalismo ti consilgio questo:
http://www.scribd.com/doc/2890278/Sulla-Comunita-la-Tradizione-il-Paganesimo
(il scondo articolo)
Guarda anche altre cose del
canale cestus…che sono io.
Ho trovato anche questo su Del Noce, forse ti può interessare
http://www.leggendanera.splinder.com/post/14321965/Breve+glossario+delnociano%3A+co
Grazie della precisazione su R Amerio wXre, forse è proprio per il primato della conoscenza (primato della Verità sull’ Amore) che piace agli gnostici perchè consente loro di portare ad una verità disincarnata, al “Dio dei filosofi”.
A me il rapporto tra verità e Cartità appare grande come il Mistero Trinitario non ha i mezzi neanche per accennarlo…penso che andrò a rileggere l’ enciclica del Papa!
Novembre 2nd, 2009 at 15:04
Salve, ringrazio per le citazioni e il candore nella confessione degli “anticorpi”. Una sola cosa non capisco e rilancio anche all’ottimo xWire:
Giovanni Gentile appare dall’articolo come una mente lontana dalla massoneria. Ciò non risulta. Nei fatti esso è definito da Giuseppe Fioravanti come il traghettatore nell’Italia finalmente unita dal fascismo di tutte quelle istanze massoniche che attraverso il rullo compressore della scuola di stato hanno livellato il famoso problema degli italiani e lo spirito tridentino. L’autore è stato a fianco di Angela Pellicciari ad una trasmissione di Radio Maria proprio sulla massoneria in generale. La sua casa editrice è la Japadre dell’Aquila. Egli, per concludere, dimostra come sia Gentiliana la via che ha difatto introdotto in generazioni di italiani una mentalità immanentistico-spirituale fondata su un sapere esclusivo escludente. Il fortissimo accento sull’errore ecc ecc. Solo una considerazione finale che all’epoca della radioconferenza mi colpì, prima della riforma gentiliana per imparare a leggere e a scrivere gli scolari italiani impiegavano sei mesi (anche nel settecento tanto per intenderci), dopo ce ne vollero tre anni e con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi. Grazie e un incoraggiamento. Davide
Novembre 2nd, 2009 at 15:40
Ti ringrazio Davide, ma non ho capito chi sei! Scusa se te lo domando, ma dovrei ti avrei citato? Magari ho frainteso.
Comunque risponderei io alla tua domanda, non con parole mie, ma con quelle di Piero Vassallo, dato che a lui ho posto più o meno la stessa questione:
«Del Noce intitola al suicidio della rivoluzio ne un libro su Giovanni Gentile, da lui giudicato “notaio del nichilismo”. Su questa tesi (peraltro corretta da Del Noce nel libro su Gentile) ho qualche dubbio. Fermo restando che la filosofia di Gentile non è cattolica:
1. Gentile diresse l’Enciclopedia italiana accogliendo tutte le richieste della Santa Sede tanto che alla fine l’intransigente Pio XI (ricevendo padre Tacchi Venturi che gli consegnava il XXXVII volume dell’enciclopedia) disse che si trattava di un’opera “trionfale” e inviò al senatore Treccani la sua apostolica benedizione.
2. Gentile professò sempre la sua fede cattolica.
3. Secondo alcuni qualificati studiosi, Gentile (intorno al 1943) era pronto a dichiarare la svolta cattolica della sua filosofia, non lo fece soltanto per dare tempo ai suoi discepoli di accettare la novità.
4. La notizia della svolta gentiliana circolava in ambienti cattolici. Vero è che padre Agostino Gemelli, strenuo oppositore dell’attualismo, in occasione della morte di Gentile scrisse che i cattolici aspettavano da lui importanti
novità.
La questione - ovviamente - è aperta. Ma la tesi su Gentile notaio del nichilismo non è la cosa migliore di Del Noce».
Novembre 2nd, 2009 at 16:49
Caro Roberto, sono io che mi sono espresso male e in fretta. Le citazioni sono quelle che tu gentilmente hai messo nell’articolo e anche nella risposta gentile alla mia. Certamente l’Enciclopedia Treccani è un’opera trionfale, e anche concordataria penso, ma non è lì il Gentile che vorrei chiarire se era o no coscientemente massonico. E’ appunto quello della riforma scolastica e soprattutto, come diceva Fioravanti, quello delle riunioni di indottrinamento al corpo insegnanti preventive alla sua riforma. Svolte a porte chiuse e sempre in forma piuttosto riservata, da quanto ci è pervenuto, sempre a detta dell’autore di cui sopra, si evince la radice massonica della riforma stessa. A sostegno di questo sta il fatto che tale riforma è arrivata pressoche invariata fino ai nostri giorni, malgrado i vari Berlinguer, Moratti, Gelmini.
Ringrazio vivamente per i temi trattati e soprattutto per l’ospitalità a Piero Vassallo che a suo tempo ho potuto apprezzare nel noto sito. Non vi conosco ma vi saluto lo stesso calorosamente. Davide
Novembre 2nd, 2009 at 23:54
Su questo non saprei proprio cosa rispondere. Alla lontana, assomiglia alla tesi di Del Noce sul Gentile “inconsapevolmente immanentista”.
Io so soltanto che le varie logge massoniche si opposero ferocemente alla Riforma Gentile, scatenando una vera e propria guerra culturale.
Forse fu anche per quello che poi Mussolini, due anni dopo, decise di mettere fuori legge le associazioni segrete.
A presto
R.
Novembre 3rd, 2009 at 14:35
Bellissima e intrigante questa indagine sul catto-adelphismo: i successivi approfondimenti sono attesi con impazienza! L’idea poi di considerare Don Ennio e Don Curzio come potenti antidoti allo gnosticismo di vario genere, l’ho espressa anch’io qualche tempo fa in un commento a Zaccheo. La coincidenza mi ha divertito immensamente! Tuttavia, senza pretendere di voler dipanare in poche battute questa intricata matassa di connessioni, parentele intellettuali, lucide cattiverie e colpevoli sprovvedutezze…mi sembra che il modo migliore per tenere lontano il “male” e non cadere nei suoi inganni sia, anche per intelletuali di vaglia e di spessore, la recita di un bel Rosario qutidiano alla Vergine Santissima. Complimenti per il lavoro svolto e cari saluti,
Sorannaros
Novembre 3rd, 2009 at 16:27
Ti ringrazio molto,
non ho trovato il tuo commento sul piccolozaccheo, ma in compenso ho letto quelli su delvisibile (”Adelphi d’Italia”), molto interessanti.
La recita del Rosario è fondamentale, ma non vorrei diventasse un “salvacondotto”, soprattutto per chi si occupa in generale di cultura. Un intellettuale dovrebbe, a mio parere, trasformare il suo studio stesso in una preghiera.
A pensarci bene, è questo ciò che contesto ai catto-adelphici: di essere rimasti guénoniani nel pensiero, ma “cattolici” nella preghiera. Come Cristina Campo, che difese l’antica liturgia, ma al contempo sprofondò nell’adelphismo più assurdo.
A risentirci
R.
Novembre 3rd, 2009 at 17:49
Giusto perchè l’hai cercato… vedi i commenti di questo:
http://piccolozaccheo.splinder.com/post/19361389/il+regno+della+modica+quantit
a presto!
Novembre 3rd, 2009 at 18:07
«Dichiaro, dunque, (Don Ennio Innocenti e Don Curzio Nitoglia mi confortano con innumerevoli “pezze d’appoggio”) con la serena coscienza di non aver nulla da perdere, che l’opera del massone René Guénon è profondamente e visceralmente anticattolica e che è una sorta di summa dello gnosticismo antico e moderno»
Giusto! E’ proprio quello che ho scritto io. Certe volte mi stupiscono, queste “affinità” di pensiero.
Dunque possiamo concludere che, il miglior modo per opporsi a Guénon è… non leggerlo!
Alla prossima
R.
Novembre 5th, 2009 at 02:06
cari amici
mi sono imbattuta x caso sul vostro sito e vorrei proprio leggere questo articolo sul cattoadelphismo.Solo che non si puo’ leggerlo,perché é in parte coperto dalla lista di articoli, categorie ecc sulla destra.Potete impaginarlo meglio per favore?grazie
carmelapaola
Novembre 5th, 2009 at 12:43
x “Carmelapaola”: ciao, mi spiace ma credo sia un problema soltanto tuo. Non me ne intendo di impaginazione, html, grafica ecc… però finora nessuno si è lamentato! Non so cosa consigliarti, prova ad aggiornare la pagina finché non diventa leggibile.
R.
Novembre 6th, 2009 at 16:56
Caro Roberto, ecco un’articolo che serve a far capire ciò che intendevo per immanentismo massonico di Giovanni Gentile
sempre grato mi firmo davide:
Gentile e l’ora di religione. Sì ma solo nelle elementari
di Sergio Romano - 06/11/2009
Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte]
Lei ha sostenuto che la Chiesa avrebbe chiesto e ottenuto l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Se questo è vero sarebbe però utile ricordare come l’insegnamento della religione fosse stato già introdotto dalle riforme gentiliane della scuola, le quali non possono, data la statura intellettuale del proponente, essere liquidate come semplice tappa di avvicinamento alla Conciliazione, tanto più che Gentile stesso fornì ripetutamente motivazioni filosofiche della sua scelta pedagogica. Il problema era tanto sentito tra i cattolici italiani che Alcide De Gasperi, nel primo dopoguerra, caldeggiava il mantenimento di tale insegnamento nelle scuole delle terre redente, ove era previsto in virtù della normativa Imperiale al riguardo, la quale però prevedeva, come a Trieste, anche l’insegnamento della religione israelitica.
David Rettura
Caro Rettura, Il problema dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari fu concretamente affrontato quando Benedetto Croce divenne ministro della Pubblica istruzione nel governo di Giovanni Giolitti fra il 1920 e il 1921. Il filosofo era convinto che la scuola elementare non potesse essere «neutra» e che la religione cattolica, se i genitori ne desideravano l’insegnamento, potesse essere «appaltata» ai sacerdoti. Era la naturale reazione di un liberale a cui sembrava che lo Stato, nelle questioni che non erano di sua diretta responsabilità, facesse un passo indietro e garantisse ai cattolici una sorta di «autogestione». Gentile, che in quel momento era il più intimo consigliere di Croce, riteneva invece che l’insegnamento della religione fosse una sorta d’introduzione allo studio della filosofia e che lo Stato, quindi, dovesse tenerlo saldamente nelle sue mani. Il passaggio di Croce al palazzo della Minerva (dove era allora il ministero) durò soltanto dodici mesi, dal giugno 1920 al giugno 1921, e il compito della riforma cadde finalmente, dopo la formazione del primo governo Mussolini, su Giovanni Gentile. A proposito della natura e dei compiti della scuola elementare il filosofo siciliano non aveva dubbi. Disse che doveva essere «aderente al sentimento, all’esperienza, alle tendenze, ai costumi, alla lingua, all’anima del popolo, religiosa insieme e poetica, legata alle forme venerande delle credenze tradizionali, ma aperta e pronta alle suggestioni e ispirazioni della poesia e dell’arte che sorgono spontanee dalla psicologia più ingenua e sognante della moltitudine dei fanciulli». La religione quindi sarebbe stata insegnata come mito, favola, racconto poetico. Sarebbe stata cattolica perché il cristianesimo romano era la forma storica della spiritualità italiana. Ma avrebbe lasciato il posto alla filosofia non appena il bambino fosse divenuto adolescente. È inutile dire che questa impostazione non poteva piacere alla Chiesa. Ed è altrettanto superfluo ricordare che Gentile fu contrario al Concordato. In un discorso a Bologna, nel 1926, disse: «Lo Stato (…) contiene e garantisce tutti i valori spirituali, la religione compresa, né può ammettere, senza spogliarsi d’ogni principio di sovranità, potere superiore». Gentile non poteva ignorare che il governo stava negoziando con la Santa Sede la «conciliazione», ma sperò sino all’ultimo momento di evitare quella che a lui sembrava una resa dello Stato alla Chiesa. Perdette la partita l’11 febbraio 1929.
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