Nov 21

Non mi sono del tutto chiari i motivi per cui le case editrici Lindau e Fede & Cultura stiano facendo a gara nel pubblicare dei classici della cultura cattolica contemporanea.

A parte la clamorosa doppia edizione di Iota Unum (introvabile fino a pochi mesi fa, oggi disponibile persino sugli scaffali del supermercato, tra un Moccia e un Alberoni), desta qualche sospetto anche il doppione di Chesterton (San Tommaso d’Aquino, e forse tra un po’ San Francesco d’Assisi). Read the rest of this entry »

Ott 17

Le guerre, è vero, si fanno per migliaia di motivi; ma non per questo è sbagliato valutare l’apporto ideologico del femminismo alla creazione dello “scontro di civiltà”. Read the rest of this entry »

Set 23

Non intendo commentare la morte dei soldati italiani in Afghanistan, o altri avvenimenti di stretta attualità, ma soltanto ribattere ad alcune affermazioni che ricorrono sempre più spesso nel linguaggio giornalistico e quotidiano. Read the rest of this entry »

Set 15

Dopo otto anni di letture “complottiste” sull’argomento, sono giunto alla conclusione che l’11 settembre non sia stato un auto-attentato.

Premetto subito che a convincermi non sono stati i vari siti italiani di “anti-complottismo”, per i quali confermo le critiche espresse nel mio articolo “I professionisti dell’anti-complottismo”. Il fenomeno dei “debunkers all’amatriciana” è complementare a quello del complottismo dilagante. Non starò qui a ripetere le mie opinioni a proposito (già approfondite nell’articolo).

Vorrei segnalare soltanto una cosa: l’incapacità dei debunkers (parlo soprattutto dei dilettanti) di opporre agli avversari altre ragioni oltre quelle che loro chiamano “scientifiche”.

Non sapendo molto di politica o di storia, gli “anti-complottisti” imbastiscono le loro “contro-tesi” avendo come unico punto di riferimento culturale i documentari di National Geographic, gli articoli di Focus e  le pagine di Wikipedia.

Tutti possono immaginare che, se ad un “complottista” si oppongono ragioni scientifiche, quello ribatterà che la scienza è controllata del governo, e quindi non è oggettiva (una tesi, per altro, non disprezzabile, a patto che si siano letti Kuhn, Lakatos o Feyerabend).

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Lug 30

«La buona guerra santifica ogni causa» è una frase di Nietzsche che molti amano citare. Il senso, per chi la pronuncia oggi, sarebbe: “non importa per quale causa si fa la guerra, l’importante è combatterla bene”. Ma in Nietzsche il concetto è meno banale: egli è in polemica con tutta la tradizione occidentale precedente, che anteponeva ipocritamente la “morale” alla volontà di potenza.

Anche in questo, il “superuomo” si era sbagliato: non esiste la buona guerra senza una buona causa.

Vale la pena citare la risposta di Sergio Romano ad un lettore apparsa sul Corriere di martedì, “Quando Stalin per vincere divenne un patriota russo”: Read the rest of this entry »

Giu 17

Mi ero promesso di scrivere qualcosa sulla figura di Gianni Baget Bozzo, in occasione della sua scomparsa. Ormai però è passato più di un mese, quindi è inutile imbastire un “coccodrillo” sul modello di quelli apparsi nei quotidiani.

D’altronde ciò che ho sempre pensato (ma non ho mai avuto il coraggio di dire), mi è stato confermato da articolo di wXre (blog di Luigi Demiet e Guido da Coccolato), “L’ateo devoto”:

 

«Baget Bozzo è stato, secondo noi, un ateo. Un ateo devoto. Uno straussiano senza Strauss. La sua difesa del cattolicesimo “tradizionale”, in prima linea, fino alla scelta della via sacerdotale, è stata sostanzialmente la difesa dell’istanza religiosa e conservatrice come concepita appunto da Leo Strauss: una cortina fumogena per il vulgus vult decipi (ergo decipiatur) che sola può velare una verità che il popolo non è in grado di reggere e di gestire. Una verità nullificante, concidente con il ni-ente e che in quanto tale può e deve restare appannaggio dei “filosofi”.

La fascinazione di don Gianni per l’uomo forte in grado di fare da puntello contro la deriva illuministico-radicaleggiante (la sinistra), dal Dossetti anti-moderno del dopoguerra al Craxi & Berlusconi anticomunisti, tradiva una volontà di “ordine” straussianamente inteso. Un essoterimo di conservazione e di argine alla dissoluzione.

Baget Bozzo è stato per Siri, in fondo, quello che Ferrara (a cui tra l’altro lo accomunavano intelligenza e scrittura brillante) ha cercato di essere per Benedetto XVI. È stato, in senso profondo, il neocon della DC e della Chiesa italiana post-conciliare».

 

A prova di tale convincimento, viene riportato un “encomio” di Massimo Cacciari (Adnkronos, 8/05/09):

 

«Non ricordo una persona più intellettualmente e spiritualmente mobile e inquieta di don Gianni. […] La sua fede era “agonica” […]: da essa traeva costante impulso ad affrontare la storia dell’uomo in tutte le sue dimensioni. E a prendervi parte, rischiando davvero tutto se stesso. […] [Le sue scelte politiche] sono il frutto della sua indomabile inquietudine e del senso acuto della responsabilità di trovare ad essa comunque risposta. Non credo che per don Gianni né Craxi né Berlusconi lo fossero. Come non credo lo fossero, su un altro piano, Papa Wojtyla e ora Papa Benedetto. Penso che per lui fossero, per così dire, una “provvisoria necessità” […].

Per don Gianni, quando la crisi del “secolo” diventa tanto acuta da apparire insolubile, la Provvidenza invia singoli uomini nel “tentativo” di mantenere il mondo in una qualche forma. Si trattava per lui quasi di “provvedimenti” che lasciavano le grandi questioni insolute, ma permettevano di pensarci sopra. Per don Gianni quello che valeva alla fine era proprio soltanto il carattere insolubile della “cosa ultima” e credo che in lui mai sia venuta meno tale “riserva escatologica” rispetto a ogni sua presa di posizione politica. Quanto più don Gianni era inesorabile nella sua luciferina capacità di critica dell’avversario politico, tanto più sapeva di non sapere sulle questioni che ne dominavano l’anima».

 

Essendo wXre una “fonte” più che affidabile, mi sono preso la briga di rintracciare qualche “reticenza” nei testi di Baget Bozzo che potesse confermare la tesi dell’ateismo devoto. Magari senza scomodare l’imponente teoria ermeneutica di Leo Strauss (molto più complessa di come appare dai resoconti giornalistici), ma pensando alla pura e semplice reticenza, quasi come se fosse la bella figura retorica della aposiopesis.

 

Proprio ieri rileggevo quel piccolo capolavoro di divulgazione storica che è L’intreccio. Cattolici e comunisti 1945-2004 [Mondadori, Milano, 2004]. Il libro adombra una tesi nella quale mi era già capitato di imbattermi: il comunismo come eresia del cristianesimo. Dico che è una tesi “adombrata” perché viene esplicitata soltanto nella “Premessa” del libro:

 

«Il comunismo è nato come un’eresia cristiana e, anche attraverso la versione hegeliana-marxiana, ha mantenuto intatte le sue radici teologiche. La sua volontà di sopprimere la Chiesa cattolica è stata eguale alla sua volontà di imitarla e di influenzarla. […] Il fatto stesso che il comunismo, diversamente dal nazismo, non sia finito in tragedia è forse legato anche alle radici cristiane che nel comunismo sono rimaste» [L’intreccio, p. 9].

 

Ma in seguito l’Autore arriva a sostenere persino il contrario, evidenziando ad un tempo il “razionalismo dominante” e le “radici teologiche” del comunismo.

Sembra che Baget Bozzo abbia voluto utilizzare i tipici “espedienti” individuati dallo Strauss di Scrittura e persecuzione:

 

«Oscurità nel piano di un’opera, contraddizioni, […] ripetizioni inesatte di affermazioni precedenti, strane espressioni, sono caratteristiche che non turbano il sonno del lettore disattento ma risvegliano quello attento. Dedicatari di questa letteratura esoterica sono solo i lettori intelligenti e fidati» [cfr. G. Giorgini, “Leo Strauss: un profilo tematico”, in L. Strauss, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell’Occidente, Einaudi, Torino, 1998, p. LIII].

 

In effetti è lo stesso Baget Bozzo a dissimulare ancora la tesi dietro la narrazione erudita e brillante de L’Anticristo [Mondadori, Milano, 2001]:

 

«Il moderno è ancora una teoria sui rapporti tra Dio e l’uomo come risultano dalla cristologia. Si tratta di affermare che la mente umana è Dio: da Baruch Spinoza a Ludwig Feuerbach il passaggio è molto chiaro. Si tratta ancora della divinoumanità cristiana, ma attribuendo all’umanità la divinità» [L’Anticristo, p. 118].

 

Questa volta però ascrive al cardinale J.H. Newman l’ipotesi che «il moderno sta ancora all’interno del Cristianesimo nella forma dell’eresia cristiana». Eppure è palese che Baget Bozzo vorrebbe estrinsecare fino in fondo questa ipotesi, ma non può. Per quale motivo? Perché la conclusione sarebbe distruttiva.

Se ad un livello razionale Don Gianni riesce ad essere “reticente”, in molte pagine il sentimento e la passione prevalgono sulla razionalità: pur traducendosi in un linguaggio quasi lirico, la verità (filosofica e “occulta”) sfugge alla scrittura “controllata” e disorienta il lettore ingenuo:

 

«Il Dio dell’Occidente deperisce nella coscienza dell’Occidente. Finché visse con il comunismo e il suo emulo subalterno, il nazismo (il maggior tentativo del satanismo politico), il Dio dell’Occidente non deperì. […] Il satanismo politico era un testimone di Dio. La Chiesa è rifiorita nel XX secolo attorno al satanismo politico comunista. […] Il Dio dell’Occidente è svanito, Satana no; […] [egli] dilaga in Occidente sotto la forma dell’angoscia e della disperazione. […] La grande potenza materiale egemonica e imperiale, gli Stati Uniti, non è in grado di sopportare ciò che l’umanità ha sempre sopportato: la morte in battaglia.  […] Se il Dio dell’Occidente è morto, che senso ha morire per lui? […] L’Occidente non ha più motivi per morire: ciò significa che non ha più ragioni per vivere. […] Ora tutto ciò è divenuto male: Crociate, Inquisizione, scoperta dell’America sono solo male, sono contro il principio di compassione. La storia dell’Occidente è una vergogna, la storia della Chiesa cattolica è una vergogna: lo dice il Papa. […] [Sono state] distrutte le nazioni europee […]; forse la Russia è ancora un poco la Russia, visto che i suoi soldati sono disposti a morire in Cecenia. […] I vecchi popoli non occidentalizzati hanno ancora un Dio per cui vale la pena morire: lo hanno gli islamici. E  gli uomini che sanno sfidare la morte, i popoli che sanno sfidare la morte hanno ancora in qualche modo una religione per cui morire» [Ivi, pp. 101-103].

 

«Il Terzo Reich era più bello di Weimar, il fascismo più bello dell’Italia umbertina. Il comunismo di Stalin ebbe una capacità di fascino per la bellezza, per uno splendore insito nell’opera che portava innanzi, il cambiamento della natura umana. Se milioni e milioni di uomini si sono sacrificati, lo hanno fatto non per la verità ma per la bellezza. […] Il XX secolo è stato il secolo dell’eroismo gratuito, del sacrificio, un secolo escatologico» [Ivi, p. 115].

 

Sono queste fessure del credo “nascosto” di Baget Bozzo che mi hanno portato a rispolverare un pamphlet scomparso da decenni dalla circolazione: Le scuderie d’Occidente [Volpe, Roma, 1973] di Jean Cau [1].

Ciò che accomuna i due pensatori è forse proprio la ricerca di quella “provvisoria necessità”, come ha detto Cacciari.

Provate a confrontare i due passi de L’Anticristo citati poco sopra con quello che Jean Cau scriveva nel suo libello:

 

«L’Occidente in decadenza si è messo a scrivere la storia delle sue ritirate e delle sue umiliazioni per conto di coloro che gliele infliggono. […] Esausti, abbruttiti, drogati, rinnegando il nostro passato e le nostre virtù, felici di vedere inaridite le sorgenti di quell’onda di certezze che ci lanciò alla conquista del mondo, […] accettiamo tutto: l’ingiuria, il disprezzo, lo sputo» [Le scuderie d’Occidente, p. 98].

 

«La felicità non ha che un nome vero, antico e moderno: la fede. […] Al tempo della guerra di Vandea i contadini ribelli si battevano con valore senza pari, al grido “Per il mio Dio e per il mio Re!”. […] Sull’altra sponda, innumerevoli furono quelli che caddero cantando e gridando “Viva la Repubblica!” […]. Dalle due parti c’era, incrollabile, una fede. In Dio, qui. Nell’Uomo, là. Ma c’era, disinteressata e follemente pura, la fede! E, per lei, la felicità di combattere, di vivere o morire. […] Perché viviamo? interrogano i giovani. Netta risposta: per nulla, se voi non sapete più perché accettereste di morire, e se la nostra società non è più capace di armarvi per sfidare quella morte. Una vita non vale se non in questa dura luce» [Ivi, pp. 158-159].

 

Una comunanza, quindi, non soltanto di stile. Ma solo Jean Cau ha il coraggio di portare coerentemente le proprie tesi all’estremo. E tutto ciò viene a galla nei capitoli dedicati ad un argomento particolare: il comunismo come eresia del cristianesimo. Ecco ritrovata quella celebre ipotesi…

Leggiamo:

 

«Il comunismo è una vicenda del cristianesimo. […] Spettava al secolo XIX di rendere espansionista il socialismo. Fu l’opera di un ebreo messianico di genio –Karl Marx- il quale gettò in un medesimo mortaio la filosofia tedesca, l’economia inglese ed il socialismo francese, tritò il tutto e offrì tale forte pastone all’appetito dei popoli. […] Restava da trovare un popolo di abbastanza primitiva religiosità per riceverlo […]. Furono i Russi quel popolo semplice […]: un popolo senza tradizione di libertà e di libero esame; un popolo intriso di fede sino al midollo» [p. 174].

 

Cau intende il paragone nell’ottica di una giustificazione della “volontà di potenza”: «La morale che io amo […] viene sempre dopo l’atto e ne organizza le conseguenze» [p. 81].

Ammirabile la sua chiarezza nell’enunciare la “verità” del cristianesimo:

 

«Siamo mai stati cristiani? Questa dolce eresia ebraica l’abbiamo ma integrata nelle nostre coscienze e nel nostro inconscio? Il Barbaro accettò l’innesto, tanto era dotato di forza e di crudeltà. Si adornò di finta dolcezza, e la morale cristiana fu la buona coscienza degli sfoghi della sua volontà di potenza. […] Il Cristianesimo fu, per secoli, la morale di un Occidente dinamico, ricco di espansione, di volontà, di tensione. Fu la sua innocenza proclamata» [pp. 75-76].

 

All’apparenza, sembra un nietzschianesimo annacquato. Oppure no, non è affatto Nietzsche: semmai qualcosa di più conciliante con le “provvisorie necessità”:

 

«Il giudeo-cristianesimo, - dice Nietzsche, - “morale da malati”. Adagio: non semplifichiamo troppo! Infatti, come una droga che eccita un organismo prima di distruggerlo, il giudeo-cristianesimo è stato una forza finché è rimasto una morale religiosa. È stata la sua laicizzazione quella che, portandolo a compimento, lo ha distrutto e lo distruggerà. […] Domandiamoci se il corsetto cristiano non abbia sorretto indurito l’Occidente barbarico, fino al secolo XIX, decuplicandone la forza» [p. 66].

 

«Età dell’oro! La morale era una cosa che poteva venire inventata; di cui un individuo –re, principe, imperatore, eroe, santo o soldato- poteva essere la sorgente e il garante. Inventata! Arrischiata! Osata! Inventata come lo è un’opera d’arte, e c’era una estetica dell’etica, un portamento e un’eleganza dell’atto morale» [p. 107].

 

Con questo, credo che il cerchio si chiuda. Probabilmente tutta la scrittura di Baget Bozzo è disseminata di “verità indicibili”, riservate ai lettori “intelligenti e fidati” [2].

Il tentativo di scardinare certe narrazioni esoteriche ha comunque lo stesso valore di un passatempo erudito, poiché chi sa riconoscere la “reticenza” (come i curatori di wXre), non ne ha bisogno. Per tutti gli altri, spaghetticons e ciellini, non credo vi sia speranza: stultus vult decipi, ergo decipiatur.

 

Roberto Manfredini

 

 

[1] Qualcuno sicuramente avrà già sentito parlare di Cau come enfant prodige della sinistra francese, in seguito convertitosi al gollismo e infine approdato alle posizioni della Nouvelle Droite.

Le scuderie d’Occidente (sottotitolo: Trattato di morale) è un libro che ho scoperto grazie all’ultimo lavoro di Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, il quale ricalca l’andamento del testo di Cau, non solo nella scrittura tra il saggistico e l’autobiografico, ma persino nella suddivisione stessa in “argomenti”.

 

[2] Tanto per aggiungere altra carne al fuoco, non è un caso che Cau provi avversione nei confronti del Vaticano II: «Con lo stupido pretesto del ritorno alle sorgenti e alla semplicità evangelica, i nostri preti vogliono delle chiese più brutte d’un baraccone e sono pronto a celebrare la messa in giacca e calzoni» [Le scuderie d’Occidente, p. 85].

 

 

Apr 21

Titolone del Corriere: «AHMADINEJAD, AGGRESSIONE A ISRAELE».

L’Iran ha deciso di lanciare la bomba atomica -che non ha- contro il “piccolo popolo”?

Ma no. Il presidente iraniano ha solamente fatto un discorso ad una conferenza. I delegati europei sono scappati dall’aula strappandosi barbe e gonnellini (alcuni erano pure vestiti da pagliacci, in divisa ufficiale).

Un tempo, tale diserzione sarebbe stata una esplicita dichiarazione di guerra. Magari lo è, chi lo sa. L’isteria comunque è ai massimi livelli. Read the rest of this entry »

Feb 27

Come diceva quel mattacchione di Cioran nei Sillogismi dell’amarezza: «Volete moltiplicare gli squilibrati, aggravare le turbe mentali, costruire case per alienati in tutti gli angoli della città?  Mettete al bando la bestemmia. Comprenderete allora le sue virtù liberatrici, la sua funzione terapeutica, la superiorità del suo metodo rispetto a quello della psicoanalisi, delle ginnastiche orientali o della Chiesa, e soprattutto comprenderete che proprio alle sue meraviglie, alla sua assistenza costante, la maggior parte di noi deve il fatto di non essere né criminali né pazzi».

 

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Gen 12

Le reazioni contro le manifestazioni filopalestinesi a Milano sono assolutamente risibili.

Titoli indignati e farneticanti, tipo “La presa del Duomo è una dichiarazione di guerra”, come scrive Giulio Meotti sul Foglio dell’8 gennaio 2009: Read the rest of this entry »

Dic 16

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