Eugenio Scalfari esulta “Meno male che Fini c’è” su Repubblica del 29 marzo 2009.
Scalfari è uno che sa spostarsi bene, ha l’istinto orgiastico del potere. Come dice Maurizio Blondet, «la sua prosa tradisce plurime eiaculazioni spontanee, sempre preoccupanti in tarda età».
Vorrei ricordare che nel 1942, Scalfari scriveva sul settimanale Roma Fascista (periodico dei GUF) parole molto sagge e condivisibili: «Noi giovani che non abbiamo per ora altro da apportare al Fascismo, insieme con la nostra fede, che una sincerità cruda, chirurgica, ci facciamo di questa sincerità uno dei maggiori doveri dell’ora presente, confermati in questo nostro proposito dalla voce del Capo» (10 dicembre).
E ancora: «La nostra ansia non si acqueta nella contemplazione egoistica d’un mondo individuale, ma solo ove sia in noi la certezza che l’individuo muore per rinascere a qualche cosa di più alto e più grande. Fate che ciò a cui l’individuo muore e ciò in cui rivive e rinasce sia la Nazione e avrete la Religione della Patria”» (11 giugno).
E poi: «È necessario riporre l’accento nell’elemento diseguaglianza, che il fascismo ha posto come cardine della sua Dottrina. Soltanto la diseguaglianza può portarci all’aristocrazia» (16 luglio)
Era proprio scatenato: «Gl’imperi moderni quali noi li concepiamo sono basati sul cardine “razza”, escludendo pertanto l’estensione della cittadinanza da parte dello stato-nucleo alle altre genti» (Roma Fascista, 24 novembre 1942).
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