Giu 22

Frank Stella ha realizzato 14 sgorbi che verranno venduti come “Via Crucis” ad una chiesa romana. Sul perché «queste opere non possono essere collocate in una chiesa», consiglio la lettura dell’ottimo post di Del Visibile, “14 opere dal titolo ‘Via Crucis’ di Frank Stella”, molto più profondo delle mie barbare considerazioni su questo “artista”.

Artista tra virgolette, in quanto Frank Stella non è altro che un rudere della guerra fredda. Proprio così.

All’inizio degli anni ’40 Nelson Rockfeller, presidente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, in accordo con i servizi segreti americani e le agenzie correlate, aveva svenduto ad un’asta alcune pregevoli opere del XIX secolo per acquistare i “capolavori” della prima ondata del cosiddetto “espressionismo astratto” (Jackson Pollock, Robert Motherwell, Stuart Davis, Adolph Gottlieb e, appunto, Frank Stella).

Questa avanguardia artistica fu a tutti gli effetti un prodotto della CIA. Non si tratta di “teorie della cospirazione”, ma di fatti storici documentati da Frances Stonor Saunders nel suo Gli intellettuali e la CIA [Fazi, Roma, 2004], che raccoglie documenti desecretati a proposito delle attività statunitensi di propaganda culturale durante la Cold War.

La CIA tentò di esportare l’espressionismo astratto in Europa come “prodotto autoctono” dell’arte nordamericana, attraverso cospicui finanziamenti occulti per mostre, eventi, concorsi ecc… allo scopo di dimostrare che anche l’arte partecipava dell’assoluta libertà degli States.

Il paradosso, secondo la Frances, sta nel fatto che «per promuovere l’accettazione dell’arte prodotta in democrazia e vantata come un’espressione della democrazia, si doveva eludere il processo democratico» [p. 231].

Solo i dollari di Rockfeller assicurarono la creazione di una “scuola newyorchese”: l’espressionismo astratto non ebbe alcun successo in patria. Molti critici autorevoli misero subito alla berlina la nuova avanguardia; addirittura un consigliere del MoMA si dimise per protesta nei confronti delle “spese pazze” per uno schifosissimo Rothko. Ma tutto ciò venne messo a tacere. Lincoln Kirstein, critico e attivo sostenitore del MoMA, già nel 1948 scriveva dalle pagine di Harper’s che i principi della nuova avanguardia erano «l’improvvisazione come metodo, la deflorazione come formula, e la pittura come un passatempo nelle mani di decoratori d’interni e venditori impazienti».

Alcuni, come John Canaday, vennero minacciati di morte quando osarono criticare apertamente l’“orgia monopolistica” della Scuola di New York.

I servizi segreti arrivarono a “comprare” un posto per l’espressionismo nazionale alla Biennale di Venezia del 1956 (gli Stati Uniti furono l’unico paese ad essere presentato in una sezione a parte).

 

L’espressionismo astratto venne “progettato” per «ottenere l’appoggio degli intellettuali europei» [la Sanders cita un articolo di Eva Crockfort,“Abstract Expressionism, Weapon of the Cold War”, Artforum, n. 10, Giugno 1974, pp. 39-41] come una «espressione autentica, indipendente e autoctona della volontà, dello spirito e del carattere nazionale [americano]» (così il critico Frederic Taubes, direttamente nella Encyclopaedia Britannica del 1946: «Pare che, quanto all’estetica, l’arte statunitense non sia più un luogo dove si accumulano le influenze europee»).

 

Tuttavia è necessario dire che la maggior parte di quei “ragazzi” probabilmente coltivava sul serio un sincero spirito d’artista, e l’accettazione di un “compromesso” del genere li porto a terminare la loro vita in disgrazia: Jackson Pollock, perennemente ubriaco (soprattutto quando doveva spargere del colore su un tendone bianco) morì in un incidente stradale; Franz Kline fu al pari vittima dell’acool; David Smith finì anche lui in un “suicidio autostradale”; Mark Rothko si tagliò le vene; Arshile Gorky si impiccò.

 

Invece Frank Stella si è conservato bene. Il problema è che come figurante della propaganda ormai è inservibile. Quindi tanto valeva appiopparlo a qualche prete. Non è un caso che le sue patacche di metallo attorcigliato verranno smaltite (dietro lauto compenso) nella chiesa di Tor Tre Teste, altro sgorbio progettato da Richard Meier (chi non l’ha vista non può capire).

 

È sospetto, sopra ogni cosa, che Stella continui a ripetere le parole che parecchi lustri fa gli uomini della CIA misero in bocca a quelli come lui: «Il primo spettatore sono io e posso solo sperare che gli altri ne trarranno qualcosa. Ho sempre creduto nel primato dell’astrazione perché crea una linea diretta con le mie emozioni e sentimenti. È il trionfo della soggettività che poi diventa oggettiva per la gioia di altri» (dall’intervista al Corriere dell’11 giugno).

Tale era la “lezioncina” di Alfred Barr, primo direttore del MoMA (l’uomo che consigliò direttamente i servizi di propagandare l’espressionismo astratto): i nazisti e i sovietici (in generale gli europei), non accettano la libertà assoluta degli americani, il non-conformismo dei loro artisti e l’amore per l’indipendenza; quindi c’è bisogno di un po’ di arte d’oltreoceano nel Vecchio Continente.

In nome della fatidica “libertà” americana, Pollock e Hartigan facevano gara a chi ce l’aveva più grosso (il telone su cui scarabocchiare da ubriachi). Durante una esposizione della “Nuova pittura americana” a Barcellona, fu necessario rimuovere la parete che stava sopra la porta metallica del museo, affinché potessero entrare le due croste gareggianti in grandezza.

In poco tempo, le gare tra pastrocchi d’acquarelli di dimensioni giganti divennero il gioco preferito della “Scuola di New York”. Poi, come abbiamo visto, il numero degli “artisti” cominciò a sfoltirsi, e negli anni ’60 l’espressionismo astratto aveva già fatto il suo corso (affossato definitivamente da Peggy Guggenheim, colei che decideva i prezzi).

 

Stella, il rudere settantatreenne, è deciso a conservare il ruolo di propagandista di stato: di un qualsiasi “stato”. Dopo aver condannato la “visione dogmatica” della Chiesa cattolica (che «Le impedisce di riconoscere i capolavori»), pretende comunque di essere pagato.

La questione supera i concetti di “committenza” e “mecenatismo”: il vecchio arrotino, oltre a pretendere un compenso, si permette di dare lezioni ad un’istituzione che ha annoverato tra i suoi papi i più grandi mecenati di tutti i tempi. Ma la Cappella Sistina dipinta da Michelangelo non è un abuso di potere, non è propaganda (ecclesiastica). Neppure io saprei spiegare il perché, in questi tempi maledetti – eppure sento che è così. Al contrario, un Pollock che sputa del colore su una tela e poi viene “sponsorizzato” in Europa tramite la CIA (e le “Fondazioni”), è l’abuso più squallido che si possa vedere. È come smaltire dei rifiuti tossici in un’area verde: guadagno immediato, catastrofe a lento rilascio. Così sono stati i “rifiuti tossici” delle avanguardie: ferraglia e scarti ostentati, impacchettati e venduti.

Oggi ne subiamo gli effetti: tutta l’arte “che conta”, che finisce in prima pagina, è una continua opera di vandalismo. Non solo ai danni della tradizione, ma pure dell’avanguardia: lo spirito dell’innovazione in mano ad un arrotatore canuto.

Capisco che i mercanti continuino a crederci (è il loro mestiere), ma i preti cosa credono di “guadagnarci”? Per S. Tommaso la capacità di cogliere la bellezza appartiene sia all’intelletto che alla volontà: per Frank Stella è pacifico il difetto in entrambi. Ma il suo committente attuale, ha una cattiva conoscenza o una cattiva volontà?

 

Roberto Manfredini

 

Giu 17

Mi ero promesso di scrivere qualcosa sulla figura di Gianni Baget Bozzo, in occasione della sua scomparsa. Ormai però è passato più di un mese, quindi è inutile imbastire un “coccodrillo” sul modello di quelli apparsi nei quotidiani.

D’altronde ciò che ho sempre pensato (ma non ho mai avuto il coraggio di dire), mi è stato confermato da articolo di wXre (blog di Luigi Demiet e Guido da Coccolato), “L’ateo devoto”:

 

«Baget Bozzo è stato, secondo noi, un ateo. Un ateo devoto. Uno straussiano senza Strauss. La sua difesa del cattolicesimo “tradizionale”, in prima linea, fino alla scelta della via sacerdotale, è stata sostanzialmente la difesa dell’istanza religiosa e conservatrice come concepita appunto da Leo Strauss: una cortina fumogena per il vulgus vult decipi (ergo decipiatur) che sola può velare una verità che il popolo non è in grado di reggere e di gestire. Una verità nullificante, concidente con il ni-ente e che in quanto tale può e deve restare appannaggio dei “filosofi”.

La fascinazione di don Gianni per l’uomo forte in grado di fare da puntello contro la deriva illuministico-radicaleggiante (la sinistra), dal Dossetti anti-moderno del dopoguerra al Craxi & Berlusconi anticomunisti, tradiva una volontà di “ordine” straussianamente inteso. Un essoterimo di conservazione e di argine alla dissoluzione.

Baget Bozzo è stato per Siri, in fondo, quello che Ferrara (a cui tra l’altro lo accomunavano intelligenza e scrittura brillante) ha cercato di essere per Benedetto XVI. È stato, in senso profondo, il neocon della DC e della Chiesa italiana post-conciliare».

 

A prova di tale convincimento, viene riportato un “encomio” di Massimo Cacciari (Adnkronos, 8/05/09):

 

«Non ricordo una persona più intellettualmente e spiritualmente mobile e inquieta di don Gianni. […] La sua fede era “agonica” […]: da essa traeva costante impulso ad affrontare la storia dell’uomo in tutte le sue dimensioni. E a prendervi parte, rischiando davvero tutto se stesso. […] [Le sue scelte politiche] sono il frutto della sua indomabile inquietudine e del senso acuto della responsabilità di trovare ad essa comunque risposta. Non credo che per don Gianni né Craxi né Berlusconi lo fossero. Come non credo lo fossero, su un altro piano, Papa Wojtyla e ora Papa Benedetto. Penso che per lui fossero, per così dire, una “provvisoria necessità” […].

Per don Gianni, quando la crisi del “secolo” diventa tanto acuta da apparire insolubile, la Provvidenza invia singoli uomini nel “tentativo” di mantenere il mondo in una qualche forma. Si trattava per lui quasi di “provvedimenti” che lasciavano le grandi questioni insolute, ma permettevano di pensarci sopra. Per don Gianni quello che valeva alla fine era proprio soltanto il carattere insolubile della “cosa ultima” e credo che in lui mai sia venuta meno tale “riserva escatologica” rispetto a ogni sua presa di posizione politica. Quanto più don Gianni era inesorabile nella sua luciferina capacità di critica dell’avversario politico, tanto più sapeva di non sapere sulle questioni che ne dominavano l’anima».

 

Essendo wXre una “fonte” più che affidabile, mi sono preso la briga di rintracciare qualche “reticenza” nei testi di Baget Bozzo che potesse confermare la tesi dell’ateismo devoto. Magari senza scomodare l’imponente teoria ermeneutica di Leo Strauss (molto più complessa di come appare dai resoconti giornalistici), ma pensando alla pura e semplice reticenza, quasi come se fosse la bella figura retorica della aposiopesis.

 

Proprio ieri rileggevo quel piccolo capolavoro di divulgazione storica che è L’intreccio. Cattolici e comunisti 1945-2004 [Mondadori, Milano, 2004]. Il libro adombra una tesi nella quale mi era già capitato di imbattermi: il comunismo come eresia del cristianesimo. Dico che è una tesi “adombrata” perché viene esplicitata soltanto nella “Premessa” del libro:

 

«Il comunismo è nato come un’eresia cristiana e, anche attraverso la versione hegeliana-marxiana, ha mantenuto intatte le sue radici teologiche. La sua volontà di sopprimere la Chiesa cattolica è stata eguale alla sua volontà di imitarla e di influenzarla. […] Il fatto stesso che il comunismo, diversamente dal nazismo, non sia finito in tragedia è forse legato anche alle radici cristiane che nel comunismo sono rimaste» [L’intreccio, p. 9].

 

Ma in seguito l’Autore arriva a sostenere persino il contrario, evidenziando ad un tempo il “razionalismo dominante” e le “radici teologiche” del comunismo.

Sembra che Baget Bozzo abbia voluto utilizzare i tipici “espedienti” individuati dallo Strauss di Scrittura e persecuzione:

 

«Oscurità nel piano di un’opera, contraddizioni, […] ripetizioni inesatte di affermazioni precedenti, strane espressioni, sono caratteristiche che non turbano il sonno del lettore disattento ma risvegliano quello attento. Dedicatari di questa letteratura esoterica sono solo i lettori intelligenti e fidati» [cfr. G. Giorgini, “Leo Strauss: un profilo tematico”, in L. Strauss, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell’Occidente, Einaudi, Torino, 1998, p. LIII].

 

In effetti è lo stesso Baget Bozzo a dissimulare ancora la tesi dietro la narrazione erudita e brillante de L’Anticristo [Mondadori, Milano, 2001]:

 

«Il moderno è ancora una teoria sui rapporti tra Dio e l’uomo come risultano dalla cristologia. Si tratta di affermare che la mente umana è Dio: da Baruch Spinoza a Ludwig Feuerbach il passaggio è molto chiaro. Si tratta ancora della divinoumanità cristiana, ma attribuendo all’umanità la divinità» [L’Anticristo, p. 118].

 

Questa volta però ascrive al cardinale J.H. Newman l’ipotesi che «il moderno sta ancora all’interno del Cristianesimo nella forma dell’eresia cristiana». Eppure è palese che Baget Bozzo vorrebbe estrinsecare fino in fondo questa ipotesi, ma non può. Per quale motivo? Perché la conclusione sarebbe distruttiva.

Se ad un livello razionale Don Gianni riesce ad essere “reticente”, in molte pagine il sentimento e la passione prevalgono sulla razionalità: pur traducendosi in un linguaggio quasi lirico, la verità (filosofica e “occulta”) sfugge alla scrittura “controllata” e disorienta il lettore ingenuo:

 

«Il Dio dell’Occidente deperisce nella coscienza dell’Occidente. Finché visse con il comunismo e il suo emulo subalterno, il nazismo (il maggior tentativo del satanismo politico), il Dio dell’Occidente non deperì. […] Il satanismo politico era un testimone di Dio. La Chiesa è rifiorita nel XX secolo attorno al satanismo politico comunista. […] Il Dio dell’Occidente è svanito, Satana no; […] [egli] dilaga in Occidente sotto la forma dell’angoscia e della disperazione. […] La grande potenza materiale egemonica e imperiale, gli Stati Uniti, non è in grado di sopportare ciò che l’umanità ha sempre sopportato: la morte in battaglia.  […] Se il Dio dell’Occidente è morto, che senso ha morire per lui? […] L’Occidente non ha più motivi per morire: ciò significa che non ha più ragioni per vivere. […] Ora tutto ciò è divenuto male: Crociate, Inquisizione, scoperta dell’America sono solo male, sono contro il principio di compassione. La storia dell’Occidente è una vergogna, la storia della Chiesa cattolica è una vergogna: lo dice il Papa. […] [Sono state] distrutte le nazioni europee […]; forse la Russia è ancora un poco la Russia, visto che i suoi soldati sono disposti a morire in Cecenia. […] I vecchi popoli non occidentalizzati hanno ancora un Dio per cui vale la pena morire: lo hanno gli islamici. E  gli uomini che sanno sfidare la morte, i popoli che sanno sfidare la morte hanno ancora in qualche modo una religione per cui morire» [Ivi, pp. 101-103].

 

«Il Terzo Reich era più bello di Weimar, il fascismo più bello dell’Italia umbertina. Il comunismo di Stalin ebbe una capacità di fascino per la bellezza, per uno splendore insito nell’opera che portava innanzi, il cambiamento della natura umana. Se milioni e milioni di uomini si sono sacrificati, lo hanno fatto non per la verità ma per la bellezza. […] Il XX secolo è stato il secolo dell’eroismo gratuito, del sacrificio, un secolo escatologico» [Ivi, p. 115].

 

Sono queste fessure del credo “nascosto” di Baget Bozzo che mi hanno portato a rispolverare un pamphlet scomparso da decenni dalla circolazione: Le scuderie d’Occidente [Volpe, Roma, 1973] di Jean Cau [1].

Ciò che accomuna i due pensatori è forse proprio la ricerca di quella “provvisoria necessità”, come ha detto Cacciari.

Provate a confrontare i due passi de L’Anticristo citati poco sopra con quello che Jean Cau scriveva nel suo libello:

 

«L’Occidente in decadenza si è messo a scrivere la storia delle sue ritirate e delle sue umiliazioni per conto di coloro che gliele infliggono. […] Esausti, abbruttiti, drogati, rinnegando il nostro passato e le nostre virtù, felici di vedere inaridite le sorgenti di quell’onda di certezze che ci lanciò alla conquista del mondo, […] accettiamo tutto: l’ingiuria, il disprezzo, lo sputo» [Le scuderie d’Occidente, p. 98].

 

«La felicità non ha che un nome vero, antico e moderno: la fede. […] Al tempo della guerra di Vandea i contadini ribelli si battevano con valore senza pari, al grido “Per il mio Dio e per il mio Re!”. […] Sull’altra sponda, innumerevoli furono quelli che caddero cantando e gridando “Viva la Repubblica!” […]. Dalle due parti c’era, incrollabile, una fede. In Dio, qui. Nell’Uomo, là. Ma c’era, disinteressata e follemente pura, la fede! E, per lei, la felicità di combattere, di vivere o morire. […] Perché viviamo? interrogano i giovani. Netta risposta: per nulla, se voi non sapete più perché accettereste di morire, e se la nostra società non è più capace di armarvi per sfidare quella morte. Una vita non vale se non in questa dura luce» [Ivi, pp. 158-159].

 

Una comunanza, quindi, non soltanto di stile. Ma solo Jean Cau ha il coraggio di portare coerentemente le proprie tesi all’estremo. E tutto ciò viene a galla nei capitoli dedicati ad un argomento particolare: il comunismo come eresia del cristianesimo. Ecco ritrovata quella celebre ipotesi…

Leggiamo:

 

«Il comunismo è una vicenda del cristianesimo. […] Spettava al secolo XIX di rendere espansionista il socialismo. Fu l’opera di un ebreo messianico di genio –Karl Marx- il quale gettò in un medesimo mortaio la filosofia tedesca, l’economia inglese ed il socialismo francese, tritò il tutto e offrì tale forte pastone all’appetito dei popoli. […] Restava da trovare un popolo di abbastanza primitiva religiosità per riceverlo […]. Furono i Russi quel popolo semplice […]: un popolo senza tradizione di libertà e di libero esame; un popolo intriso di fede sino al midollo» [p. 174].

 

Cau intende il paragone nell’ottica di una giustificazione della “volontà di potenza”: «La morale che io amo […] viene sempre dopo l’atto e ne organizza le conseguenze» [p. 81].

Ammirabile la sua chiarezza nell’enunciare la “verità” del cristianesimo:

 

«Siamo mai stati cristiani? Questa dolce eresia ebraica l’abbiamo ma integrata nelle nostre coscienze e nel nostro inconscio? Il Barbaro accettò l’innesto, tanto era dotato di forza e di crudeltà. Si adornò di finta dolcezza, e la morale cristiana fu la buona coscienza degli sfoghi della sua volontà di potenza. […] Il Cristianesimo fu, per secoli, la morale di un Occidente dinamico, ricco di espansione, di volontà, di tensione. Fu la sua innocenza proclamata» [pp. 75-76].

 

All’apparenza, sembra un nietzschianesimo annacquato. Oppure no, non è affatto Nietzsche: semmai qualcosa di più conciliante con le “provvisorie necessità”:

 

«Il giudeo-cristianesimo, - dice Nietzsche, - “morale da malati”. Adagio: non semplifichiamo troppo! Infatti, come una droga che eccita un organismo prima di distruggerlo, il giudeo-cristianesimo è stato una forza finché è rimasto una morale religiosa. È stata la sua laicizzazione quella che, portandolo a compimento, lo ha distrutto e lo distruggerà. […] Domandiamoci se il corsetto cristiano non abbia sorretto indurito l’Occidente barbarico, fino al secolo XIX, decuplicandone la forza» [p. 66].

 

«Età dell’oro! La morale era una cosa che poteva venire inventata; di cui un individuo –re, principe, imperatore, eroe, santo o soldato- poteva essere la sorgente e il garante. Inventata! Arrischiata! Osata! Inventata come lo è un’opera d’arte, e c’era una estetica dell’etica, un portamento e un’eleganza dell’atto morale» [p. 107].

 

Con questo, credo che il cerchio si chiuda. Probabilmente tutta la scrittura di Baget Bozzo è disseminata di “verità indicibili”, riservate ai lettori “intelligenti e fidati” [2].

Il tentativo di scardinare certe narrazioni esoteriche ha comunque lo stesso valore di un passatempo erudito, poiché chi sa riconoscere la “reticenza” (come i curatori di wXre), non ne ha bisogno. Per tutti gli altri, spaghetticons e ciellini, non credo vi sia speranza: stultus vult decipi, ergo decipiatur.

 

Roberto Manfredini

 

 

[1] Qualcuno sicuramente avrà già sentito parlare di Cau come enfant prodige della sinistra francese, in seguito convertitosi al gollismo e infine approdato alle posizioni della Nouvelle Droite.

Le scuderie d’Occidente (sottotitolo: Trattato di morale) è un libro che ho scoperto grazie all’ultimo lavoro di Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, il quale ricalca l’andamento del testo di Cau, non solo nella scrittura tra il saggistico e l’autobiografico, ma persino nella suddivisione stessa in “argomenti”.

 

[2] Tanto per aggiungere altra carne al fuoco, non è un caso che Cau provi avversione nei confronti del Vaticano II: «Con lo stupido pretesto del ritorno alle sorgenti e alla semplicità evangelica, i nostri preti vogliono delle chiese più brutte d’un baraccone e sono pronto a celebrare la messa in giacca e calzoni» [Le scuderie d’Occidente, p. 85].

 

 

Giu 12

Vogliamo parlare delle ridicole reazioni di una parte del PD che ha impedito a Gheddafi di parlare al Senato?

Io non posso credere che Franceschini e i “veltroniani” siano talmente stupidi da cadere in una simile contraddizione. In verità, non è proprio impossibile credere nell’imbecillità dei politici, ma è probabile che sotto ci sia dell’altro.

 

Gheddafi ha pronunciato frasi che in Italia non possono essere pronunciate.

Per esempio, ha paragonato l’attacco dell’11 settembre ai bombardamenti americani dell’86. Ma non solo: ha persino parlato del partitismo italiano come “aborto della democrazia”.

Si può, ovviamente, essere in disaccordo. Ma il fatto è che certe cose noi non siamo più nemmeno in grado di pensarle.

 

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