Dic 30

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Dic 20

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Dic 16

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Dic 14

Finalmente è arrivata in Italia la pillola per l’aborto fai-da-te. Non c’è più molto da dire.

Chi se ne importa, alla fine. Una volta avrei colto l’occasione per rigurgitare tutto il mio odio nei confronti del genere femminile, ma ora non è più quel tempo e quell’età. Certe cose son passate di moda.

Anzi, a dirla tutta, mi spiace anche che il farmaco sia “potenzialmente pericoloso per la salute”. Sembra che i giornali lo annuncino come una sottile vendetta dell’abortito, ma a questo punto è inutile pensare che il dolore possa ancora servire qualcosa. La sofferenza a donne di tal fatta non insegnerebbe nulla.

L’unica cosa divertente da notare è che la politica si mostra completamente inerme di fronte ai diktat d’oltreoceano anche in ambito di salute, medicina, farmacologia. Chissà che risate se, per assurdo, all’esecutivo ci fosse stato il partito anti-abortista di Ferrara. Avrebbero detto: “è vero, ci avete votato per eliminare l’aborto ma noi non possiamo farci nulla”. Sì, sarebbe andata esattamente così. Ed è giusto: non è la politica che deve occuparsi di queste cose. Buttare in politica una questione del genere è un suicidio per il diritto naturale. È la tipica tattica dei fondamentalisti protestanti americani: mettere qualsiasi cosa ai voti. Anche la democrazia, se è necessario per la politica. Ma che senso ha? Nessuno… infatti si chiamano “fondamentalisti” mica per caso.

 

«Donna, mistero senza fine bello», cantava il mio poeta preferito. Robetta d’altri tempi. Oggi mi pare più consono alla situazione citare Çantideva, un monaco Monaco buddista che nell’ottavo secolo così salmodiava:

 

«Da un solo cibo derivano la saliva e gli escrementi; se fra queste cose gli escrementi non ti piacciono, come mai ti può essere caro bere la saliva della tua donna? […] Se tu non hai nessuna brama per ciò che è impuro, come mai abbracci un’altra cosa, cioè una gabbia di ossa tenuta assieme da tendini e intonacata di quel fango che è la carne? […] Dopo aver visto nel cimitero alcuni cadaveri, che fanno ribrezzo, tu tuttavia ti diverti in quel cimitero che è il villaggio, pieno di cadaveri semoventi».

 

Sì, il corpo di donna è simbolo di putrefazione. Al significato originario di queste disperate parole (il disfacimento della carne, la “gabbia d’ossa intonacata di fango”) dobbiamo sommare il “significato aggiunto” del corpo femminile “tecnicizzato”, dispensatore di morte.

La carne femminea da infeconda è divenuta mortifera. Si può ancora definire “persona” un essere sfigurato in un pozzo senza fondo di sangue, sperma, saliva e sudore?

Preferisco non rispondere. Il gioco non vale la candela, ed anche una kulturkampf senza sosta si perderebbe nel chiacchiericcio. Consiglio solo i miei adepti di regolarsi: ormai vi sarete accorti anche voi che gli esseri chiamati donne non sono altro che matri gloriosae isterico-uterine, castranti, vendicative ed insoddisfatte. È necessario pertanto abbandonare ogni velleità polemica/politica/culturale. La mia reazione (e la vostra) potrà esprimersi solamente attraverso l’arte: é l’unica via rimasta, ed io intendo sfruttarla pubblicando qualche strofetta risalente a moltissimo tempo fa. Ancora una volta, riconosco il sillabare incerto e l’impulsività della scrittura. La poesia era ancora un mezzo di sfogo. Le mie domande, tuttavia, sono rimaste le stesse: come si può amare una donna infeconda, o per meglio dire auto-sterilizzata? Per molti uomini è la cosa più facile del mondo; per me è un tormento. In quella fossa imbevuta di liquidi letali spacciata per natura femminile, mi sembrerebbe di affogare. Abbandonati i vecchi tabù puritani, ne rinascono di nuovi. Quale mente malata avrebbe voglia di sbirciare tra le pieghe di una carne inutilizzabile? Forse per l’affermazione di sé attraverso il sesso, una sete infinita che viola ogni sacrario senza darsi pace?

La colpa è chiaramente dell’uomo. Come diceva l’immenso Sant’Ambrogio, la donna può essere scusata nel suo peccato, poiché venne ingannata dall’essere più astuto di tutti, il demonio in forma di serpente; invece l’uomo venne ingannato da una creatura a lui inferiore, la donna («Perché ti meravigli se ha peccato ed è caduto il sesso debole se è caduto anche il forte? […] Una creatura superiore sedusse lei ma una inferiore sedusse te. Tu, infatti, fosti tentato da una donna; ella da un angelo, cattivo sì, ma pur sempre un angelo». Cfr. Educazione della vergine, IV, 25).

Oggi si ripete la storia, non più in forma di tragedia, ma di farsa. Anche gli spiriti migliori verranno travolti, se non da una effettiva resa alle pretesi castranti delle abortiste fatte-in-casa, dalla sferza del conformismo: l’emancipazione, la sensibilizzazione, la responsabilizzazione Lagne assordanti per espiare la colpa di non esser stati abortiti con una pillola. Accettare anche questo, pur di poter essere ancora genuino e fecondo, assolutamente fedele a me stesso. Read the rest of this entry »

Dic 8

 

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Dic 6

La tradizione attribuisce al filosofo persiano Omar Khayyām (XI sec.) una raccolta di 101 quartine, conosciute per antonomasia come Rubáiyát (dall’arabo Robā’iyāt, singolare robā’i: “quartine”).

I versi che seguono sono liberamente ispirati alla traduzione in giambici rimati a-a-b-a con cui il letterato inglese Edward FitzGerald (1809-1883) tramandò all’Occidente le tonalità scettiche, mistiche ed edoniste dell’opera di Khayyām.

Il pretesto letterario è una poesia del Cardarelli intitolata “A Omar Kayyam”, risalente ai primi decenni del secolo scorso, che fa quasi da glossa al Rubáiyát («E tu libavi alle rose / del tuo ridente sepolcro, / non sospettando, o impavido, / che la tua vita era già / un cimitero fiorito»).
Sono versi bruttissimi, ispirati perlopiù ai poeti della mia giovinezza (Gozzano e Rimbaud); anche lo schema metrico è miserrimo, ma denota una volontà ordinatrice contro la dittatura del verso libero.

Ecco a voi, cari amici.

 

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