Frank Stella ha realizzato 14 sgorbi che verranno venduti come “Via Crucis” ad una chiesa romana. Sul perché «queste opere non possono essere collocate in una chiesa», consiglio la lettura dell’ottimo post di Del Visibile, “14 opere dal titolo ‘Via Crucis’ di Frank Stella”, molto più profondo delle mie barbare considerazioni su questo “artista”.
Artista tra virgolette, in quanto Frank Stella non è altro che un rudere della guerra fredda. Proprio così.
All’inizio degli anni ’40 Nelson Rockfeller, presidente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, in accordo con i servizi segreti americani e le agenzie correlate, aveva svenduto ad un’asta alcune pregevoli opere del XIX secolo per acquistare i “capolavori” della prima ondata del cosiddetto “espressionismo astratto” (Jackson Pollock, Robert Motherwell, Stuart Davis, Adolph Gottlieb e, appunto, Frank Stella).
Questa avanguardia artistica fu a tutti gli effetti un prodotto della CIA. Non si tratta di “teorie della cospirazione”, ma di fatti storici documentati da Frances Stonor Saunders nel suo Gli intellettuali e la CIA [Fazi, Roma, 2004], che raccoglie documenti desecretati a proposito delle attività statunitensi di propaganda culturale durante la Cold War.
La CIA tentò di esportare l’espressionismo astratto in Europa come “prodotto autoctono” dell’arte nordamericana, attraverso cospicui finanziamenti occulti per mostre, eventi, concorsi ecc… allo scopo di dimostrare che anche l’arte partecipava dell’assoluta libertà degli States.
Il paradosso, secondo la Frances, sta nel fatto che «per promuovere l’accettazione dell’arte prodotta in democrazia e vantata come un’espressione della democrazia, si doveva eludere il processo democratico» [p. 231].
Solo i dollari di Rockfeller assicurarono la creazione di una “scuola newyorchese”: l’espressionismo astratto non ebbe alcun successo in patria. Molti critici autorevoli misero subito alla berlina la nuova avanguardia; addirittura un consigliere del MoMA si dimise per protesta nei confronti delle “spese pazze” per uno schifosissimo Rothko. Ma tutto ciò venne messo a tacere. Lincoln Kirstein, critico e attivo sostenitore del MoMA, già nel 1948 scriveva dalle pagine di Harper’s che i principi della nuova avanguardia erano «l’improvvisazione come metodo, la deflorazione come formula, e la pittura come un passatempo nelle mani di decoratori d’interni e venditori impazienti».
Alcuni, come John Canaday, vennero minacciati di morte quando osarono criticare apertamente l’“orgia monopolistica” della Scuola di New York.
I servizi segreti arrivarono a “comprare” un posto per l’espressionismo nazionale alla Biennale di Venezia del 1956 (gli Stati Uniti furono l’unico paese ad essere presentato in una sezione a parte).
L’espressionismo astratto venne “progettato” per «ottenere l’appoggio degli intellettuali europei» [la Sanders cita un articolo di Eva Crockfort,“Abstract Expressionism, Weapon of the Cold War”, Artforum, n. 10, Giugno 1974, pp. 39-41] come una «espressione autentica, indipendente e autoctona della volontà, dello spirito e del carattere nazionale [americano]» (così il critico Frederic Taubes, direttamente nella Encyclopaedia Britannica del 1946: «Pare che, quanto all’estetica, l’arte statunitense non sia più un luogo dove si accumulano le influenze europee»).
Tuttavia è necessario dire che la maggior parte di quei “ragazzi” probabilmente coltivava sul serio un sincero spirito d’artista, e l’accettazione di un “compromesso” del genere li porto a terminare la loro vita in disgrazia: Jackson Pollock, perennemente ubriaco (soprattutto quando doveva spargere del colore su un tendone bianco) morì in un incidente stradale; Franz Kline fu al pari vittima dell’acool; David Smith finì anche lui in un “suicidio autostradale”; Mark Rothko si tagliò le vene; Arshile Gorky si impiccò.
Invece Frank Stella si è conservato bene. Il problema è che come figurante della propaganda ormai è inservibile. Quindi tanto valeva appiopparlo a qualche prete. Non è un caso che le sue patacche di metallo attorcigliato verranno smaltite (dietro lauto compenso) nella chiesa di Tor Tre Teste, altro sgorbio progettato da Richard Meier (chi non l’ha vista non può capire).
È sospetto, sopra ogni cosa, che Stella continui a ripetere le parole che parecchi lustri fa gli uomini della CIA misero in bocca a quelli come lui: «Il primo spettatore sono io e posso solo sperare che gli altri ne trarranno qualcosa. Ho sempre creduto nel primato dell’astrazione perché crea una linea diretta con le mie emozioni e sentimenti. È il trionfo della soggettività che poi diventa oggettiva per la gioia di altri» (dall’intervista al Corriere dell’11 giugno).
Tale era la “lezioncina” di Alfred Barr, primo direttore del MoMA (l’uomo che consigliò direttamente i servizi di propagandare l’espressionismo astratto): i nazisti e i sovietici (in generale gli europei), non accettano la libertà assoluta degli americani, il non-conformismo dei loro artisti e l’amore per l’indipendenza; quindi c’è bisogno di un po’ di arte d’oltreoceano nel Vecchio Continente.
In nome della fatidica “libertà” americana, Pollock e Hartigan facevano gara a chi ce l’aveva più grosso (il telone su cui scarabocchiare da ubriachi). Durante una esposizione della “Nuova pittura americana” a Barcellona, fu necessario rimuovere la parete che stava sopra la porta metallica del museo, affinché potessero entrare le due croste gareggianti in grandezza.
In poco tempo, le gare tra pastrocchi d’acquarelli di dimensioni giganti divennero il gioco preferito della “Scuola di New York”. Poi, come abbiamo visto, il numero degli “artisti” cominciò a sfoltirsi, e negli anni ’60 l’espressionismo astratto aveva già fatto il suo corso (affossato definitivamente da Peggy Guggenheim, colei che decideva i prezzi).
Stella, il rudere settantatreenne, è deciso a conservare il ruolo di propagandista di stato: di un qualsiasi “stato”. Dopo aver condannato la “visione dogmatica” della Chiesa cattolica (che «Le impedisce di riconoscere i capolavori»), pretende comunque di essere pagato.
La questione supera i concetti di “committenza” e “mecenatismo”: il vecchio arrotino, oltre a pretendere un compenso, si permette di dare lezioni ad un’istituzione che ha annoverato tra i suoi papi i più grandi mecenati di tutti i tempi. Ma la Cappella Sistina dipinta da Michelangelo non è un abuso di potere, non è propaganda (ecclesiastica). Neppure io saprei spiegare il perché, in questi tempi maledetti – eppure sento che è così. Al contrario, un Pollock che sputa del colore su una tela e poi viene “sponsorizzato” in Europa tramite la CIA (e le “Fondazioni”), è l’abuso più squallido che si possa vedere. È come smaltire dei rifiuti tossici in un’area verde: guadagno immediato, catastrofe a lento rilascio. Così sono stati i “rifiuti tossici” delle avanguardie: ferraglia e scarti ostentati, impacchettati e venduti.
Oggi ne subiamo gli effetti: tutta l’arte “che conta”, che finisce in prima pagina, è una continua opera di vandalismo. Non solo ai danni della tradizione, ma pure dell’avanguardia: lo spirito dell’innovazione in mano ad un arrotatore canuto.
Capisco che i mercanti continuino a crederci (è il loro mestiere), ma i preti cosa credono di “guadagnarci”? Per S. Tommaso la capacità di cogliere la bellezza appartiene sia all’intelletto che alla volontà: per Frank Stella è pacifico il difetto in entrambi. Ma il suo committente attuale, ha una cattiva conoscenza o una cattiva volontà?
Roberto Manfredini