Dopo otto anni di letture “complottiste” sull’argomento, sono giunto alla conclusione che l’11 settembre non sia stato un auto-attentato.
Premetto subito che a convincermi non sono stati i vari siti italiani di “anti-complottismo”, per i quali confermo le critiche espresse nel mio articolo “I professionisti dell’anti-complottismo”. Il fenomeno dei “debunkers all’amatriciana” è complementare a quello del complottismo dilagante. Non starò qui a ripetere le mie opinioni a proposito (già approfondite nell’articolo).
Vorrei segnalare soltanto una cosa: l’incapacità dei debunkers (parlo soprattutto dei dilettanti) di opporre agli avversari altre ragioni oltre quelle che loro chiamano “scientifiche”.
Non sapendo molto di politica o di storia, gli “anti-complottisti” imbastiscono le loro “contro-tesi” avendo come unico punto di riferimento culturale i documentari di National Geographic, gli articoli di Focus e le pagine di Wikipedia.
Tutti possono immaginare che, se ad un “complottista” si oppongono ragioni scientifiche, quello ribatterà che la scienza è controllata del governo, e quindi non è oggettiva (una tesi, per altro, non disprezzabile, a patto che si siano letti Kuhn, Lakatos o Feyerabend).
Finora nessuno si è preso l’impegno di opporre delle ragioni storico-politiche alle speculazioni sull’11 settembre, che sarebbero poi le uniche davvero efficaci. Perché il problema del complottismo comprende soprattutto una dimensione “sociale”, radicata nella perdita di credibilità dei governi occidentali. Ogni cittadino americano percepisce la “cattiva coscienza” del suo presidente di turno, che non può ammettere che la guerra è fatta per desiderio di vendetta, necessità di espandersi o bisogno assoluto di controllare le risorse.
Per non smentire se stessa e la sua storia, l’America sostituisce sia al vecchio colonialismo che al moderno neocolonialismo, la “destabilizzazione” delle aree in cui attacca. È il peggiore degli imperi, è l’Impero Impotente, che devasta interi paesi perché moralmente troppo debole per occuparli.
In tale contesto, la società americana si merita i suoi complottisti. La coscienza statunitense ormai è una compiuta espressione della filosofia di Leo Strauss, l’ebreo machiavellico antesignano del neoconservatorismo. I neocon hanno voluto creare un nuovo ordine mondiale basato sulla menzogna, ma una filosofia perversa non poteva che dare frutti marci. Infatti quella a cui assistiamo oggi, anche con Obama, è una politica della dissonanza, che non riesce nemmeno ad identificare le “ragioni” dell’occupazione di Afghanistan e Iraq. Alla fine, si tira sempre in ballo l’11 settembre come causa fondamentale (fornendo terreno fertile alle fantasie complottiste).
Chiunque si interessi all’argomento, conoscerà di certo il rapporto Rebuilding America’s Defenses, del think-thank “Project for the New American Century”, nel quale si auspica «un evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor», per ricostruire il più velocemente possibile le “difese americane”. Questa, in fondo, è la “prova schiacciante”, che resiste anche all’obiezione più elementare: “Sono davvero così cretini da confessare il complotto prima di farlo?”. Considerando che uno dei padrini del think-thank è Paul Wolfowitz (quello che si ciuccia il pettine e va in giro coi calzini bucati, e che si è fatto pure cacciare dalla Banca Mondiale per favoritismi alla sua amante araba), la risposta può essere “sì”. In fondo il politico è pur sempre un politico, e non diverrà mai filosofo (l’utopia platonica resterà tale). Nonostante sia stato rampollo del celebre Allan Bloom (filosofo responsabile di una intera generazione di straussiani sfornata dall’Università di Chicago), Paul Wolfowitz non è riuscito a mantenere il “segreto” nella sua posizione di falco conservatore. Con le sue dichiarazioni, i suoi “appelli” e la sua mancanza di ritegno, si è dimostrato un fanatico guerrafondaio degno di quell’altro suo professore, l’Albert Wohlstetter (che inspirò il Dottor Stranamore di Kubrick).
A questo punto, però, l’incapacità accertata di Wolfowitz nel mantenere una “condotta imperiale”, può diventare un’arma a doppio taglio per l’argomentazione complottista: è possibile che persone del genere siano in grado di organizzare una “nuova Pearl Harbor”?
In primo luogo bisogna pensare che, se anche “Pearl Harbor” fu un complotto (ho detto “se”), esso si svolse all’interno dell’ambito militare; mentre per “organizzare” l’11 settembre ci sarebbero volute migliaia di persone.
In secondo luogo, nel 1941 l’entrata in guerra degli Stati Uniti era tutt’altro che una certezza; mentre l’attacco all’Afghanistan era già in preparazione da mesi (se non da anni, considerando i bombardamenti del 1998).
Inoltre, riprendendo al documento del PNAC, la questione del rilancio delle forze armate è stata sempre al centro dell’attenzione istituzionale, dopo la fine della Guerra Fredda. Il “keynesismo protezionista di stampo militare” (J. Gray) di Ronald Reagan aveva sfruttato la minaccia sovietica per rilanciare l’economia attraverso un finanziamento statale mascherato dalla corsa agli armamenti. Dopo il crollo dell’URSS e l’ascesa del neoliberismo a modello globale, era necessario che gli USA si “rilanciassero” anche al loro interno, specialmente nel settore che rispondeva più di tutto alle logiche del vecchio capitalismo, ovvero la difesa.
Senza dilungarci su controversie che, per quanto essenziali, sono secondarie al tema preso in esame, torniamo ad analizzare i presunti “cospiratori”. Dicevamo della loro inefficienza, che rende impossibile fantasticare troppo su un coup d’état organizzato ad arte. Allora, la domanda da porsi è questa: da dove parte il desiderio di credere al complotto in una situazione in cui manca basilarmente il “materiale umano”, poiché i presunti “cospiratori” sarebbero mezze tacche, scialbi funzionari, affaristi incapaci?
Secondo il giornalista David Aaronovitch, che ha trattato l’argomento in Voodoo Histories: The Role of the Conspiracy Theory in Shaping Modern History, il “complottista” ha bisogno di crearsi una “narrazione” sulla realtà poiché la realtà è troppo noiosa per essere accettata. Non ci voleva un genio per arrivare a questa tesi – ed infatti Aaronovitch, almeno da quanto ho potuto capire dalle recensioni, non fa altro che riciclare qualche idea del Popper di La società aperta e i suoi nemici (gli stessi passaggi che abbiamo potuto apprezzare nell’Almanacco Guanda dedicato a Il complotto. Teoria, pratica, invenzione).
Dal momento che la spiegazione di Aaronovitch è troppo generica per essere sviluppata, introduco qui la mia.
A parere di chi scrive, nell’immaginario del complottista è rimasto impresso a lettere di fuoco il nome di George Orwell. Nessuno ha mai considerato il ruolo di 1984 nella costruzione di una “teoria cospiratoria della società” (come la chiama Antiseri).
Spero di non scandalizzare nessuno, ma considero il romanzo del dilettante Eric Blair come la cosa più noiosa e assurda che abbia mai letto. Rispetto a veri classici come Brave New World di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, da 1984 emana un odore rancido di “propaganda”.
Per costruire il suo romanzetto, Orwell non fece altro che plagiare Noi di Zamjatin in un’ottica filo-occidentale. Come scrive pietosamente il critico Alan Sinfield: «Qualsiasi cosa Orwell credesse di fare, ha fornito alla guerra fredda uno dei suoi miti più potenti. […] Negli anni Cinquanta, la NATO utilizzò il suo stesso gergo».
Troppe persone, in verità, prendono per oro colato le pagine di 1984, come se il mondo stilizzato di Orwell sia lì lì per nascere, non appena i “cospiratori” si daranno una mossa.
In realtà, una cosa che pochi sanno è che Eric Blair fu un complottista da quattro soldi. Lo ha rivelato lo storico trotzkista Isaac Deutscher, in un articolo del 1955 (“1984 - The Mysticism of Cruelty”; irreperibile, ma citato in molti testi). Orwell era talmente ossessionato dalle cospirazioni che Deutscher associò questo suo modo di ragionare ad un disturbo psichico, «a una sublimazione freudiana di una mania di persecuzione». Che E. Blair non fosse un campione di onestà intellettuale, lo si poteva comunque evincere dalle sue frequentazioni con l’Information Research Department, il reparto del ministero degli esteri specializzato nella repressione dell’infiltrazione comunista in Gran Bretagna. Orwell teneva sempre a portata di mano un quadernetto azzurro, sul quale poteva scrivere i nomi dei “sospetti” da passare al “braccio segreto” del Foreign Office. Tra i 125 personaggi da lui segnalati, tanto per mostrarne la poca lucidità, c’erano anche Steinbeck e Sinclair: l’autore di 1984 era talmente coinvolto nella sua attività di agente segreto improvvisato, che arrivò a scegliere i “sospetti terroristi” quasi a caso. Alla fine risultò che nessuno dei nomi della “lista” era coinvolto in attività illegali. Se non fosse morto prima del tempo, Orwell avrebbe finito per infangare anche tutti i suoi amici (l’autrice americana Mary McCarthy vede in questa prematura scomparsa un segno della Provvidenza).
Potremmo quindi parlare di un vero e proprio “complesso orwelliano”. A sostegno della mia tesi, posso portare una considerazione di Costanzo Preve, da una sua opera che amo spesso citare, Il popolo al potere [p. 145]:
«È bene affermare […] contro tutti i cantori apocalittici dell’imbestialimento definitivo e irrevocabile dell’uomo, che l’uomo, in quanto ente naturale generico e perciò libero, non può essere addomesticato, se non imperfettamente e per un tempo molto breve. Io non ho paura delle utopie negative tipo Brave New World di Huxley o 1984 di Orwell, che sono altrettanto irrealistiche e inapplicabili delle utopie positive rassicuranti. In entrambi i casi, io do loro un valore letterario e fantastico ma non filosofico, e tanto meno, scientifico».
Non è un caso che Costanzo Preve non creda in alcun modo all’ipotesi dell’auto-attentato (non ne hai mai parlato specificatamente, ma è così). Di conseguenza, pare proprio che esista un collegamento tra le immagini schematiche di 1984 e le “teorie del complotto”.
Ciò che suggestiona di più i complottisti è forse l’analogia tra la figura di Osama Bin Laden e quella di Emmanuel Goldstein. Anche qui ci sarebbe molto da dire; spiace dover gettare ancora fango sulla statua di Orwell, ma il suo antisemitismo viscerale è un dato di fatto. Il personaggio di Goldstein non rappresenta realmente Leone Trotzkij, ma l’infido giudeo che monopolizza l’opposizione per facilitare la repressione nel regime. In quest’ottica, l’evanescente Goldstein non è solo un pretesto per Oceania/URRS di attuare la repressione, ma diventa parte attiva del meccanismo totalitario.
La corrispondenza Goldstein-Osama è un leit-motiv dei siti “complottisti” (v. per esempio “Is Al Qaeda the Modern Incarnation of Emmanuel Goldstein?”, whatreallyhappened.com). Potremmo perdere ore ed ore a cercare le corrispondenze tra Oceania e l’America attuale, o ad immaginarci quali Stati cadrebbero nel dominio di Eurasia ed Estasia; ma alla fine continueremmo a parlare di fantapolitica.
Sarebbe meglio tornare coi piedi per terra, e parlare di politica reale.
I complottisti dell’11 settembre, nelle loro impeccabili ricostruzioni, tendono a trascurare (o a non citare per nulla) uno dei due soggetti politici fondamentali, oltre agli Stati Uniti: l’Afghanistan.
Nel quadro d’insieme, non c’è spazio per Al-Qaeda, che viene teoricamente neutralizzata come creazione della CIA in funzione antisovietica (riciclata per la guerra globale al terrorismo).
Immaginare una guerra senza nemici è piuttosto consolatorio: significa che non è possibile perdere. Che di certo tutta questa storia finirà come quel film americano dove i soldati scoprono che «non combattevamo il nemico ma noi stessi, perché il nemico era in noi!».
No, non è così: i Talebani esistono. E dopo aver umiliato l’Unione Sovietica, “rischiano” di entrare a testa alta nella storia seppellendo per sempre l’Impero Americano.
Sono certo che anche il più fanatico degli “occidentalisti” sarà in grado di ammettere che i Talebani hanno adottato una strategia di guerra superiore a quella di Stati Uniti & co.
Prima di tutto, perché la “trappola afgana” fu ideata dagli stessi americani; precisamente da Zbigniew Brzezinski (non è un caso che sia tornato, ora che le cose si mettono veramente male). Già Karl Marx ai suoi tempi definiva l’Afghanistan come la “Polonia d’Oriente”: aveva visto l’Impero inglese sprofondare in quella fossa comune dei padroni del mondo. Ma la storia non è maestra di vita, e la cecità degli americani è lì a dimostrarlo: gli strateghi di Washington pensavano di utilizzare i Talebani come pedina per destabilizzare l’area mediorientale. Attraverso il Pakistan, la CIA continuò ad aiutare i guerrieri del mullah Omar fino alla conquista di Kabul.
Ma una volta al potere, cominciarono le rogne. Possiamo ricordarne soltanto tre:
1. I Talebani “nazionalizzarono” la produzione d’oppio: non smisero di produrlo ma, dopo aver ridotto le coltivazioni, ne spostarono la maggior parte in altre zone non controllate dall’ONU (così da ricevere anche i contributi dall’United Nations International Drug Control Programme).
2. Gli Stati Uniti appoggiarono il piano talebano di pacificazione dell’Afghanistan, tollerando addirittura la presenza di Osama Bin Laden sin dal 1996, allo scopo di servirsi del nuovo governo per costruire un immenso gasdotto dal Turkmenistan al porto pakistano di Karachi. La costruzione fu affidata alla Unocal Corporation, che creò il consorzio CentGas. In seguito all’abbandono del consorzio da parte della componente americana, il governo degli Stati Uniti fu costretto ad insediare un ex-consulente della Unocal, Hamid Karzai, al fine di portare a termine il progetto.
3. Gli Americani considerano l’esistenza di società tradizionali/organiche come una minaccia al loro stile-di-vita. Non so da dove provenga questa irresistibile avversione, se dalle fondamenta costituzionali del Paese o dall’opposizione esasperata tra individuo e società che vige negli States. Fatto sta che la politica dei Talebani fu una provocazione di fronte al mondo intero: gli uomini del mullah Omar instaurarono quello che Massimo Fini chiama “Medioevo sostenibile”. Trovo che tale definizione sia molto azzeccata: i Talebani sostanzialmente cercarono di restaurare la categoria di “sovranità” in contrapposizione al contemporaneo “potere di regolazione”, cioè la “tecnologia politica” (o biopotere, come dice Foucault) che mira ad assumere il controllo totale della vita e dei processi biologici dell’uomo come specie.
Certo le mutilazioni rituali, le esecuzioni negli stadi e la tortura degli oppositori fanno inorridire chiunque; ma questo è nulla in confronto alle violenze della guerra civile. E, se dal punto di vista dei diritti umani, tale condotta è deprecabile, nell’ottica della filosofia politica it makes sense.
Solo da queste tre ragioni si può immaginare perché già alla fine del 1997 i Talebani fossero spacciati. Se le bombe non sommersero l’Afghanistan con quattro anni di anticipo, fu soltanto per la “parentesi serba” (che a confronto con la guerra attuale sembra una formalità).
Da tale prospettiva, gli USA non avevano affatto bisogno di un auto-attentato. Per stupire l’opinione pubblica americana, malleabile come creta, bastano un paio di programmi televisivi. Infatti sin da quando Unocal rescisse il contratto, la “società civile” cominciò ad attivarsi, risvegliata da titoli come “La guerra dei Talebani alle donne” o “Questa potresti essere tu”.
Per chiudere: la “teoria del complotto” sull’11 settembre assomiglia sempre più ad un meccanismo di rimozione collettivo. Nessuno credeva davvero che l’Impero potesse avere un degno avversario. Si pensava che gli yankee fossero talmente annoiati della loro potenza, da doversi inventare nuovi nemici.
Invece l’Impero ha perso, e nessun “complotto svelato” porterà indietro le lancette del tempo.
Ma non c’è da gioire in questo: soltanto è giusto dare a Cesare quel che di Cesare. Per questo vorrei concludere con le parole di Bert Rodriguez, maestro di arti marziali di Ziad Jarrah (dirottatore dell’United Airlines 93):
«Chiunque creda alle teorie cospirazioniste è cieco: non vede cosa succede nel mondo e crede che gli Stati Uniti e il nostro Governo siano il centro dell’universo. Credo che Ziad e i suoi complici si siano presi carico di fare ciò che era nei loro cuori e nel cuore di molti altri musulmani radicali».
Roberto Manfredini
Settembre 16th, 2009 at 15:19
sono davvero basito da questo post che causerà la rimozione di questo blog dai miei ‘preferiti’. Una caterva di ‘argumenta’ che non tengono conto di alcun ‘facta’.
Queste analisi “storico-politiche” sono lontanissime da ogni principio di Verità. Tanto da far pensare alla malafede.
Un elemento su tutti ‘EDIFICIO 7′!
Settembre 16th, 2009 at 20:58
Ti prego, straniero, non togliermi dai tuoi “preferiti”: posso migliorare! Posso scrivere quello che vuoi tu. Anzi, perché non mi detti direttamente il mio prossimo articolo?
Spero non mi giudicherai come un padrone di casa troppo scortese, se ti domando: “Chi diavolo sei?”.
O per esser più precisi: “Chi diavolo sei, per venirmi a dare del malfidato?”.
Voglio dire, cosa ha turbato così profondamente la tua colossale mente da “farti pensare alla malafede”? Sospetti che qualche eminenza grigia mi abbia assoldato per creare un po’ di scompiglio e occultare la “Verità”?
È una tesi interessante… e se adesso esclamassi pull it, sarebbe come confessare, giusto?
Settembre 17th, 2009 at 12:51
Convengo nel ritenere gli argomenti storico-politici più dirimenti di quanto non possano essere quelli scientifici a riguardo. Ancorché vi siano considerazioni scientifiche non del tutto irrilevanti sulla vicenda, ma non è su quel versante che si gioca la partita, da ambo le parti.
Significativo a riguardo il primo commento a invocare facta, che si pone dialetticamente sulla stessa lunghezza d’onda (di un empirismo materialista tutto sommato banale, senza offesa) degli anticoplottisti o debunker di sui sopra.
Premesso questo, però, mi pare che, ritenere improbabile la tesi complottista per manifesta incapacità dei presunti cospiratori, sconti un difetto di sovrastima per la difficoltà del piano in sé.
Non mi sembra, infatti, fossero richieste intelligenze particolari per minare due edifici e dirottare qualche aereo. Era richiesta, questo sì, un certo tipo di manodopera specializzata, ma non così difficile a reperirsi, specialmente se addentro all’estabilishment dell’amministrazione.
Questo solo per scansare l’impossibilità materiale della tesi, il che chiaramente non porta argomento alcuno a suo favore, così come il riconoscere possibile un evento non significa certo esso sia anche reale.
Ciao
Settembre 17th, 2009 at 13:01
Ovviamente non ci conosciamo nè ci conosceremo mai (è internet, bellezza), ma non volevo offendere. Sono solo sconvolto di come, da una persona così accorta nell’esaminare le questioni, improvvisamente parta una filippica assurda che prescinde dagli elementi fattuali per inerpicarsi in considerazioni geopolitiche che chiudono un ‘quadro ideale’ completamente astratto.
Il punto è: la ricostruzione ufficiale non regge. E questo è un fatto. L’edificio 7 non poteva cadere in quel modo, soprattutto perche neanche colpito. Quel crollo non si giustifica se non con una demolizione controllata, e se era controllata quella, per un basilare principio logico…..
…poi possiamo discutere se Al Qaeda esiste, non esiste, se la produzione di oppio finanzi i ‘talebani’ o George Soros, ma sono dettagli ‘operativi’ nient’altro.
p.s. chi scrive è un architetto.
Settembre 17th, 2009 at 13:59
Per #4: Gli “elementi fattuali”, cioè i “facta” di cui parlavi prima, cosa sarebbero? La ricostruzione ufficiale che non regge, oppure il crollo dell’edificio 7?
E’ importante specificare: se parliamo di “fatti”, cioè partiamo da “un empirismo materialista tutto sommato banale” (come scrive Giampaolo nel commento precedente), prima di tutto è necessario stabilire cos’è un fatto e cosa non lo è.
La “demolizione controllata” non è un fatto, mentre il crollo dell’edificio sì. Dire che questo crollo “non si giustifica se non con una demolizione controllata”, non è portare un fatto (nemmeno se “chi scrive è un architetto”).
Ma lasciamo perdere, non mi piace giocare con le parole. L’unica cosa che posso dirti è che dalle tue frasi emerge una fissazione monomaniaca. Se comprendere la natura “Al Qaeda” per te rientra nei “dettagli operativi”, ciò significa che le parole di Rodriguez sono davvero azzeccate: “chiunque creda alle teorie cospirazioniste crede che gli Stati Uniti e il nostro Governo siano il centro dell’universo”.
Il “quadro ideale completamente astratto” dunque non è il mio. Semmai è quello dei “complottisti” che, per fare un esempio, arrivano a scrivere cose del genere: “Se le Torri Gemelle non fossero crollate sotto gli occhi di miliardi di telespettatori, il corso della storia sarebbe stato completamente differente da quello che invece è stato. Oggi in Afghanistan ci sarebbe ancora il regime dei talebani, Saddam Hussein regnerebbe ancora al suo posto in Iraq ed i cittadini americani avrebbero ancora tutti quei loro diritti civili che sull’onda dello shock il Patriot Act ha abolito” (Roberto Quaglia, Il mito dell’11 settembre, p. 102).
Sono convinto che anche tu sia della stessa opionione. Io ho soltanto provato ad aprire qualche finestra in questa claustrofobica visione della storia.
Settembre 17th, 2009 at 14:10
Per Giampaolo (#3): hai ragione, la “manifesta incapacità dei presunti cospiratori” non è una prova! In effetti ho tagliato l’articolo in molte parti, per non mettere troppa carne al fuoco. Dopo quelle affermazioni su Wolfowitz, avevo aggiunto qualche pensiero sulla “irresponsabilità” che la condizione democratica legittima nel cittadino e nel politico.
In democrazia (per usare termini sociologici) le azioni “inintenzionali” superano quelle “intenzionali”, ed è per questo motivo che, tra le altre cose, il “demos” considera i propri politici come “inefficenti”.
Quindi le probabilità di un “complotto neocon”, se potrebbero salire vertiginosamente in una dittatura, al contrario crollano in una democrazia.
Ovviamente qui dovremmo domandarci se gli Stati Uniti sono mai stati una democrazia… ma ho tagliato volutamente questa parte, per timore che il discorso si sfaldasse. L’ho solo riportata qui grosso modo, a dimostrazione che le questioni storiche e politiche offrono un piano di discussione più fecondo che non quello della “dimostrazione scientifica di una demolizione controllata”.
Settembre 17th, 2009 at 17:39
Non ci capiamo, ed è un peccato. non ho nessuna “fissazione monomaniaca(le)”, nè credo che “gli Stati Uniti e il nostro Governo siano il centro dell’universo”, nè posso rispondere per quello che dicono altri (tipico atteggiamento dei ‘debunkers’). Ne la mia visione è limitata da un ‘empirismo materialista’ (dovresti conoscermi per capirlo).
Il punto è che, comunque la si voglia guardare, la ricostruzione ‘ufficiale’ non regge al rigore di una logica stringente. Dunque?
Dovresti dunque spiegare se non è stato “un auto-attentato” di cosa si è trattato e perchè tanto ‘fumo’ intorno alla Verità.
Dire che non e stato “un auto-attentato” non è ancora dire niente.
Settembre 17th, 2009 at 18:39
Dire che è stato un auto-attentato invece spiega tutto!
Neanche le ricostruzioni “non-ufficiali” reggono al rigore logico: i debunkers ne hanno smontate a centinaia.
Il gioco tra “elementi fattuali” può davvero durare all’infinito. Dunque?
Il mio tentativo era di mettere sul piatto considerazioni di altro livello. Ma se anche a queste mi sento rispondere “EDIFICIO 7″, credo non ci sia speranza.
Settembre 17th, 2009 at 22:05
Dire che è stato un auto-attentato invece spiega tutto? non l’ho detto.
Le sue “considerazioni di altro livello”? legittime, l’incipit invece un assurdo atto ‘fideiestico’. Un tentativo di piegare la verità alle proprie convinzioni, anzichè viceversa.
Anzi, forse uno dei tanti tentativi di portare i Cristiani nelle fila dell’Anticristo. Complimenti! Spero (anche per la sua anima) che questo blog rimanga nella ‘nicchia’ in cui è.
Settembre 18th, 2009 at 20:36
Sin dal primo messaggio sospettavo che nella tua mente ci fosse qualcosa che non andava, ma ho preferito concederti un po’ di credito.
Adesso che finalmente ne hai detta una più grosse delle altre, puoi levare le tende. Lo dico per te, non renderti ulteriormente ridicolo: la tua ultima frase è roba da manicomio.
E poi con l’anticristo te la fai tu. Lo sanno tutti che “lo stupido è il cavallo del diavolo”. Quindi trotta all’inferno e lasciami in pace.
Ottobre 14th, 2009 at 21:33
Però c’è almeno una differenza fra 1984 e Noi: Noi è brutto.
Ottobre 14th, 2009 at 22:43
Noi non è brutto… è che è un romanzo russo.
E poi Zamjatin ha delle scusanti. Era ancora un “pionere” del genere anti-utopico: ai suoi tempi non c’erano gli Huxley, i Wells, i Nabokov ecc…
Io ho fatto grandissima fatica ad arrivare fino in fondo a 1984. Mi sembra una versione per adulti (in senso lato!) della Fattoria degli animali, adattata per arruffianarsi un pubblico ormai maturo nei confronti della “distopia”.
Ma de gustibus…