L’Adnkronos butta lì una notizia che dovrebbe far riflettere molte persone (“Aids: a Washington 3% abitanti sieropositivo, come in Uganda”): «La capitale della superpotenza occidentale per eccellenza, gli Usa, si trova a fare i conti con un’epidemia di Hiv e Aids al pari, se non peggio, di alcune nazioni africane. Il 3% della popolazione con più di 12 anni è sieropositivo, come in Uganda. […] “Le Nazioni Unite e l’Organizzazione mondiale della sanità” - si legge sulla Bbc news online – “considerano un’epidemia di Hiv generalizzata e severa quando la percentuale di diffusione fra i residenti di una specifica area geografica supera l’1%”. Ebbene, la diffusione nel distretto di Washington è tre volte maggiore. […] Gli esperti avvertono che anche l’allarmante 3% di popolazione sieropositiva potrebbe essere un dato sottostimato. Raymond Martins, primario della clinica Whitman-Walker di Washington, centro di eccellenza nella capitale Usa per le malattie infettive, sostiene infatti che “i sieropositivi potrebbero essere in realtà il 5% della popolazione. Molte persone non hanno fatto il test e dunque potrebbero essere state contagiate senza saperlo”».
Notizia fresca fresca: “Stalking, due arresti al giorno” (dal Corriere):
«I molestatori che minacciavano, ingiuriavano e perseguitavano non se li filava nessuno. Da quando invece, una ventina di giorni fa, è entrato in vigore il decreto legge che ha messo tutti insieme questi reati (creando lo stalking) gli inquirenti si sono attivati. E gli arresti si susseguono a ritmo frenetico. Circa quaranta in una ventina di giorni. Praticamente due al giorno».
L’articolista si infiamma:
«Almeno a giudicare dagli ultimi dati Istat che ci segnalano che dal 2002 al 2007 sono stati ben due italiani su dieci a rimanere vittima dello stalking. La maggior parte sono donne. La stragrande maggioranza degli stalker sono partner o, preferibilmente, ex. Ma non soltanto. La nuova legge sullo stalking non si limita a punire i delitti a sfondo sentimentale, passionale o sessuale. Persecuzioni, molestie, ingiurie e minacce vengono perseguite a trecentosessanta gradi. Si tratti di aggressioni o di persecuzioni telefoniche, sms compresi. Ce n’è di lavoro, volendo».
Oggi si celebra una nuova festività laica, la nascita di Franco Basaglia unita al trentennale della Legge 180, famosa per aver abrogato le “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati” di sessant’anni prima.
Irremovibile dal suo piedistallo di progresso-avanguardia-liberazione, la legge è ancora lì, a ricordarci che siamo tutti un po’ folli, che la ragione è roba per borghesi e che per questo motivo dobbiamo accollarci i malati mentali (una delle tante “minoranze oppresse”).
Sono costretto ancora una volta a parlare di Beppe Grillo e della sua macchina pubblicitaria, che riduce ogni questione seria a carosello commerciale.
Avevo promesso, la volta scorsa, di non parlarne più, ma in questo caso si può considerare soltanto un intermezzo.
Dicevamo: l’ultima malefatta di Beppe consiste nell’iniziativa “Free Blogger”, una pagina del suo sito dove ognuno può fotografarsi in una posa ridicola per sponsorizzare il proprio blog.
Ah, ci sarebbe anche l’inevitabile appello o sottoscrizione contro il malcapitato di turno: si tratta di Gianpiero D’Alia. Un politico che «è considerato da molti blogger (Es. Beppe Grillo) uno dei simboli dell’oligarchia non democratica italiana» (pensiero ritrovato nella discarica di Wikipedia).
“Simbolo dell’oligarchia non democratica”? Se fossi al posto di D’Alia, lo scriverei direttamente sui biglietti da visita
Un lettore (“giaim4”) ha avanzato dei giustificati dubbi riguardo alle citazioni gioachimite di Obama, che avevo riportato nel mio articolo “L’ultimo sindaco di Roma”: «Ma cosa ha detto Obama di Gioacchino da Fiore e in quale discorso? Sono andato in lungo e in largo sul web è la notizia è stata data solo in Italia in America cercano ancora questi introvabili discorsi».
Probabilmente la sua obiezione si riferisce ad un commento del blog americano Modern Medieval, che nell’articolo “Barack Obama, Medievalist (?)” (al primo posto di Google nella ricerca di “Obama Joachim of Fiore”), irride all’infondato entusiasmo degli italiani per la “citazione gioachimita”, pervenuta ai quotidiani nazionali attraverso fonti non verificate: «Seems more about Joachim than Obama though…».
Il sito Il Politico.it segnala che un deputato del Pd, Franco Laratta, membro del Centro internazionale di studi gioachimiti, è stato «il primo a riferire alla stampa, nel giugno scorso, che Barack Obama durante le primarie del Partito democratico aveva citato l’Abate calabrese in alcuni suoi discorsi».
Ho scritto quindi all’on. Laratta, che così mi ha risposto:
«Caro dott.,
Non siamo riusciti a sapere esattamente quando e dove Obama ha citato Gioacchino da Fiore.
La cosa certa, che hanno riportato alcune agenzie americane e alcuni studiosi, è che Obama ha effettivamente citato l’Abate nel corso di un suo intervento, nel corso del quale parlava di un tempo nuovo, dell’età dello spirito. Idee che appartengono al pensiero gioachimita. Il presidente americano ha citato Gioacchino anche perchè al suo staff è giunto un dvd di un documentario dedicato all’Abate. A farglielo avere un giovane medico di San Giovanni in Fiore che lavora e vive a Bologna e che era da sempre in contatto con alcuni componenti dello staff dell’allora senatore Obama.
grazie
fl»
Mi sembra una spiegazione alquanto chiara, seppur non esaustiva.
Non possiamo esclamare “missione compiuta”, ma almeno sappiamo che la notizia ha un suo fondamento ed è altamente verosimile.
Roberto Manfredini
Rispondo brevemente ad un articolo di Estote Parati (il sito del nostro lettore Armando), intitolato “Futurismo Passatista”.
Vi sono considerazioni interessanti, pur nella loro prevedibilità, sulla brutta fine del futurismo: «Il “destino” beffardo ha deciso che quelli che avrebbero voluto incendiare i musei, cambiare la lingua e la sintassi italiana in rapidi monosillabi e nomi composti e ibridizzati (parole in libertà) si trovino ora al centro di dotte tavole rotonde tra burocratici istituzionali e vengano ospitati con i loro documenti in polverosi musei […]. Gli epigoni moderni sono solo opachi plagiatori degli avanguardisti che assaporavano per la prima volta il gusto eccitante della modernità e per la velocità di un’auto o di un aeroplano erano pronti a barattare tutto ciò che era stato fino ad allora, drogati d’adrenalina, ma anche artisti ed esteti della vita».
Tuttavia questo deprimente scenario caratterizza per intero la condizione attuale di ciò che chiamiamo “Occidente”. La frattura tra vita e cultura è radicalmente insanabile. Soprattutto oggi, molto più che a un tempo, è possibile trovare, per esempio, un professore di filosofia morale che abbia in spregio anche il minimo dovere deontologico.
La nostra civiltà ha in odio qualsiasi visione “a tutto tondo”, ogni “pensiero totale che diventa azione”. Per tale motivo ha la necessità assoluta di storicizzare e relativizzare il numero più alto di conoscenze.
Dai tempi del futurismo non è cambiato nulla. È la situazione già prevista da George Simmel nei suoi saggi sul “conflitto della cultura moderna”. Ma negli anni ruggenti di Marinetti ci si trovava ancora in un momento di passaggio. I futuristi avevano percepito lo stravolgimento dell’intero ordine cosmico da parte di forze nuove e dirompenti, e provarono a cavalcarle, introducendo la vita nell’arte e l’arte nella vita.
Il progetto futurista comprendeva anche manifesti musicali, esibizioni culinarie, rivoluzioni dell’abbigliamento e una generale “ibridazione” (come dice Armando) tra vita e cultura portata direttamente nella quotidianità.
Le celebrazioni attuali sono ridicole anche per il loro carattere elitario e snob. Quando uno di quei pederasti terminali che tutti definiscono “stilista italiano” cita nei suoi inutili brandelli un pittore futurista, o quando le “giornate della moda” si riempiono la bocca di nomi che prima d’ora nessuno aveva mai sentito pronunciare (Giacomo Balla, per esempio), ci troviamo di fronte all’antitesi pura del futurismo.
Giusto per ricordare, fu un futurista, Ernesto Thayaht, ad inventare nel 1919 la celebre “tuta”. Fu concepito come un abito universale, quotidiano, moderno, pratico, estetico ed economico. Lo spirito della “ricostruzione futurista” non era per palati fini, ma per l’intero popolo italiano.
Le “serate futuriste” odierne sono altresì impregnate del puzzo di morte dell’avanguardia. Ormai è il concerto stesso di “avanguardia” a rappresentare l’accademia: se un’arte non è pluralista, anarchica, contraddittoria, improvvisata, nomade ecc… non ha il diritto di esistere.
La proposta di Armando è che, divenuto obsoleto il “punto di vista meccanico”, «un giro in gondola o sulle botticelle è l’atto più futurista che c’è!».
È ovviamente un arguto paradosso, ma contiene in sé la tentazione di abbandonarsi tra le rovine, di cadere in un torpore con la speranza che un bel sogno venga a salvarci.
Il futurismo è indispensabile, ancora oggi.
Sia a livello nazionale, perché la situazione italiana è la stessa di cent’anni fa (la definizione di “casta” per indicare la classe politica fu coniata proprio negli ambienti futuristi).
Sia a livello mondiale, perché in questo “smarrimento” collettivo è indispensabile non farsi plagiare da false dottrine e da incantamenti morali.
Il futurismo, con la “potenza del fatto”, porta ogni discussione al livello della forza, seguendo -forse implicitamente- il dettato machiavelliano.
C’è ancora uno squarcio, uno spiraglio aperto all’azione e allo scontro di potenze. Ma il nemico non è più la Casa d’Austria o il Papato.
Il “nemico” è quasi irriconoscibile, impronunciabile. Siamo talmente piegati su noi stessi, da equivocare in modo clamoroso sia sugli amici che sui nemici (intesi anche in senso schmittiano).
Il futurismo ha in sé ancora i germi della rivoluzione, le scintille sempre più flebili di quella “scossa” che riedificò la gioventù italiana. Ma per ritrovarne il vigore e la linfa, bisogna asportare, grattar via come la rogna, tutti le incrostazioni accumulatesi in cento anni.
Marinetti aveva ovviamente previsto il destino “antiquariale” della sua opera, perciò aveva già progettato degli antidoti allo scivolamento della vita nella cultura. Chi si ritiene oggi un vero futurista non deve fare altro che cercare disperatamente la linfa vitale. Tutto il resto (celebrazioni, neo-manifesti, provocazioni, teppismo da teatrino ecc…) è morte e decadenza.
Roberto Manfredini