Transeunte, cioè “momentaneo”, “transitorio”: è l’ennesima volta che uno scandalo sessuale trasforma i quotidiani italiani in giornaletti porno. E noi dovremmo ancora dire transeat. Read the rest of this entry »
Sarebbe pretenzioso voler esaurire con un semplice articolo il fenomeno del “cattoadelphismo” (l’infatuazione di molti intellettuali cattolici per la cerchia di Roberto Calasso), per giunta da parte di chi è ancora agli inizi della ricerca. Read the rest of this entry »
Non mi sono mai sentito un “antifascista”; neppure un “fascista”, sia chiaro. C’è sempre stato un qualcosa che mi ha portato a dubitare di questa “religione civile”.
Mi vengono in mente tre celebri sentenze: «Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo» (Hans M. Enzensberger, attribuita); «In America il fascismo prenderà piede sotto il nome anti-fascismo» (Huey Long, ancora attribuita); «II più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l’antifascismo quale oggi lo vediamo» (Amadeo Bordiga; l’unica realmente pronunciata [1]). Read the rest of this entry »
L’indimenticabile Tomas Milian, in un’intervista al programma Stacult (Rai Due), ha detto che «l’Italia ha bisogno di Silvio Berlusconi», così come negli anni ’60 aveva bisogno di Alberto Sordi.
È una intuizione strabiliante, che mi lascia il sospetto che er Monnezza legga Costanzo Preve (o viceversa): Read the rest of this entry »
Questa me l’ero persa: un’intervista ad Haaretz (“Not afraid to die” di M. Rapoport, 24/09/07) dove Roberto Saviano racconta le sue radici ebraiche e confessa una passionaccia per Sabbatai Zevi.
Avevo creduto che Saviano fosse soltanto uno di quei sionisti fai-da-te (tipo Travaglio), invece sembra che il “messia della legalità” senta una vera e propria “vocazione” per quel blando retaggio giudaico, tanto da tenersi una menorah sul tavolo di casa e dedicare un kaddish a Enzo Baldoni.
Al quotidiano israeliano racconta: Read the rest of this entry »
Non intendo commentare la morte dei soldati italiani in Afghanistan, o altri avvenimenti di stretta attualità, ma soltanto ribattere ad alcune affermazioni che ricorrono sempre più spesso nel linguaggio giornalistico e quotidiano. Read the rest of this entry »
Settimana scorsa Paolo Barnard ha ben pensato di inviare questo annuncio a tutti i lettori del suo sito:
«Cerco giovani ragazze in età 20-30 massimo, molto carine, ma molto, che abbiano un chiaro interesse in quello che ho detto, e che di conseguenza siano disposte a trombarmi. Cioè, mi incontrano, chiacchierano per un po’ e poi si scopa. Alcool e altre sostanze incluse. Contattatemi via mail: dpbarnard@libero.it. Grazie. Paolo Barnard». Read the rest of this entry »
Titolone del Corriere: «AHMADINEJAD, AGGRESSIONE A ISRAELE».
L’Iran ha deciso di lanciare la bomba atomica -che non ha- contro il “piccolo popolo”?
Ma no. Il presidente iraniano ha solamente fatto un discorso ad una conferenza. I delegati europei sono scappati dall’aula strappandosi barbe e gonnellini (alcuni erano pure vestiti da pagliacci, in divisa ufficiale).
Un tempo, tale diserzione sarebbe stata una esplicita dichiarazione di guerra. Magari lo è, chi lo sa. L’isteria comunque è ai massimi livelli. Read the rest of this entry »
Eccomi cari amici, sono tornato dalle meritatissime vacanze pasquali che ho trascorso nel “dolce paese”.
Prima di ogni cosa, buona Pasqua a tutti. Mi ha fatto piacere leggere qualche commento qua e là che richiedeva ancora la mia presenza su queste pagine.
Sono successe tante cose. Il terremoto, è vero. Non saprei che dire, come al solito ho opinioni troppo personali e dunque è meglio che me le tenga in saccoccia.
C’è stato anche un altro terremoto, nella cultura italiana: sono venuti a mancare Franco Volpi e Giano Accame.
Credo si possano definire senza indugi come due pezzi da novanta della “destra”, anche se uno era un eretico totale e l’altro si dichiarava liberale vicino alla sinistra.
Su Giano Accame non c’è bisogno di dilungarsi. Era una figura di intellettuale anticonformista e rude che ho sempre amato. Appare come rappresentante di una destra lineare, “sociale”, nazionale ecc… anche se non è scevro da complessità. Stupisce che molti giornali abbiano voluto ricordare il suo “sdoganamento” di Israele nella “estrema”. Lo avevamo ricordato poco tempo fa nell’articolo “L’ultimo sindaco di Roma”: «Dietro a tutto questo [la conversione sionista degli ex missini], bisogna ricordare il lavorio intellettuale di Giano Accame, primo sionista ufficiale dell’estrema destra, che si trovava a Gerusalemme già nel 1962, come inviato del Borghese (giornale ai tempi gestito da Mario Tedeschi, altro ex-repubblichino – di origine ebraica, però). Accame registrò l’apprezzamento (da parte degli ambienti di destra) della figura dell’ebreo combattente e della istituzione del kibbutz, “idea comunitaria basata su valori sociali, nazionali e spirituali”. La liaison tra sionismo ed “estrema” italiana fu a tutti gli effetti un percorso intellettuale. L’elaborazione teorica del fascismo permise di distinguere tra una “dottrina universale” (gli “eterni ideali” di cui parla ancora oggi Ciarrapico) e la contingenza storica. Le leggi razziali furono un’infausta scelta, un errore dovuto alle circostanze dell’alleanza nazi-fascista».
Queste idee tuttavia non mi spaventano. Finché si resta a livello “politico”, posso pure accettare un’alleanza tra Occidente ed Israele, anche se non si sa bene in nome di che: democrazia, pace, spirito d’avventura?
È un peccato che a sinistra non si sia stati capaci di elaborare lo “sdoganamento” di Accame per dimostrare che Israele è a tutti gli effetti uno stato fascista.
Comunque, il più celebre rampollo di Accame, Gianni Alemanno, ha già palesato il suo innocuo conformismo. Forse perché, a livello politico, da Accame c’è poco da imparare: la sua mancanza di incisività “elettorale” lo rende a tutti gli effetti un vero intellettuale e non un copista di partito. È da notare di passaggio che una “destra sociale” non è mai esistita in Italia; semmai si può parlare d’una “destra statale” (che AN, come partito della borghesia meridionale, incarna ancora benissimo).
Ma ci sarà tempo di approfondire le ricerche storiche di questo grande giornalista. Qui ho voluto soltanto riportare alcune sensazioni immediate.
Veniamo invece a Franco Volpi. Decisamente più “pericoloso” di Accame. La sua morte ha il sapore di un’ordalia. Pochi giorni prima (11 aprile) lo scrivano di corte Pierluigi Battista aveva dedicato un lunghissimo articolo su Allan Bloom, il “Platone neocon”, , in concomitanza con la riedizione del classico La chiusura della mente americana (per i tipi ultra-mega-straussiani di Lindau). È difficile trovare punti di collegamento tra il raffinato filosofo adelphiano Volpi e lo squallido pederasta Bloom (un campione di cafoneria, come lo ricorda Bellow in Ravelstein). Ma sembra che la classe intellettuale si sia messa in testa di “superare il nichilismo” con qualsiasi mezzo, arruolando oscuri professori, giornalisti ex-sinistri, sessantottardi e nazi-esoteristi, jungheriani, heideggeriani, dada-evoliani, frediani accalorati, marcusiani pentiti ecc…
Non è un caso che il “coccodrillo” di Volpi firmato da Armando Torno recuperi proprio queste idées reçues, “la filosofia al di là del nichilismo”: «Volpi preparava una prospettiva oltre il nichilismo».
Insomma, al di là dell’importanza come storico e filologo, agli odierni spiriti dell’aria interessa la cultura nella misura in cui è “arruolabile” alla santa causa.
Le parole di Battista sembrano particolarmente azzeccate: «[Bloom] era il monumento del politicamente scorretto, il profeta dell’ondata culturale neocon che avrebbe sommerso la supponenza del catechismo progressista […]. Allievo di Leo Strauss, Bloom sa bene che la critica demolitrice della ragione, attività privilegiata solo per una ristretta aristocrazia intellettuale, non può mai diventare democratica, pena il suo pervertimento e la dissoluzione stessa di una società bisognosa di certezze granitiche. […] È impressionante come Bloom, due anni prima del crollo del Muro di Berlino, avesse diagnosticato l’accartocciamento dell’Occidente democratico, incapace di vivere e di legittimarsi in mancanza del grande Nemico».
In un memorabile articolo del Giornale (“Esoterici, reazionari e di sinistra”, 23/04/2002) Volpi apriva una strada “sinistra” ai filosofi considerati tradizionalmente “di destra”: «Nel mondo moderno si afferma la convinzione che tutti debbano avere accesso a tutto, e chi mantiene l’idea tradizionale di un sapere esoterico è considerato antimoderno, antiprogressista, e quindi semplicisticamente di destra. […] In genere questi autori [esoterici] mirano a cogliere una realtà spirituale o metafisica. Dunque una realtà che sta oltre il piano della storia e della politica. Nessuno di loro si ferma all’immanenza, ma mira a una verità metempirica, spirituale. La conversione dell’uomo che essi aspirano a provocare non si situa sul piano politico, bensì su quello spirituale. […] Gran parte degli esoteristi interpretano la storia non in senso progressista come una Grande marcia dell’umanità verso il meglio, bensì come una decadenza. […] E vedono una conferma di ciò nella deriva consumistica e materialistica delle società industriali di massa che si impongono ormai su scala planetaria. […] Rispetto alla gran parte degli esoteristi, e allo stesso Guénon, cui per altro si ispira, Evola intrattiene un rapporto molto più stretto con la politica. Il controverso barone, infatti, considera la via iniziatica della regalità, dell’azione e della spada, come paritetica rispetto a quella del sacerdozio e della vita contemplativa. […] Evola ha dunque una posizione particolare: attacca la modernità, l’epoca che frana, ma si cala completamente in essa per lottare e testimoniare. Cavalca la tigre».
Alla domanda del giornalista se una divulgazione del pensiero esoterico non sia operazione contraddittoria, Volpi risponde che «la contraddizione è solo apparente. È vero che il pensiero esoterico, contrapposto all’essoterico, dovrebbe per definizione restare segreto nel suo nucleo dottrinale. E le tradizioni iniziatiche vincolano gli adepti a mantenere la segretezza. Ma ciò non significa che non sia possibile studiare il fenomeno, introdurre il lettore che lo desideri a una prima presa di contatto, presentandogli i principali maestri e le principali correnti. La diffusione di un fenomeno come la new age mostra la presenza di tale interesse nel nostro tempo».
Nel suo ultimo articolo per Repubblica (“Tutta colpa di Nietzsche?”, 10 aprile 2009), in risposta ai giudizi di Benedetto XVI sulla “superia distruttiva” di Nietzsche, Volpi proponeva alcune idee ormai sedimentate nella filosofia contemporanea: «Si è scambiato il pensiero di Nietzsche per la causa della crisi che esso in realtà voleva solo analizzare e superare. Nietzsche è diventato allora il distruttore della ragione, il maestro dell’irrazionale, il teorizzatore del nichilismo e del relativismo. […] Da tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno, Nietzsche non vuole essere un “predicatore di morte”. Non intende adagiarsi nella negazione dei valori e nel cupio dissolvi. Al contrario, vuole superare il nichilismo: vuole far sì che esso si compia in modo da “averlo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé”. A tal fine auspica un contro-movimento da cui nascano nuovi valori, e lo individua nella creatività dionisiaca dell’arte. […] Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma non è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell’uomo occidentale è sempre più paganizzata».
Non è il caso di continuare; è giusto che riposino i morti. Come con le scosse di terremoto, dopo il clangore mediatico vedremo ciò che è rimasto. Lascio agli amici più attenti il compito di rintracciare tra le faglie disseccate i segni dell’ordalia.
Vorrei aggiungere qualche ricordo personale di queste vacanze. Mi sono fatto tutte le processioni del dolce paesello, anche quella alle tre di notte con Maria l’Addolorata e il Cristo disteso.
È la prima volta che scendo nel profondo Sud a Pasqua; non avevo mai assistito a queste celebrazioni. In mezzo alle migliaia di persone riversate per le strade (in diretta televisiva sul canale locale, visibile anche dal satellite), ho provato a risolvere le molteplici aporie del nichilismo. Spontaneamente i giovani del paese si caricavano sulle spalle le sculture di cartapesta per una traversata di ore ed ore lungo le vie. Gli incappucciati portavano la croce, altri si flagellavano, altri andavano a piedi nudi. Molti delle confraternite con la corona di spine o una pesante pietra di mare legata al collo.
Erano queste le risposte che andavo cercando. Facciano lor arte ai piani alti, basta che non mi tolgano la devozione popolare.
Roberto Manfredini
Eugenio Scalfari esulta “Meno male che Fini c’è” su Repubblica del 29 marzo 2009.
Scalfari è uno che sa spostarsi bene, ha l’istinto orgiastico del potere. Come dice Maurizio Blondet, «la sua prosa tradisce plurime eiaculazioni spontanee, sempre preoccupanti in tarda età».
Vorrei ricordare che nel 1942, Scalfari scriveva sul settimanale Roma Fascista (periodico dei GUF) parole molto sagge e condivisibili: «Noi giovani che non abbiamo per ora altro da apportare al Fascismo, insieme con la nostra fede, che una sincerità cruda, chirurgica, ci facciamo di questa sincerità uno dei maggiori doveri dell’ora presente, confermati in questo nostro proposito dalla voce del Capo» (10 dicembre).
E ancora: «La nostra ansia non si acqueta nella contemplazione egoistica d’un mondo individuale, ma solo ove sia in noi la certezza che l’individuo muore per rinascere a qualche cosa di più alto e più grande. Fate che ciò a cui l’individuo muore e ciò in cui rivive e rinasce sia la Nazione e avrete la Religione della Patria”» (11 giugno).
E poi: «È necessario riporre l’accento nell’elemento diseguaglianza, che il fascismo ha posto come cardine della sua Dottrina. Soltanto la diseguaglianza può portarci all’aristocrazia» (16 luglio)
Era proprio scatenato: «Gl’imperi moderni quali noi li concepiamo sono basati sul cardine “razza”, escludendo pertanto l’estensione della cittadinanza da parte dello stato-nucleo alle altre genti» (Roma Fascista, 24 novembre 1942).
Le reazioni contro le manifestazioni filopalestinesi a Milano sono assolutamente risibili.
Titoli indignati e farneticanti, tipo “La presa del Duomo è una dichiarazione di guerra”, come scrive Giulio Meotti sul Foglio dell’8 gennaio 2009: Read the rest of this entry »